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Vengono da lontano, arriveranno lontano . Gli zapatisti, Marcos e la sua nuova vita

Vengono da lontano, arriveranno lontano	. Gli zapatisti, Marcos e la sua nuova vita

Chiapas, Sudest del Messico, Pianeta Terra, 2014: la morte come unica, catartica, possibilità di altra vita; la vita, nella sua versione di resurrezione laica, come unica possibilità di resistenza sulla morte. Dopo anni di più o meno ostentati silenzi e sporadici interventi, il Subcomandante insurgente Marcos ha ripreso la parola, annunciando di farlo l’ultima volta nelle vesti di Marcos e la prima in quelle del Subcomandante ribelle Galeano (qui l'intervento completo tradotto in italiano).

Lo scorso 24 maggio, in una conferenza stampa dove ha letto il suo comunicato ufficiale, Marcos ha voluto auto-destituire la propria immagine congedandola definitivamente dal passato. E lo ha fatto con la stessa potenza retorica che anni orsono ne accompagnò la nascita: anteponendo cioè la forza collettiva del noi, narrazione ultra-secolare di vite, a quella solitaria e imperscrutabile dell’individuo Marcos, sua voce nel mondo che li aveva dimenticati. E’ questo uno dei tratti più vividi dello zapatismo, un movimento troppo post-moderno per essere letto con i codici della politica tradizionale e al contempo troppo tradizionale per essere compreso con i parametri del tempo presente, profondamente indigeno e visceralmente cosmopolita nella sua indivisibile unità.        
Vengono da lontano ed è per questo che andranno lontano le donne, gli uomini e i bambini che lo compongono, gli esclusi del Messico che non hanno mai smesso di rivendicare la propria millenaria identità e di indicare sul mappamondo dell’oblio le origini della propria cittadinanza.

Il movimento zapatista nacque vent’anni fa sulle selvagge montagne del Chiapas quando, in concomitanza con l’entrata in vigore del Nafta, l’accordo di libero scambio nel Nord-America, imbracciò le armi contro l’esercito federale. A partire da quel momento, Marcos ne acquisì la subcomandancia, diventandone prima capo militare poi guida carismatica, infine icona universale. Durante questo periodo, la lotta zapatista per i diritti si scontrò con difficoltà di ogni genere e non minori furono gli errori commessi dallo stesso Marcos. Ma su tutte, fino ad oggi, a vincere è stata la forza di non soccombere alle violente oscillazioni della storia, che nel frattempo si prendeva la rivincita con la nascita di circa 30 comunità indigene governate con un proprio sistema di giustizia, sanità ed educazione e raggruppate in caracoles.

Vengono da lontano ed è per questo che andranno lontano come in quelle lunghe settimane del marzo 2001 culminate nella storica “marcia zapatista del colore della terra”, che dalla base indigena di San Cristóbal de Las Casas, attraverso undici stati, portò allo Zócalo di Città del Messico le ragioni dei diritti negati al popolo figlio dei maya. “Aquì Estamos!” gridò Marcos al Messico che li aveva dimenticati. In quella storica piazza tutti i mezzi d’informazione, molti intellettuali e tantissimi studenti guardarono per la prima volta agli sconosciuti del Chiapas, guidati dalla comandancia dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, come a donne e uomini del loro stesso paese. Marcos, in quel caso, parlò ai suoi come si rivolse a tutti noi, ne consacrò il passato ma ne prospettò anche un futuro comune, riscattò dalla solitudine del silenzio gli indigeni della Sierra Madre, i contadini della Selva Lacandona, le donne eredi del popolo trotzil ma, al contempo, sembrò parlare anche ai neri del Sudafrica, ai chicanos di San Ysidro, agli zingari della Polonia.

Il movimento zapatista non sarebbe stato ciò che è diventato senza la guida carismatica del Subcomandante. La sua arte della retorica per l’EZLN è stato forse lo strumento più potente per perforare il muro dell’oblio e acquistare, passo dopo passo, una propria visibilità. Marcos è stato un poeta visionario nel tempo vuoto di speranze, uno sgangherato rivoluzionario di fronte ai meglio addestrati eserciti del governo federale, un saggio profeta nel Messico delle illusioni artificiali, un egocentrico combattente nella recita della sua esistenza. L’ultimo guerrigliero che negli anni Ottanta del secolo scorso decise di abbandonare l’università per preparare l’insurrezione armata del Chiapas oggi, sugli schermi della società dello spettacolo, celebra la sua scomparsa definitiva. Il rarefarsi della sua finzione diventa allora rappresentazione collettiva di un immagine che ha saputo essere uno, pochi e tutti nello stesso tempo.

Nel Sud-est del Messico gli stessi che lo crearono lo uccidono per resuscitarlo in un’altra vita ribelle. 
Sono quelli che vengono da lontano ed è per questo che andranno lontano.    

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