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[Letture corsare] Nazionalismi e sinistre tra Catalogna, Scozia e Euskadi: storie di un malinteso irrisolto

p-nacionalismosNazionalismo e sinistra, un binomio perlopiù fonte di tensioni ed equivoci, specie quando si tratta di movimenti secessionisti europei. Grande solidarietà verso i popoli del Tibet, il Kurdistan e la Palestina, ma se a reclamare maggiore autonomia sono catalani, baschi o scozzesi subentra un imbarazzo che porta la mente dritta a Pontida. In Italia il problema è particolarmente accentuato dalla presenza del secessionismo “padano” ma si tratta di una questione antica, che mise in difficoltà gli stessi Marx ed Engels, che divise Lenin e Luxemburg e che ancora oggi non vede un’analisi comune tra i movimenti progressisti internazionali.

 Il laboratorio iberico

Lo scenario spagnolo è quello che meglio descrive questa tensione e che è ben descritto da due testi di recente uscita: “Los nacionalismos, el Estado español y la izquierda" di Jaime Pastor e "L’ascia e il serpente" di Adriano Cirulli, quest'ultimo ntervistato di recente dal Corsaro. Pubblicato da Viento del Sur, il testo di Pastor presenta la cornice teorica di questo binomio e la sua manifestazione nel caso spagnolo. Nel primo capitolo vengono presentate le fondamenta teoriche di concetti come nazione, federalismo e autodeterminazione, mostrando un pluralismo di interpretazioni che a seconda dei casi hanno fatto leva sul territorio, la lingua, la cultura o sulla volontà popolare. Quando ad occuparsi del tema sono stati poi i teorici del movimento operaio la questione si è complicata: le lotte nazionali indeboliscono o rafforzano le lotte sociali? Una domanda a cui, secondo l’autore, Marx risponderebbe contraddittoriamente spinto da un lato ad unire il proletariato sotto la stessa bandiera, e dall’altro ad appoggiare le lotte di resistenza nazionali, una contraddizione che di fatto ha accompagnato la sinistra in tutta la sua storia.

La presentazione del caso spagnolo rappresenta il cuore del libro perché offre al lettore sia una cornice di principi da applicare ad ogni “caso” nazionale, sia gli strumenti analitici per differenziarli l’uno dall’altro. Lo stato spagnolo è tutt'oggi casa di movimenti autonomisti tra i quali quelli basco e catalano sono solo i più conosciuti. Ad essi, tuttavia, Pastor aggiunge un nazionalismo spagnolo escludente e assimilazionista che non avrebbe operato con la finalità di costruire una cultura nazionale comune a tutti gli abitanti dello stato, ma piuttosto imponendo una plasmata sugli interessi e sui valori del blocco dominante – la Chiesa, l’esercito, la Monarchia, i grandi proprietari terrieri. Ad essa non avrebbero dato il loro contributo né i movimenti democratici e popolari né tantomeno le altre nazionalità interne al paese. Quindi, mentre in altri paesi si sono formati “miti” e simboli nati dalla partecipazione popolare (le Rivoluzioni francese, inglese e americana, il Risorgimento e la Resistenza in Italia), in Spagna il collante storico-culturale è ancora quello del grande impero coloniale esportatore della civiltà, come dimostra la celebrazione della “Fiesta de la Hispanidad” nell’anniversario della scoperta dell’America. 

Questo conservatorismo vede una sua concretizzazione nei tentativi costanti di ridurre le competenze normative delle Comunità Autonome, nella tradizionale scarsa spesa per i servizi pubblici e per un peso dell’istruzione privata ben al di sopra di altri paesi dell’Europa centrale e mediterranea. È in questo contesto che si è sviluppato e si è acccrescito il nazionalismo periferico nella penisola iberica, a dimostrazione del fatto di come un semplice parallelismo tra Barcellona e Pontida sia campato del tutto in aria. La presa di posizione dell’alta borghesia catalana e basca e dei suoi interessi economici per una maggiore autonomia (o per l’indipendenza) non oscura il fatto che dietro a tali spinte vi siano movimenti prevalentemente popolari (vedi l’Assemblea Nazionale Catalana, che ha autorganizzato centinaia di referendum in tutti i paesi della Catalogna nonché l’enorme manifestazione dell’11 settembre scorso). 

Come dicevamo, comunque, il testo di Pastor oltre a presentare le vicende soggettive di un singolo caso si spinge a definire quale deve essere il posizionamento politico della sinistra sui movimenti nazionali locali. Ebbene, per l’autore l’atteggiamento dovrebbe essere uno soltanto: l’appoggio alle decisioni delle popolazioni. Pastor non nega la sua preferenza per uno Stato Plurinazionale sul modello della Bolivia, ma riconosce il diritto dei popoli dello Stato spagnolo di poter decidere del proprio futuro. Nella parte finale del volume vi è un interessante tentativo di risolvere la contraddizione in cui sarebbe caduto Marx, vedendo nelle lotte nazionali finanche una lotta contro le politiche neoliberiste e tecnocratiche. 

cirulli

Lotte sociali vs lotte nazionali?

 Seppur limitato a un caso specifico che lo porta ad ignorare i movimenti nei quali sono le destre a farla da padrone (vedi Fiandre e Süd Tirol), “Los nacionalismos” è un testo fondamentale che meriterebbe un corrispettivo in Italia. I testi dedicati all’argomento scarseggiano, un po’ per mancanza di coraggio e un po’ per lo scarso interesse. Chi potrebbe riempire il vuoto dovrebbe essere proprio Adriano Cirulli, autore per Datanews de “L’ascia e il serpente”. Profondo esperto della cultura e della politica euskera e dei conflitti etnonazionalisti, Cirulli ha pubblicato un volumetto che riassume la storia e le problematiche fondamentali della questione basca. Si tratta di un testo semplice e perlopiù riassuntivo della vicenda. Ciò che però colpisce è l’ampia documentazione e il rispetto per le dinamiche proprie di quel movimento. È quello che servirebbe per analizzare la crescita delle rivendicazioni autonomiste, senza scontati parallelismi ovvero condanne aprioristiche. L’interrogativo principale dovrebbe essere quello di capire perché dall’inizio della crisi economica questo genere di conflitti hanno visto una forte rafforzamento. Tra l’altro, già nel 2007 il politologo Michael Keating, analizzando il conflitto scozzese, diceva che una UE intergovernamentale avrebbe incentivato le nazionalità a convertirsi in Stato, pur non essendo esso l’obiettivo principale. Dunque nell’ambito accademico l’analisi non manca, il punto è spostarla sul piano più prettamente politico. 

Si potrebbe legittimamente affermare che i popoli stiano combattendo contro obiettivi sbagliati (lo Stato oppressore piuttosto che il capitale o la BCE). Eppure in molte regioni le due lotte, quella sociale e quella nazionale, trovano terreno comune, come dimostrano i successi di Bildu nel Paesi Baschi, della CUP in Catalogna e di Alternativa Galega de Esquerda in Galizia.

Si tratta di un tema destinato ad acquistare importanza in Europa, visto che nel 2014 si terranno due referendum, in Scozia e in Catalogna, dove si deciderà se optare o meno per l’indipendenza, anche se nel secondo caso le pressioni di Madrid potrebbero far cambiare idea al Governo locale.

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