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Chi ha paura del decreto ILVA?

Chi ha paura del decreto ILVA?

Sembrano tornati i tempi di Alighiero De Micheli e delle crociate contro il timido riformismo democristiano in Confindustria. Per scatenare timori e tremori del padronato italiano è bastato il decreto ILVA varato martedì dal governo. Megafono del malessere, ovviamente, le colonne del Sole 24 Ore. Da queste pagine ieri il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha lanciato la parola d’ordine: il commissariamento della più grande azienda siderurgica italiana rischia di essere “un pericolosissimo precedente”. La preoccupazione è legata al fatto che “la norma (…) vale per tutti i siti di interesse nazionale, che fino a oggi sono tutte le fabbriche con più di 200 addetti, vale a dire la media e grande impresa nazionale”. Più morbido Giorgio Squinzi – non annoverabile fra i “falchi” di viale dell’Astronomia –: per il presidente degli industriali italiani la questione centrale resta la certezza dei diritti di proprietà, senza la quale si rischia di spaventare eventuali investitori stranieri. Argomento che sembra ripreso senza sostanziali modifiche dalla posizione che la stessa Confindustria assunse nel dibattito sulle nazionalizzazioni, a cavallo fra anni ’50 e ‘60.

Sulla stessa linea Squinzi-Gozzi gli altri presidenti di categoria, interpellati oggi dal Sole. L’opinione generale sembra abbastanza chiara: l’ILVA è un caso straordinario; non si può estendere il provvedimento adottato nei confronti di quell’azienda a tutte le realtà richiamate nel decreto. Insomma, in barba a qualsiasi principio di omogeneità del diritto, si caldeggia la legge “ad aziendam”: attorno al colosso siderurgico va costruito uno spesso cordone sanitario, una sorta di quarantena, in modo che il “male” del commissariamento resti ben circoscritto a quel solo caso. A conferire marchio di infallibilità alle opinioni dei rappresentanti degli imprenditori viene chiamato nientemeno che Lorenzo Bini Smaghi, già membro dell’executive board della BCE (in quota “falchi”). Giusto per far intendere che certi propositi proprio non sarebbero ben graditi laddove di fatto si elaborano le politiche economiche degli Stati europei. E quello che sembra davvero intollerabile per il padronato italiano è la possibilità che il decreto degeneri in un’ipotesi organica di politica industriale che persegua, anche attraverso l’intervento pubblico, il miglioramento delle performance ambientali della struttura produttiva del paese.

Ma perché tanta paura? In fondo, se davvero le cose stanno come dicono i dirigenti di Confindustria – e cioè che nei rispettivi settori si sono compiuti passi da gigante in tema di rispetto dell’ambiente –, il decreto resterebbe di fatto circoscritto alla sola ILVA. Il punto è che nessuno meglio di loro sa che condizioni analoghe a quelle in cui quest’ultima ha operato negli ultimi vent’anni sono ben radicate nel sistema produttivo italiano. Lo ha rilevato col solito acume Marcello De Cecco su Affari e Finanza di lunedì scorso. “Non è stata una prerogativa dell’Ilva, adottare questa strategia. Allo stesso tempo la sceglieva una buona parte della industria italiana, che per questo avrebbe pagato cara la crisi del 2008. Meno investimenti, produzione di scarso valore, basata su manodopera di non elevata specializzazione, esportazioni sempre più in concorrenza con paesi emergenti.” Proprio dai bassi investimenti e dalla necessità di affrontare la concorrenza di paesi che praticano disinvoltamente dumping ambientale (oltre che salariale e fiscale) sono emerse situazioni di crescente rischio per la salute e l’ambiente. Un rischio che De Cecco vede addirittura crescere in un ipotetico futuro, a seguito del possibile acquisto dell’azienda da parte di un operatore straniero. “Lo straniero, non potendo, se è vero quello che dicono i giudici di Taranto, continuare la politica di riduzione dei costi mediante inquinamento e vari tipi di reati fiscali e valutari, cercherà o di farsi massicciamente sussidiare la riconversione dell’impianto dallo stato italiano, o detterà le sue regole agli italiani, per ottenere il permesso esplicito di inquinare e violare anche le altre leggi.” In definitiva, l’auspicio di Squinzi sul possibile intervento di investitori stranieri, almeno nel caso di ILVA rischia di trasformarsi nel peggiore degli incubi.

Forse quelle dell’economista abbruzzese sono solo “profezie da Cassandra”; intanto però autorevoli esponenti della maggioranza e del governo, sulle stesse colonne del Sole di oggi, si affrettano a rassicurare gli industriali circa l’eccezionalità del caso ILVA – e dei provvedimenti adottati. L’ex Presidente della Camera (oggi a capo della commissione Esteri), P. F. Casini, e il sottosegretario allo Sviluppo, Claudio De Vincenti (PD), scandiscono quasi all’unisono che, se necessario a chiarire la straordinarietà del decreto, il Parlamento potrà anche modificarlo in sede di conversione in legge. Si tratterebbe di una netta inversione di tendenza rispetto all’atteggiamento mostrato dal precedente esecutivo  lo scorso dicembre, quando il voto sulla conversione del decreto che ordinava il dissequestro degli impianti e dei prodotti del siderurgico jonico fu blindato dalla fiducia.

Mentre queste sono alcune delle voci che, sollecitate da Confindustria, si levano dalla maggioranza, il principale gruppo di opposizione, il Movimento 5 Stelle, sembra tranquillamente ignorare i termini della partita in atto. Nel corso del dibattito svoltosi martedì alla Camera, l’on. cittadino De Lorenzi ha fatto sapere che la posizione dei grillini è chiara: chiusura dell’“area a caldo” dello stabilimento e reddito di cittadinanza per tutti i lavoratori in attesa di ricollocazione nell’auspicata bonifica del territorio. Una proposta buona al più a raccogliere voti a Taranto (è praticamente la stessa con la quale la coalizione ambientalista di Angelo Bonelli alle amministrative del 2012 ha raccolto il 12% dei consensi); ed infatti sabato prossimo i parlamentari “a cinque stelle” saranno nel capoluogo jonico per illustrarla.

Il dibattito parlamentare sulla conversione del decreto rischia così di assumere tratti grotteschi: alle ben rappresentate istanze degli industriali potrebbe contrapporsi la sola propaganda del M5S. Data tale situazione, il risultato si annuncia fin troppo scontato: un bel regalo a Confindustria, con buona pace delle velleità di “conversione ecologica dell’economia” sbandierate dagli stessi grillini in campagna elettorale. E dire che proprio Grillo è stato fra i primi a parlare di risanamento ed esproprio del siderurgico. Forse restando su questa posizione si sarebbe provocato più di un mal di pancia nelle frange più “a sinistra” del PD (magari insistendo sull’incompatibilità presente e futura dei Riva con la fabbrica e con la città), aprendo così una dialettica nella maggioranza e costringendo infine il governo a ricorrere al voto di fiducia sul testo originario… Non sarebbe stata una vittoria da sbandierare nelle piazze, ma quanto meno si sarebbe assestato un primo colpo al fronte padronale su un punto quanto mai delicato.

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