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Camp Darby s'ingrandisce. San Rossore diventa corridoio per le armi americane

  • Scritto da  Guido Cioni
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Camp Darby s'ingrandisce. San Rossore diventa corridoio per le armi americane

Riflettori di nuovo puntati sulla base militare americana di Camp Darby, situata nel comune di Pisa al confine con la periferia nord di Livorno, e sul coinvolgimento del territorio nelle operazioni di guerra. Solo negli ultimi giorni è emerso come nel 2016 il Comipar, commissione mista civile-militare italiana e statunitense, ha approvato un progetto rimasto a lungo sotto silenzio per la realizzazione di un potenziamento infrastrutturale dei collegamenti tra Camp Darby e il porto di Livorno. Si prevede la realizzazione di una nuova ferrovia che collegherà il cuore della base militare con la stazione di Tombolo, prevedendo la costruzione di un ponte mobile sul Canale dei Navicelli. Si predispone, inoltre, l’attraversamento per 7 ettari del Parco di San Rossore, con l’abbattimento conseguente di 937 alberi.

Lo scopo strategico appare chiaro: il governo americano e quello italiano decidono, senza una dimensione pubblica di discussione, di aumentare il potenziale di rifornimento bellico (armi, munizioni, esplosivi, veicoli per le forze aeree e terrestri dell’esercito USA) in transito dal porto di Livorno e dalla base militare verso gli scenari di guerra internazionali. Una decisione a prima vista in contrasto con la svolta del 2015, quando il Pentagono, annunciando un taglio di 500 milioni annui al bilancio militare, prevedeva anche il ridimensionamento territoriale dell’area sotto giurisdizione militare americana. La lettura incrociata dei diversi interventi rivela adesso come non sia affatto messa in discussione la centralità strategica della base nelle operazioni belliche nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Tutto questo in un contesto geo-politico internazionale che si trascina dietro da anni crisi regionali irrisolte, interventi militari destabilizzanti da parte delle potenze occidentali e venti di guerra sempre più insistenti.

Il totale silenzio per più di un anno sul progetto la dice lunga sulla possibilità di prendere parola su interventi di questa natura. La dizione Opera strategica per la salute dell’uomo e la sicurezza nazionale nasconde una totale sottrazione della capacità di controllo della cittadinanza e su profonde modifiche al territorio, sia nella sua conformazione paesaggistica sia nel ruolo strategico che gli viene conferito. Lo scorso 26 aprile il Consiglio Direttivo dell’Ente-Parco di San Rossore ha di fatto approvato il progetto, nonostante l’opera sia in contrasto con il Piano Territoriale del Parco e con il Piano di Gestione delle tenute di Tombolo e Coltano: in qualità di opera destinata alla difesa nazionale gode dell’esonero dal controllo della conformità urbanistica. Nemmeno l’esito negativo della Valutazione d’Incidenza, obbligatoria in quanto l’area è protetta da direttive comunitarie, impedirà l’opera, ma strapperà al massimo misure compensative. Decisamente contraddittorio l’approccio dell’amministrazione comunale pisana: il sindaco Marco Filippeschi (PD) ha negato che il Comune sia stato direttamente informato del progetto, ma queste dichiarazioni sono stridono non solo con l’informazione preliminare del Comipar destinata a tutte le istituzioni coinvolte (Comune di Pisa, Sovrintendenza, Ente Parco di San Rossore), ma anche con la risposta dell’assessore Ylenia Zambito in Consiglio comunale in occasione del question time sul tema promosso dal gruppo consiliare di Una città in Comune. Inoltre, è da sottolineare come gli interventi degli enti locali per l’allargamento del Canale dei Navicelli si iscrivono nella stesso logica della nuova opera in questione.

Tutta la vicenda solleva una serie di questioni dirimenti: la sicurezza per chi abita e transita in un’area che vedrà un netto incremento del transito di armamenti e rifornimenti bellici; la mancanza di una vera trasparenza su quanto accade all’interno della base militare, dal 1951 in mano americana; lo sfruttamento a fini militari di un migliaio di ettari al confine con due dei principali agglomerati urbani e industriali della costa toscana; la complicità de facto degli enti locali nel tenere nascosto il progetto all’opinione pubblica. Questi punti saranno al centro della manifestazione che si terrà il 2 giugno alle 10.30 ai cancelli di Camp Darby, indetta dalla Campagna territoriale di Resistenza alla Guerra – Area Pisa e Livorno recentemente promossa da collettivi e comitati per la pace, attivisti dei movimenti sociali e forze politiche della sinistra d’alternativa.

Proprio l’impostazione e della manifestazione ci parla di un’esigenza profonda: rimettere in moto le energie pacifiste e antimilitariste in una battaglia generale contro la guerra e una geo-politica internazionale fortemente condizionata dalla politica di potenza e da interessi economici di matrice neo-coloniale. In questo contesto il 2 giugno, festa della Repubblica che secondo l’articolo 11 della Costituzione «ripudia la guerra», si configura come un passaggio importante per riaprire uno spazio di mobilitazione contro la guerra. Un’esigenza ancora più impellente se pensiamo al circolo vizioso innescato dagli interventi bellici in contesti regionali segnati da crisi decennali, migrazioni di massa da parte delle popolazioni colpite e politiche di frontiera fatte di spinte xenofobe, respingimenti, accordi con dittatori e regimi che negano i basilari diritti umani.

Camp Darby riveste da tempo un ruolo strategico centrale nelle operazioni belliche che investono il Mediterraneo, il Medio Oriente, i contesti africani. Da lì sono passati i rifornimenti bellici per la II Guerra del Golfo nel 2003, più di recente per gli interventi militari in Yemen e in Siria. La questione ha una forte portata nazionale di cui tenere conto e che necessita di una riflessione da partedelle forze sociali e delle forze politiche d’alternativa per approfondire le difficoltà e i limiti incontrati negli anni dal movimento per la pace . Negli anni di maggiore intensità di questo movimento Camp Darby è stata anche teatro di proteste e azioni di boicottaggio, a partire dai train stopping dei primi anni duemila: è importante che da questa nuova urgenza che stiamo affrontando si alzi un netto No alla realizzazione del progetto di potenziamento di Camp Darby e che, al tempo stesso, si rifletta su come rilanciare un’iniziativa politica su scala nazionale per mettere in discussione lo sfruttamento del territorio a fini bellici, le politiche di guerra, l’enorme quantità di risorse pubbliche destinate alle spese militari, per dare nuova spinta alla riconquista della decisionalità sul proprio territorio da parte delle popolazioni.

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