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[Letture Corsare] Un romanzo in dodici racconti: intervista a Simone Bisantino, autore di "Il ragazzo a quattro zampe"

  • Scritto da  Giusi Runno
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copertina-4-zampeVolendo raffreddare l’inevitabile incandescenza, che illumina le nostre menti (e i nostri cuori e i nostri animi), della letteratura «dalle origini ai nostri giorni» con agili calcoli a dieci dita possiamo tranquillamente affermare che tra gli argomenti più prolifici ci sono quelli che normalmente ci gettano nello sconforto: amori terminati, tragedie famigliari, disperazioni personali, sconfitte, non-vite. E se prendessimo come esempio qualche autore faremmo torto alla numerosissima schiera di quelli esclusi, per le solite strane organizzazioni della memoria; ma non si può non pensare a Saffo, a Virgilio, a Shakespeare, fino a Kerouac e Pasolini.

Pur con le ovvie differenti caratterizzazioni (non solo personali, ma anche banalmente temporali) il motore di queste produzioni si rivela quindi incessantemente attivo, anche perché «il disagio» col tempo non ha pervaso solo le pagine scritte, ma alimentato, ad esempio, anche la musica, i suoni, le immagini.
Le ultime tracce di questa tesi sono lasciate lungo un affascinante sentiero da Il ragazzo a quattro zampe di Simone Bisantino (Caratteri Mobili, 80 pagine).

Il ragazzo a quattro zampe è apparentemente una raccolta di racconti; si tratta in realtà di un romanzo modulare, infinitamente scomponibile e ricomponibile nei suoi intrecci e nei suoi personaggi, abilmente sospesi tra amore e odio. Non c’è momento in cui il lettore non venga portato per mano nei suoi bassi per poi essere stanato e re-immerso. La scioltezza narrativa nel partecipare tutti gli stati d’animo rivela, poi, il piglio talentuoso dell’autore, che senza tema di impaccio riesce a rendere vividi anche i momenti più torbidi. Ne parliamo con l'autore.

***

Ciò che inquieta quasi sempre attrae: quando invece l’inquietudine respinge? E cosa c’è di meritevole nei personaggi più immondi da te descritti, tale che prendessero parte dei racconti?

L’inquietudine non respinge quasi mai, è molto più probabile essere attratti da ciò che ci fa paura, che ci respinge. Perché l’inquietudine genera storie, misteri, e talvolta persino amori. È proprio di questo che parla il libro, di come cose inquietanti possano trasformare le persone, talvolta renderle dipendenti dalla loro stessa inquietudine.

Hai sempre saputo quali sarebbero stati i personaggi protagonisti dei racconti, o c’è stato qualcuno del quale avresti voluto raccontare che invece poi non ha trovato posto?

Sì, man mano che scrivevo le storie, sentivo quali sarebbero stati i personaggi che avrebbero ‘attraversato’ gli altri racconti, quelli che avrebbero avuto un ruolo centrale e quelli che sarebbero stati sullo sfondo. Alla fine sono soddisfatto della varietà dei personaggi nel libro, non è di sicuro un libro che qualcuno potrebbe definire gay e basta. Indicazione peraltro noiosa, in Italia utilizzata solo per sminuire narrativa e letteratura.

Ci sono personaggi destinati a ritornare, che avranno qualcosa ancora da dire?

Assolutamente no. Il libro si conclude qui. Alcuni personaggi vivranno fuori dal libro, se le persone lo vorranno, semplicemente ricordandoli.

A tal proposito Salinger (via Holden) diceva di non raccontare mai niente a nessuno per non sviluppare una certa malinconia nei confronti di ciò che si racconta: cosa ti ha spinto a raccontare?

Io scrivo molto poco (questo è il secondo libro dopo 10 anni, prima ci sono stati racconti pubblicati qua e là). In un certo senso è un atto di ribellione silenzioso. Scrivere mi aiuta ad avere – e provocare – delle reazioni verso ciò che mi circonda.

Credi esserci riuscito?

Penso proprio di sì.

I racconti sono sempre difficili da organizzare: come ti sei regolato per l’ordine in cui appaiono nel libro?

È stato un po’ come organizzare una playlist. Sapevo inizialmente che volevo scrivere 12 racconti – come 12 sono i brani di un album ideale – e sapevo che ci sarebbero stati momenti arrabbiati, momenti di tenerezza e violenza, come nelle ballate, intermezzi inaspettati, ecc., un vero e proprio disco. Un amico ha detto: «se Amore e Altri Veleni [il suo primo libro, ndr] era Bleach dei Nirvana, Il ragazzo a quattro zampe è Nevermind». In un certo senso è così... almeno per il numero dei pezzi!

E per la copertina? È stato difficile seglierne l’immagine?

No, Caratterimobili aveva già delle idee sul design. Io ho aggiunto a grandi linee ciò che volevo fosse espresso in immagini. In questo caso un ragazzo con quattro zampe, tanto per rendere kafkiano il titolo.

Per David Leavitt erano importanti le ultime parole di un romanzo, le tue «Ma non importa più», sembrano abbastanza significative: come le interpreti tu?

L’ultimo racconto va a ritroso nel tempo e racconta una storia dove due ragazzini fanno determinate ‘cose’ con un adulto. Per quanto sia piccolo, e quindi privo di esperienze significative, il protagonista del racconto trova la risposta esatta da dare ai suoi sentimenti. Quella frase nel racconto acquista un doppio significato, una cosa che puoi fare solo nei romanzi e nei racconti (per fortuna). Tradotto: ormai non importa più continuare a raccontare, sapete già tutto.

Oltre ai personaggi, è descritto ai margini (ma nemmeno poi tanto) un mondo davvero «sconfitto», e sembra non esserci alcun percorso di redenzione per il genere umano: è così che deve davvero andare?

È abbastanza ‘normale’ vedere il libro in questo modo. Io, però, ho sempre pensato che non è detto che un libro che racconta storie tristi, estreme o assurde, debba per forza essere definitivo nelle sue descrizioni. Questo genere di narrazione, a mio parere, fa sentire meno soli, meno separati e meno diversi. Sono storie interessanti per un lettore comune, ma acquistano un valore differente (non dico di redenzione, ma almeno mitigatore) se a leggerle è chi le ha vissute, o chi ha provato le stesse sensazioni.

Il ragazzo a quattro zampe, il racconto che dà il titolo al libro, è effettivamente emblematico, come la traccia che dà il titolo all’album: tu lo consideri tale?

Se il libro ha la forma di un album, Il ragazzo è il singolo. Se fosse un brano sarebbe The Model, nella versione dei Big Black, con b-side He's a Whore.

Se avessi a disposizione un solo album da associare a Il ragazzo a quattro zampe, quale sarebbe?

69 Love Songs dei Magnetic Fields.

 

 

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