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Viaggio in Brasile al tempo dei Mondiali

Viaggio in Brasile al tempo dei Mondiali

Nella patria del calcio, l’organizzazione dei mondiali è stata accompagnata da proteste, scioperi e manifestazioni. Sotto accusa il governo di Dilma Rousseff, che non lesinato alcun mezzo repressivo. Ma dietro le immagini che stanno facendo il giro del mondo, v’è molto di più: un paese ricco e complicato che sta affrontando una parabola socio-economica unica nella sua storia.

Verso la coppa, i riflettori si accendono

Nell’ormai lontano ottobre 2007, a Zurigo, durante la cerimonia per l’assegnazione della sede per i Mondiali del 2014, a rappresentare il Brasile, rimasto unico candidato, c’erano il calciatore Romário, il presidente Lula e lo scrittore Paulo Coelho. Tre figure, a modo loro, fortemente espressive del nuovo volto del Brasile del XXI secolo. Dopo la proclamazione, in molti, e in America Latina, e fuori, misero in dubbio sin dall’inizio le capacità organizzative del paese carioca, richiamando alla memoria i terribili ritardi che caratterizzarono il Mundial del 1950. Quasi a voler calare la scure della condanna secolare sull’efficienza brasiliana. Molti altri, invece, lanciarono subito l’allarme sulle possibili conseguenze che una manifestazione di questo genere, catalizzatrice di investimenti spropositati, avrebbe potuto innescare. Quasi preconizzando quanto tra le strade e le piazze brasiliane è accaduto e accade da ormai due anni.

Con l’avvicinarsi dell’apertura dei Mondiali, i grandi mezzi di comunicazione internazionali hanno acceso i riflettori sul Brasile raccontando, con tutta la risma di pregiudizi e stereotipi, la realtà carioca: un caleidoscopico mondo di storture politiche e complessità sociali non traducibile con i parametri classici, e che sottintende una molteplicità unica di contraddizioni e speranze. All’atavico paternalismo occidentale, si è aggiunto così un mix di mezze verità e bugie conclamate, come quella sui bambini ammazzati a Fortaleza, che ha fornito un’immagine volutamente mistificata del Brasile del XXI secolo. Se infondate sono state le critiche rivolte al governo, accusato di tagliare i fondi per l’istruzione e la sanità, incomplete sono state le denunce verso fenomeni, quali la repressione poliziesca e la prostituzione minorile, che attanagliano da decenni la società brasiliana. Drammi, questi ultimi, che gridano da sempre alla violazione dei diritti umani e che per troppo tempo sono rimasti inascoltati.

I paradigmi europei di osservazione non hanno scardinato, quindi, schematismi mentali precostituitisi, né hanno avuto la capacità di riequilibrarsi per leggere criticamente l’evoluzione della realtà brasiliana. A farne le spese è stato il senso generale dell’informazione: che ha destituito, da un lato, il cammino progressista di un certo Brasile, che ha semplificato, da un altro, il significato profondo delle attuali proteste. Perché queste ultime sono indissolubilmente legate al, più ampio e generale, contesto storico-economico che le ha a lungo covate.

Il Brasile del PT: sfide e speranze di un paese nuovo

All’inaugurazione dei Mondiali, nello stadio Arena Corinthians, dalla tribuna una bordata di fischi ha saluto la presenza della presidentessa Dilma Rousseff. A occupare quelle costose poltroncine v’erano giovani e meno giovani della borghesia paulista: l’altra faccia delle proteste brasiliane, che fa da contraltare alle manifestazioni di lavoratori e studenti. La scelta di organizzare il torneo di calcio più prestigioso al mondo è stata presa dal governo brasiliano oltre dieci anni fa, in un paese già in via di trasformazione e animato da tutte le contraddizioni che lo abitano dalle eleganti strade di Ipanema alle pericolose favelas come Rocinha.

Il grande factotum del Brasile odierno è il Partido dos Trabalhadores, il partito che da oltre dieci anni governa il paese e che ha portato alla presidenza prima l’ex operaio Lula, poi l’ex guerrigliera Dilma Rousseff. Splendori e miserie del Brasile odierno sono, in gran parte, il risultato della sua azione di governo. In poco più di una decennio, come molti standard internazionali hanno confermato, il paese ha compiuto importanti passi in avanti nel senso del progresso sociale. L’istruzione pubblica, grazie a programmi di miglioramento scolastico come Proni e Pronatec, è migliorata complessivamente, innalzando significativamente la soglia di alfabetizzazione ed elevando la qualità dell’insegnamento. Parimenti la sanità ha conosciuto un importante sviluppo, sfruttando non solo gli investimenti nazionali ma anche progetti internazionali che, come nel caso dell’assunzione di medici cubani, hanno esteso le coperture mediche anche alle aree più difficili. La disoccupazione, incentivata da un notevole afflusso di credito privato, è crollata e pure l’inflazione è stata contenuta. Oltre le cifre statistiche e i codici numerici, è questo lo spettro generale che ha permesso al Brasile di riscattarsi dal suo secolare ritardo, portando milioni di persone fuori dalla povertà e intere generazioni sulla soglia della dignità. E se scioperi e manifestazioni, come in questi mesi, sopraggiungono è perché parte della società brasiliana vuole improrogabilmente continuare il suo cammino di progresso sociale e sviluppo collettivo.

Ma le storture e le contraddizioni, di un processo ancora in fieri, permangono, e talvolta drammaticamente.

L’IPEA, che è un organo federale, denuncia ancora un enorme scarto tra ricchi e poveri, nell’ordine di 175 a 1; oggi 18 milioni sono le persone che vivono al limite tra l’indigenza e la miseria; inefficiente è poi il sistema generale di trasporto pubblico per un paese troppo grande per la sua capacità infrastrutturale; l’industria agroalimentare continua, nonostante molti sforzi, la sua opera di deforestazione dell’Amazzonia e le differenze tra chi detiene tanto o quasi tutto e chi poco e niente persistono, alimentando classismi e piccole forme di segregazione.

E’ questa la faccia più ruvida del Brasile, quella che porta i segni antichi della schiavitù, della dittatura e del dominio estero. E che contemporaneamente costituiscono la sfida principale per il PT, quel PT che è l’obiettivo principale contro cui si scagliano le proteste odierne.

A legare le manifestazioni che attraversano le strade di Fortaleza, Belo Horizonte, Rio de Janeiro e San Paolo v’è un’unica, indistinta, voce: “Perché il governo non affronta seriamente problemi prioritari come la sanità, il trasporto pubblico, la riforma agraria?”. Le ragioni della risposta sono molteplici, come diverse le cause di questi problemi e sicuramente le elezioni presidenziali del prossimo ottobre che diranno molto sulla tenuta dell’attuale governo.

Ciò che è evidente è la netta involuzione che ha caratterizzato il Partido dos Trabalhadores. Il partito, ad oggi, rimane l’alternativa più forte al fronte reazionario e conservatore, ma al contempo convive ancora con le sue intrinseche contraddizioni. Se da un lato, i governi di Lula e di Rousseff hanno segnato una discontinuità netta rispetto all’ordine continentale neo-liberale, aprendo la società alle istanze dei movimenti e ampliando la sfera dei diritti alle fasce più deboli, da un altro ancora forte è il legame con le grandi oligarchie del paese e i gruppi industriali più forti. L’agibilità geopolitica del Brasile nel quadrante globale sta in questo nesso: il paese ha sfondato il muro dei Brics mantenendo calmi i mercati internazionali e garantendo, comunque, continuità all’intervento del capitale estero. Sul piano nazionale, poi, il partito ha finito per confondere l’inziale progetto di paese con quello di potere, adottando sempre più una logica compensativa. Ne è un esempio il progetto della Bolsa Familia, gestito direttamente dai sindaci e soggetto quindi a pressioni elettorali, subentrato a quello più lungimirante di Fome Zero, in grado di emancipare realmente le famiglie più povere e di generare redditi indipendenti.

Alle speranze originarie è subentrato un adattamento troppo naturale ai dettami della realpolitik, che le hanno spesso devitalizzate e mortificate. Per il PT, dunque, le proteste e le manifestazioni odierne costituiscono una sfida essenziale a cui dare risposte dirette ed immediate. Da queste dipende non solo il futuro del partito, ma anche quello del Brasile tutto e del suo progresso sociale in un continente in continua evoluzione.

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