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Susan B. Anthony la 'suffragetta' che non pagò, che gridò giustizia

Susan B. Anthony la 'suffragetta' che non pagò, che gridò giustizia

Il 18 giugno riporta alla memoria la storia di Susan B. Anthony, la suffragetta statunitense che lottò per il diritto di voto alle donne e che osò violare la legge.

Quando nel gennaio 1868, a New York, cominciarono a circolare le prime copie del settimane The Revolution, il motto che seguiva il titolo recitava: "La vera Repubblica- gli uomini, i loro diritti e niente di più; le donne, i loro diritti e niente di meno”. A dirigere quel giornale che faceva storcere il naso ai castigati parlamentari del Congresso, parlando di giustizia sociale e uguaglianza tra i generi e strabuzzare gli occhi agli irreprensibili capitani dello sviluppo a stelle e strisce, battendosi per i diritti degli afroamericani e  per  il suffragio delle le donne, era Susan B. Anthony.

Da tempo, quella donna, pioniera dei diritti civili, girava in lungo e il largo il suo paese e non solo, tenendo comizi, denunciando ingiustizie, organizzando campagne. Negli Stati Uniti della ricostruzione, inebriati dal mito dell’inesauribile industrializzazione, dove trusts e produttivismo battevano il tempo del fideistico laissez-faire e le porte dell’Atlantico si schiudevano alle migliaia di emigrati che iniziavano a solcare l’oceano, quelle di Susan B. Anthony suonavano come parole di ribellione. Già nel corso dei primi anni ’50, prima dello scoppio della Guerra civile fra Unionisti del nord e Confederati del sud, Susan B. Anthony partecipò attivamente al movimento anti-schiavista,  acquisendo un certa notorietà tra le fila dell’opinione pubblica più progressista. Dopo la Convenzione di Seneca Falls, conobbe un’altra importante animatrice dei movimenti femministi: Elizabeth C. Stanton.

Tra loro nacque una lunga ed intensa amicizia, non priva pure di accesi dibattiti, che segnò  uno dei momenti più appassionanti nella storia della lotta dei diritti statunitensi. Nel 1869 le due diedero vita alla National Women's Suffrage Association, organizzazione che si impegnava per il raggiungimento del suffragio delle donne, provando a far breccia nel mondo del proletariato femminile. Negli anni ottanta poi, pubblicarono La storia del suffragio femminile, opera monumentale che ripercorreva le tappe e i temi di quella coraggiosa battaglia. Ma nel corso della sua vita Susan B. Anthony non sfidò solo il conservatorismo del suo tempo e il puritanesimo del suo mondo. Finì presto per sfidare anche il diritto del suo paese, quello per cui si batteva, quello per cui lottava. Era il 1872, quando il magistrato del Distretto di New York la arrestò per aver violato una legge: l’accusa fu quella di aver votato alle elezioni presidenziale del 5 novembre. Alle donne era vietato, e quello di Susan B. Anthony costituiva un reato.

Qualche mese dopo, al processo del 18 giugno 1873,  il giudice Ward Hunt la condannò al pagamento di una multa di cento dollari e al risarcimento delle spese processuali. Fu allora che Susan B. Anthony si alzò in piedi e, davanti alla corte, dichiarò: “Io non pagherò nemmeno un dollaro per la vostra ingiusta condanna”. Corre il tempo, imprevedibile e beffarda sa essere la nemesi del suo corso. In tempi recenti, tra il 1979 e il 1981, e ancora nel 1999, il volto di quell’insolente imputata venne coniato sulle monete da un dollaro in circolazione negli Stati Uniti. Quel dollaro che un secolo prima fu forma di condanna e misura di ingiustizia, peso e pena di un tempo e della sua iniquità.

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