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Cosa intende il Movimento 5 Stelle quando pensa al superamento della democrazia rappresentativa

  • Scritto da  Luigi Felaco
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Cosa intende il Movimento 5 Stelle quando pensa al superamento della democrazia rappresentativa

Quest’estate Davide Casaleggio ha definito come “inevitabile” il superamento della democrazia rappresentativa e quindi del parlamento, scagliandosi contro i burocrati della politica ed esaltando la partecipazione diretta della persona senza l’utilizzo dello strumento della delega ad un soggetto di mediazione (il rappresentante politico).

Ma come intendono esattamente arrivare a questo punto?

Alcune dichiarazioni già in passato si sono fatte notare. Ce ne sono tante sulla webdemocracy, ma nel Febbraio 2018 Beppe Grillo direttamente dal suo blog consigliava vivamente la lettura di un libro: “Contro le elezioni”, edito da Feltrinelli, di David Van Reybrouck ricercatore, giornalista e poeta belga che propone, scrive Grillo “di abolire le elezioni, di non scegliere più con il meccanismo elettorale.”

In realtà, il testo, nella prima parte, analizza la crisi democratica che attraversa il mondo e l’Europa; il drastico calo di affluenza alle urne, la sfiducia nei governanti e nel sistema elettivo, il venir meno del sostegno e quindi della legittimità da parte dei cittadini nei confronti dei governi e dei parlamenti, l’avvento della tecnocrazia e dei populismi, le colpe della democrazia rappresentativa. Ma è la seconda parte del testo a piacere molto a Grillo, quella dove si parla della proposta di un “rinnovamento democratico nel futuro” come soluzione ai mali degli ultimi decenni politici: Le assemblee estratte a sorte – una democrazia basata sul sorteggio – un sistema birappresentativo.

Un’idea che viene dagli anni ‘80:

Già nel 1985 Michael Phillips, banchiere noto negli anni ’70 per essere stato il “cervello” della MasterCard, scrive e suggerisce insieme a Ernest Callenbach di trasformare la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, a suo dire troppo corruttibile, in camera “rappresentativa”, proponendone appunto il sorteggio dei membri. Doveva trattarsi, secondo la proposta, di una camera che andava aggiunta a quella di un Senato di cittadini eletti, composta da cittadini presi a caso, sorteggiati dalle liste esistenti di giurati che avrebbero assunto per ben tre anni le funzioni di rappresentanti al Congresso.

Secondo Van Reybrouck, anche Hubertus Buchtein ha sostenuto per anni la creazione di una Camera supplementare, non a livello nazionale ma sovranazionale: Un secondo Parlamento europeo, composto da duecento cittadini rigorosamente sorteggiati sulla totalità della popolazione adulta dell’Unione europea, la House of Lots. La partecipazione, secondo la proposta, doveva essere obbligatoria e le condizioni finanziarie appetibili, affinché non fosse praticabile ritirarsi. Questo secondo parlamento avrebbe avuto iniziativa legislativa e diritto di veto, il tutto per contrastare il deficit democratico venutosi a creare in Europa.

Beppe Grillo riprende la proposta più volte, ad esempio sul suo blog ha minacciato di selezionare “i cittadini portavoce in parlamento” del Movimento 5 Stelle proprio tramite il sistema del sorteggio casuale, subito dopo lo scandalo delle mancate restituzioni dei rimborsi parlamentari al movimento e il venir meno del mantra sugli scontrini.

La democrazia insomma è come l’argilla, sostiene Van Reybrouck, si adatta alla sua epoca e ora è arrivato il momento della democrazia a sorteggio. L’autore assicura si tratti di una procedura volutamente neutra che permette di “ripartire le chance politiche equamente e di evitare i disaccordi. “Il rischio di corruzione è attenuato, la febbre elettorale di dissipa e si rafforza l’attenzione per il bene comune. I cittadini sorteggiati privi di competenze avranno a loro disposizione un intero ufficio di tecnici pronti ad consigliare e accompagnare le deliberazioni, ma soprattutto avranno una carta vincente: la libertà, poiché non hanno bisogno di farsi rieleggere”.

Conseguenza non secondaria – continua Van Raybrouck - dovrebbe essere il compenetrarsi vicendevolmente; il cittadino sorteggiato, nei panni del legislatore, tornerebbe a casa consapevole della complessità della mediazione politica e il politico smetterebbe di guardare gli altri cittadini solo come target commerciali, indici di ascolto, maturando maggior fiducia nella loro capacità di prendere decisioni razionali. Insomma, il modello birappresentativo, composto da una rappresentanza nazionale che sia il risultato di un meccanismo che associ elezione e sorteggio, modello elettivo e modello aleatorio, rappresenterebbe la soluzione ottimale alla crisi democratica che il mondo sta attraversando.

Oggi, a difendere la democrazia rappresentativa c’è tutto il fronte delle destre. Nell’altro schieramento non se ne discute o non se ne discute diffusamente.

Casaleggio è sicuro che il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile, ma la difesa acritica di quest’ultima portata avanti da alcuni analisti politici fa più male che bene.

Il punto di partenza è sempre la crisi democratica, che esiste ed è sotto gli occhi di tutti: nel 1999-2000, il 33% delle persone intervistate, in uno studio di settore, approvava l’idea di un leader forte che non doveva tener conto delle elezioni o di un parlamento; nel 2005-2008 questa percentuale era salita al 38,1%. In termini di fiducia, il 52% degli intervistati dava poca o nessuna fiducia al governo, il 60,3% al parlamento e il 72,8% ai partiti politici.

La mancanza di fiducia verso partiti, leadership che durano il tempo di una sola serie tv, alleanze sempre più mutevoli, spingono tanti cittadini a non credere più nel sistema della democrazia rappresentativa, ma qualcosa sta cambiando.

I dati dell’affluenza alle elezioni in ordine sparso in Europa, stanno lentamente risalendo, si sta aprendo una fase di forte partecipazione emotiva alle questioni politiche, affrontate dagli stakeholders sempre in maniera più netta e divisiva, soprattutto nella dimensione pubblica del dibattito.

In sostanza per molti elettori, oggi la politica sta tornando credibile, anche se messa alla prova sulle politiche di destra, sulle “politiche del pugno duro”. Una sfida dal basso verso l’alto per “passare dalle parole ai fatti”, un circuito che si nutre di sé stesso e che va dallo sdoganamento della violenza dall’alto e corrisponde sempre più allo sviluppo del consenso dal basso.

Per Grillo e Casaleggio la soluzione è far affrontare i problemi della nostra comunità ad alcuni cittadini sorteggiati, senza un’idea del mondo alle spalle, senza sapere in che direzione politica la somma di tutte le misure legislative varate devono essere indirizzate. Insomma un approccio questione per questione, punto su punto, partendo, secondo i promotori di questa teoria, dalla neutralità dei soggetti cooptati nel parlamento composto in modo aleatorio affinché questo possa favorire legittimità ed efficacia. Il pericolo è che senza prospettiva, ad averla vinta saranno facilmente le politiche di destra, le risposte immediate, quelle più facili, quelle reazionarie o populiste.

Esistono vie alternative a quella di click non informato dietro uno schermo, il sorteggio e il rapimento di cittadini per tre anni e lo scempio degli accordi nelle segrete stanze dei partiti della seconda repubblica?

Le esperienze di democrazia diretta, quelle di democrazia partecipativa e di democrazia deliberativa non mancano nel mondo e persino nel nostro paese, ma nessuno sembra puntare su quest’ultime.

Il punto è che o un processo della partecipazione alla decisione è aperto a tutte\i o non lo è. Il fatto che sia aperto ad una elite di cittadini sorteggiati o ad un gruppo di notabili, rileva fino ad un certo punto.

Dovremmo investire sulla formazione diffusa, puntare sull’aumento della discussione pubblica e informata e nei processi deliberativi aperti e quindi più rappresentativi perché di massa. Non solo un sì o no ad un referendum, ma consigli consultivi, forum partecipativi, giurie di cittadini, progetti integrati, progetti strategici settoriali, proposte di legge ad iniziativa popolare e discussione obbligatoria entro 30 giorni per il parlamento e soprattutto bilanci partecipati ad ogni livello istituzionale e amministrativo.

La partecipazione del cittadino è una condizione categorica per il potere del Cittadino. Ciò significa che esiste una sostanziale differenza tra il voto rituale e l’avere il reale potere necessario per influire sull’esito del processo. “Ogni processo che non trasferisca potere è una manipolazione dell’opinione pubblica” Arnestein (1969).

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