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Il Brasile al tempo dei Mondiali di calcio. Parte seconda

Il Brasile al tempo dei Mondiali di calcio. Parte seconda

Nella patria del calcio, l’organizzazione dei mondiali è stata accompagnata da proteste, scioperi e manifestazioni. Sotto accusa il governo di Dilma Rousseff, che non ha lesinato alcun mezzo repressivo. Ma dietro le immagini che stanno facendo il giro del mondo, v’è molto di più: un paese ricco e complicato che sta affrontando una parabola socio-economica unica nella sua storia.

I mondiali continuano

Fino ad oggi, il Brasile sembra aver superato la prova dei Mondiali. Sui campi di gioco, nonostante i tentennamenti delle prime partite, la Seleçao di Scolari è riuscita ad imporsi nel proprio girone, trascinata dal suo fenomeno Neymar jr. E pure fuori, nonostante i timori per scontri e manifestazioni, l’imponente macchina organizzativa ha continuato a funzionare in maniera piuttosto efficiente. Dilma Rousseff e il PT possono così considerarsi soddisfatti e la sfida elettorale del prossimo ottobre, come dimostrano gli attuali sondaggi, è alla portata di mano.   
L’aitante sfidante del Partido da Social Democracia Brasileira Aécio Neves, spinto a scendere in campo per contrastare il dominio del PT, non ha sfondato ancora e si attesta, secondo le previsioni, attorno al 20%. Le grandi manovre che oligarchie e potentati hanno ordito, cercando di sfruttare il malcontento provocato dall’organizzazione dei mondiali, non hanno insomma sortito gli effetti sperati.    
Prevedere ciò che accadrà nel Brasile dei prossimi mesi è possibile, storicizzare quanto invece si sta muovendo lo è molto di meno. Ciò che è certo è che Dilma Rousseff, per l’intera area progressista, rappresenta ancora il miglior candidato possibile, dal quale far ripartire il paese che verrà.
Nel pieno dell’estate dei mondiali, il Brasile, con buona pace dei media internazionali, pare riflettere la sua immagine migliore: dentro e fuori gli stadi. Una rivincita che parte da lontano e che adesso ha la sua, quasi definitiva, realizzazione.

La pacificazione

La sfida organizzativa per i Mondiali è cominciata tempo fa, tra le inespugnabili viuzze che dal mare si inerpicano su, fra caotiche collinette, o tra i poco accoglienti viali che, dai centri cittadini, conducono alle favelas. Tra tutte, luogo simbolo è la Rocinha, lo slum più grande del Brasile: terra di confine, dove giustizia sociale e criminalità spesso si confondono, come gli occhi dei turisti che negli ultimi anni hanno cominciato ad attraversarla.   
E’ questo l’altro volto del Brasile: quello delle pallottole vaganti dei narcotrafficanti, del sogno futbolistico che veste la maglietta di Adriano, della fame e delle miserie che racchiudono in uno quelle di un intero continente. Ed è qui che il governo centrale e quello federale hanno lanciato la sfida per i Mondiali.
Le UPP (Unidade de Polícia Pacificadora) sono state il fiore all’occhiello per il governatore dello stato di Rio de Janeiro, Sérgio Cabral. Immaginate: per invertire la canonica modalità di guerra nel contrasto della criminalità e del traffico, le UPP, corpi specializzati di polizia che puntano alla liberazione dei territori occupati dalla malavita organizzata, puntano a “ripulire” le zone più pericolose stabilendo contatti duraturi con l’intera popolazione coinvolta.
I miglioramenti nella favela sono stati evidenti. La strategia di rilancio pensata dal Governo non ha previsto solo il lavoro di polizia, ma anche una serie di investimenti per stimolarne la rinascita sociale: come nel caso dei PAC, i programmi di accelerazione della crescita, o la nascita della UPA, il centro di pronto-soccorso sorto nel cuore vivo della comunità. Questi sono il segno di un momentaneo avanzamento, ma il successo del processo di pacificazione dipenderà dal tempo e dalla volontà delle istituzioni nel perseguirlo.

Soldi e speranze

Da questo punto di vista, il Mondiale ha rappresentato una vetrina di lusso da presentare lucida ed impeccabile per il suo inizio. Infrastrutture mastodontiche, nuovi impianti pubblici e privati, strade ripulite: il ritmo implacabile della samba oggi, in termini di PIL, vale tantissimo.   
Il governo c’ha indubbiamente messo del suo, sia per evitare che i costi del Mondiale ricadessero sulle casse nazionali, sia per attirare investimenti che finanziassero il torneo sportivo più seguito al mondo. In questo nesso, che quantitativamente ha messo in circolo centinaia di milioni di dollari, i cortocircuiti sono stati parecchi. Dagli operai morti per le insufficienti norme di sicurezza, ai prezzi esorbitanti che alimentano la sete consumistica delle migliaia di visitatori, fino alla solitudine amazzonica del cemento di Manaus. Il gioco capitalistico ha come sempre i suoi costi, che sono i costi di ieri e i costi di oggi ovviamente: ai quali si sono sommati le storture naturali di un fenomeno quanto mai articolato.
Sotto accusa è finito il processo di “espulsione bianca”. La speculazione edilizia per acquistare terreni dove edificare nuove costruzioni ha infatti, da un lato, causato l’allontanamento di molti residenti nelle aree pacificate verso la periferia; da un altro, ha messo in moto meccanismi di migrazione coatta, all’interno delle stesse città, causando gli annessi problemi di vivibilità, gestione sociale e mantenimento dei servizi primari.   
Finiti i Mondiali, è questo uno dei temi principali sul quale il governo sarà costretto a tornare.

Buon Mondiale, buon Brasile

La strada che porta al 13 luglio, gran giorno della finale al Maracanã di Rio de Janeiro, è lunga. Vincitori e perdenti, in questi giorni, già stanno consumando gioie e delusioni; e così sarà fino a quando solo una squadra alzerà al cielo la Coppa del mondo.   
Ma di sicuro, tra tutte, v’è una squadra che non gioca, fatta di cinici tecnocrati e potenti legislatori, che la sua partita l’ha già vinta: è la FIFA di Joseph Blatter. Al congresso annuale della federazione, che si è svolto il giorno prima dell’avvio del torneo a San Paolo, Blatter ha annunciato in mondovisione che il torneo brasiliano ha portato l’incasso più alto nella storia dei Mondiali.
In questi mesi la FIFA ci ha abituati ad una samba costosissima, che ha imposto il suo ritmo ai ricchi, ai poveri e a tutto il Brasile, obbligando alle sue leggi e asservendo alle sue voglie.   
La più imperscrutabile arte dell’imprevisto, quale è il calcio, anche stavolta fa i conti con quelli che da sempre provano a manipolarlo, piegandolo agli interessi della finanza. Di riflesso anche il Brasile, il più imprevedibile dei Paesi a sud dell’Equatore, ha dovuto adagiarsi, cercando un compromesso difficile con quegli stessi interessi. Questi, il 13 luglio, lasceranno Rio de Janeiro, San Paolo e Salvador de Bahia, la samba per un po’smetterà di suonare e allora il Brasile tornerà a guardarsi con i postumi della sbornia calcistica e con i segni della lunga partita mondiale.

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