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[Letture corsare] Una città in polvere. Taranto e ILVA secondo Leogrande

Nei giorni in cui riesplode il “caso ILVA” esce nelle librerie Fumo sulla città (Fandango libri), l’ultimo lavoro di Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore tarantino, dedicato proprio al capoluogo jonico e alle sue stridenti contraddizioni. Nella prima e nella seconda parte il libro rielabora reportage già editi (Un mare nascosto, L’ancora del Mediterraneo, 2000 e L’eterno ritorno di Giancarlo Cito, in Il corpo e il sangue d’Italia, Minimum fax, 2007), mentre la terza è uno “zibaldone” sulle vicende dell’ultimo anno. Questa struttura conferisce al testo il carattere di un “diario ragionato”, attraverso il quale l’autore prova a venire a capo delle cause che hanno condotto alla crisi in atto. Tale operazione consente a Leogrande di cogliere elementi di analisi strutturale quasi del tutto assenti nell’ampia letteratura prodotta di recente sul rapporto fra Taranto e l’ILVA.

Fra l’acciaio e il Midwest: la grande industrializzazione in riva allo Jonio

La tesi forte del libro potrebbe essere riassunta nella seguente espressione: l’inquinamento atmosferico è la conseguenza di un inquinamento profondo dei rapporti sociali interni ed esterni alla fabbrica. Alla base di tutto c’è il modo peculiare in cui si è manifestata la seconda grande fase di industrializzazione – la prima era consistita nell’insediamento dell’Arsenale militare e dei Cantieri navali, a cavallo fra ‘800 e ‘900 – in quell’angolo di Mezzogiorno.  La nascita del siderurgico ha esiti contraddittori sulla realtà locale.

 

In primo luogo, determina un’esplosione demografica – per via dell’immigrazione dalle campagne limitrofe, ma anche dalle province e dalle regioni vicine – che viene gestita dai gruppi dirigenti locali in un modo che finisce per provocare il disfacimento della pianta urbana della città. Nascono, in maniera talvolta improvvisata, quartieri-dormitorio per la nuova classe operaia, mentre procede il degrado del nucleo storico, la Città Vecchia, e lo svuotamento del Borgo umbertino – fulcro della vita cittadina in età contemporanea. La Taranto “nuova” assume così le fattezze di una cittadina del Midwest americano, e ne replica i rapporti sociali. Questi vengono profondamente informati dai modelli consumistici che nel frattempo vanno dilagando in tutto il paese a seguito del boom. Priva di identità, consuetudini e persino spazi condivisi, questa massa di persone si trova unita dalla sola aspettativa di benessere individuale o familiare.

La seconda conseguenza macroscopica della trasformazione del contesto socio-economico locale, è l’emergere di una classe operaia molto diversa da quella delle grandi concentrazioni industriali del Centro-Nord. Leogrande richiama esplicitamente la figura del “metalmezzadro” analizzata da Walter Tobagi in un celebre reportage del 1979. Il metalmezzadro vive in maniera scissa il rapporto con la fabbrica: espletato il suo lavoro, torna a un modo di vita ancora condizionato dalle origini rurali, ma sempre più caratterizzato da modelli consumistici. In definitiva, non si consolida una cultura operaia autonoma – e ciò nonostante il notevole lavoro dei gruppi organizzati della sinistra sindacale  e politica – e la stessa questione ambientale, che chiama con sé quella più ampia del controllo sulla produzione, viene trascurata dalla massa operaia a fronte del benessere garantito dalla fabbrica.  

Infine, a fronte delle trasformazioni indotte dall’industrializzazione, vi è un elemento del passato che va consolidandosi: l’egemonia di una borghesia eminentemente parassitaria, che costruisce le sue fortune insediandosi nell’elefantiaco sistema di appalti del siderurgico e promuovendo il disfacimento urbanistico della città. Questi gruppi, in definitiva, non colgono l’opportunità offerta dalla crescita economica indotta nel territorio per compiere un salto di qualità, preferendo piuttosto restare subalterni a un modello di sviluppo di origine esogena. A rilevarlo è già Giorgio Bocca in un reportage del 1974.

Taranto assume così le sembianze di un caso tipico di pasoliniano “sviluppo senza progresso”: a livelli relativamente elevati di benessere economico fanno da corollario l’affermazione di modelli sociali e culturali consumistici – che finiscono per inglobare le stesse classi subalterne – e il persistere di ceti dominanti di tipo tradizionale.  La lettura di Leogrande ribalta così il paradigma dell’“arretratezza”: la Taranto della “grande industrializzazione” è anzi un laboratorio peculiare del neocapitalismo italiano.

Giancarlo Cito, “autobiografia di una città”

Questo confuso quanto fragile equilibrio è destinato a venir meno con la crisi industriale degli anni ’80. La fase di ristrutturazione dura un ventennio, nel corso del quale la popolazione operaia diminuisce drasticamente e subisce un radicale turn over. Nel frattempo, si manifesta una più generale recessione demografica, mentre le opportunità offerte dall’appalto delle grandi industrie subiscono un netto ridimensionamento.  In breve, viene messa in discussione l’aspettativa di crescita e di benessere alimentata nel corso della fase precedente, vero collante della disgregata comunità cittadina. L’esplosione che ne consegue è delle più spettacolari e inquietanti che l’Italia ricordi: il malessere serpeggiante in un corpo sociale sclerotico e in via di impoverimento viene intercettato e veicolato da Giancarlo Cito. Già picchiatore fascista (espulso dal MSI), vicino ad ambienti mafiosi, Cito utilizza la sua TV privata (Antenna Taranto 6, AT6) come una clava contro gli avversari politici, identificati come i veri responsabili del declino della comunità jonica.  Il disegno politico di Cito riesce anche ad intercettare gli interessi dei gruppi dominanti, tutt’altro che disposti a mettersi in gioco per fuoriuscire dalla configurazione parassitaria consolidatosi nel corso del secolo precedente. A questi soggetti Cito offre una via d’uscita di comodo: la chiusura municipalista, che si concretizza politicamente nell’uso del Comune come motore propulsore dell’impresa locale, attraverso la gestione spregiudicata dell’amministrazione e della spesa pubblica. Questa impostazione sopravvivrà alla stessa esperienza citiana – naufragata sotto le accuse di concussione che colpiscono Cito e il suo successore a Palazzo di Città, Mimmo De Cosmo, proprio per via di un appalto –; anzi, la destra borghese di Rossana Di Bello saprà costruirvi intorno un vero e proprio caso di “keynesismo criminale”, che condurrà al più grave dissesto di un ente civico nella storia repubblicana (dopo quello della Napoli di Gava).

Nel frattempo, il fossato fra fabbrica e città si approfondisce. Mentre il caudillo dei due mari completa la sua scalata alla politica cittadina con la conquista di Palazzo di Città alla prima elezione diretta del sindaco, la famiglia Riva acquisisce l’ILVA e inizia a trasformarla a sua immagine. Il processo di restaurazione padronale passa attraverso casi di mobbing eclatanti, come quello della “palazzina LAF”, e un generale ringiovanimento della manodopera – che coincide però con il drastico calo del tasso di sindacalizzazione dei lavoratori. Anche le ultime sacche di resistenza in fabbrica vengono isolate ed espulse; la classe operaia finisce così per completare il suo processo di alienazione: il nuovo (spesso giovanissimo) lavoratore ILVA è completamente subalterno alla gerarchia aziendale, e trova la sua libertà solo fuori dallo stabilimento, nella possibilità di godere di livelli di reddito cui buona parte dei suoi coetanei non hanno accesso. Si realizza in questo modo un ritorno a rapporti di produzione ottocenteschi, affatto simili a quelli descritti dal giovane Marx. Delle vertenze sulla “nocività” avanzate negli anni ’70 scompare anche il ricordo: dall’interno della fabbrica viene meno qualsiasi velleità di controllo sui processi produttivi e sulle loro conseguenze sulla salute e sull’ambiente.

La destra nel suo insieme si tiene alla larga da queste trasformazioni. A cavallo dei due secoli va affermandosi, sostenuto dalle forze politiche egemoni, un senso comune per cui la fabbrica è vista come un corpo sempre più estraneo e distante rispetto alla città. Emergono i primi vagheggiamenti su Taranto “a vocazione turistica” – che trovano una rappresentazione grottesca nel progetto citiano di casinò presso la piccola isola di S. Paolo, mentre più concretamente le successive giunte di centrodestra  realizzano il restyling del Borgo e di parte della Città Vecchia in chiave liberty. La rimozione della realtà di fabbrica porta alla sostanziale inefficacia dell’azione politica sul fronte della tutela dell’ambiente: è la stagione dei “protocolli d’intesa”, stigmatizzati dal GIP Todisco come “vere e proprie prese in giro”.

La stagione municipalista, che aveva coltivato l’illusione di poter rimediare allo sgonfiamento del modello di sviluppo basato sulla grande industria con la sostanziale rimozione di quest’ultima dall’orizzonte politico e con il perseguimento di un mito autarchico, implode proprio mentre si accende la miccia del “caso ILVA”. La scoperta della contaminazione da diossine precede i pochi mesi la dichiarazione di dissesto del Comune di Taranto. Si chiude così quella che può essere considerata la terza fase dello sviluppo della Taranto moderna.

Taranto (e il paese) nel buio dentro la crisi

Da allora la città è priva di una nuova progettualità. Il centrosinistra, che dalla metà del nuovo secolo riesce ad affermarsi a tutti i livelli amministrativi, si è dimostrato incapace di costruirne una – il triste epilogo di alcune sue figure apicali lo testimonia. Taranto si trova così oggi sull’orlo del baratro: l’incertezza sul destino del siderurgico fa fronte al dissolvimento di quel che restava dell’impresa locale – spazzata via dalla crisi economica più generale –; il risultato è una situazione sociale “greca”. Si tratta di circostanze ancora più gravi di quelle che produssero il “fenomeno Cito”; e l’esplosione di rabbia registrata la scorsa estate e manifestatasi nelle recenti tornate elettorali (alle ultime politiche il M5S è risultato primo partito in città) potrebbe preludere a qualcosa di ancora più inquietante sul piano politico.

Questo piano inclinato tuttavia non caratterizza la sola città bimare. Parti sempre più ampie del paese sono travolte da un processo di progressivo disfacimento. In particolare, questa tendenza riguarda le province meridionali, che in larga parte hanno sperimentato la limitatezza delle politiche di sviluppo promosse dai governi della Prima Repubblica e il vuoto – per non dire, l’abbandono – subentrato nella Seconda. Il rischio di una “tarentinizzazione” del paese all’insegna dello sfaldamento della tenuta democratica è dunque tutt’altro che remoto. La proposta che emerge nelle ultime pagine del libro prende le mosse proprio da questo pericolo: per mettere al sicuro la democrazia italiana è urgente un piano per le aree più arretrate che aggredisca le loro principali criticità e ponga le basi di un modello di sviluppo finalmente unitario. In sostanza, un “nuovo meridionalismo” all’altezza dei tempi.

Ma l’efficacia di un’iniziativa di questo tipo, nel contesto specifico di Taranto, è vincolata al superamento della frattura fra città e fabbrica; e dunque alla maturazione di un protagonismo operaio che riesca a vincere l’alienazione. Senza questo passaggio sarà impossibile realizzare la funzione dell’industria come fattore di progresso: essa resterà, nella migliore delle ipotesi, mera macchina produttrice di reddito. Andrebbe dunque recuperata la vecchia idea per cui la macchina pone ai soggetti che ne sono asserviti una sfida: se essi saranno in grado di comprenderla, dominarla e piegarla ai propri interessi e alle proprie esigenze, non saranno più ingranaggi, ma persone: autori consapevoli di una società nuova. L’intuizione che chiude il libro dissolve così il dilemma artificioso “ambiente/lavoro”, individuandone la matrice nella stessa alienazione che si manifesta in forme evidenti nella condizione della classe operaia, ma che in realtà permea la percezione generale del mondo in un orizzonte capitalista. Il lavoro si contrappone all’ambiente fin quando esso non è in grado di controllare le condizioni della sua stessa riproduzione – date dal capitale, che le orienta in vista del profitto –; divenuto padrone di sé stesso, il lavoro può decidere cosa, come e per quali obbiettivi produrre – e, dunque, a quali rischi sottrarsi. Leogrande ha così il merito di attualizzare la migliore tradizione della sinistra (di ispirazione marxista e non – si pensi a Robert Owen o alla Christian Left di Karl Polanyi), offrendo alla trattazione del “caso Taranto” un contributo di idee quanto mai prezioso, dato il livello mediamente asfittico del dibattito intorno alla questione.        

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