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Svolta a New York: Bill de Blasio il nuovo sindaco, il voto chiude l’era Bloomberg

Svolta a New York: Bill de Blasio il nuovo sindaco, il voto chiude l’era Bloomberg

Dopo una campagna elettorale travolgente, il candidato democratico Bill de Blasio è il nuovo sindaco di New York. In molti su di lui hanno riposto la speranza di cambiamento ed ora attendono i risultati.

La lunga rincorsa

Quando lo scorso gennaio ha lanciato la sua candidatura, Bill de Blasio appariva poco più che un gregario rispetto ai suoi più quotati sfidanti di partito, gente come Christine Quinn, speaker del New York City Council, o Bill Thompson, già avversario dell’ora uscente Michael Bloomberg nel 2009. Politico esuberante, rappresentante dell’ala più liberal del partito democratico, alle primarie di settembre ha sovvertito gerarchie e rovesciato pronostici. E nel giro di poche settimane da outsider è diventato l’uomo di punta del partito democratico per la carica di sindaco, ricevendo l’endorsement di celebrità come Sarah Jessica Parker, Harry Belafonte, del governatore del Vermont Howard Dean e dell’economista Joseph Stiglitz. I motivi del suo rapido successo stanno nella sua strategia, spregiudicata nelle proposte e convincente nelle soluzioni, e nella sua capacità di sfondare a sinistra ma pure di coinvolgere i più moderati. Il filo conduttore della campagna elettorale, condotta quartiere per quartiere, comizio dopo comizio, è stato il “racconto delle due città” da riunificare: quella della metropoli finanziaria di Wall Street, governata dal rampantismo della sua vorace finanza e quello della metropoli urbana, trafitta dalla povertà e segnata dalle disuguaglianze. In molti, a proposito, hanno parlato di “populismo urbano” per definire il discorso propagandistico portato avanti da de Blasio, un discorso assai affascinante ed incentrato su una piattaforma politica che tiene dentro tutte le sfide storiche della sinistra statunitense, dall’interventismo roosveltiano, ai richiami all’integrazione razziale di ispirazione kennediana fino ai temi più cari, dell’ambiente e delle ingiustizie sociali, del recente movimento di Occupy Wall Street.

Al pari di questa narrazione capace di far breccia nell’elettorato newyorchese, la proposta di de Blasio, politico sicuramente non convenzionale e sui generis rispetto agli  esponenti della sinistra anglo-sassone, si è contraddistinta al contempo per alcune posizioni fortemente identificative per il mondo progressista statunitense. Convinto oppositore dello “stop and frisk”, un programma speciale che dà alla polizia la possibilità di fermare e perquisire un cittadino senza avere prove di attività illegale, e sostenitore dell’aumento delle tasse per i cittadini con redditi superiori ai 500.000 dollari per il finanziamento di programmi di asili nido e doposcuola, l’intera  campagna di de Blasio è stata in grado di restituire entusiasmo ad una città, New York, e ad un elettorato, quello democratico, frustrati da anni di amministrazione Bloomberg, in cui il conto delle promesse mancate si è rivelato assai più alto di quelle realizzate.

Politico autenticamente progressista, ma pure pragmatico e scaltro e non senza contraddizioni.

Di sicuro, Bill de Blasio dà la sensazione di essere un candidato di sinistra. E questa appartenenza traspare dalla sua immagine e dalla sua storia personale. Nato col nome di Warren Wilhelm Jr. nella città di Cambridge nel Massachusetts, una volta arrivato a New York ha assunto il cognome de Blasio dalla madre Maria, figlia di immigrati italiani originari della provincia di Benevento. Proprio a New York, nel 1991, ha poi conosciuto la sua attuale moglie, Chirlane McCray, scrittrice e attivista afro-americana, all’epoca lesbica dichiarata, da cui ha avuto due figli, Chiara, di 18 anni, e Dante, di 15. Sin dalle prime battute, la sua famiglia multietnica lo ha seguito nella campagna elettorale dimostrandosi capace di far breccia nell’immaginario collettivo newyorchese, sia tra le minoranze etniche latino-americane e caraibiche, sia tra i ceti progressisti della città che l’hanno assurta subito come modello di integrazione.

Quello di de Blasio è un curriculum politico di lungo corso, iniziato verso la fine degli anni Ottanta tra i corridoi del Dipartimento di Giustizia di New York, coniugato con un forte impegno sociale, che negli anni lo ha portato abbracciare in prima persona la causa della rivoluzione sandinista in Nicaragua e a schierarsi dalla parte dei ceti metropolitani più deboli. Ma al di là di questi aspetti, la biografia di de Blasio parla anche, e soprattutto, di un politico assai più pragmatico della sue stessa apparenza. Tra il 1990 e il 1993, sotto l’amministrazione Dinkins è stato assistente di Bill Lynch, uno dei guru politici del sindaco democratico, mentre successivamente, nel corso degli anni ‘90 ha curato sempre a New York la campagna elettorale presidenziale di Bill Clinton e quella della moglie Hillary, candidata al Senato nel 2000. Capace di impressionare per la sua visione progressista della società e per la sua proposta politica, nello stesso tempo, de Blasio si è mostrato capace di muoversi spavaldamente nei meandri della amministrazione newyorchese. In molti, infatti, lo hanno criticato per il suo eccesso di pragmatismo e per la sua spregiudicatezza nello scendere a compressi coi poteri forti della città. Come nel caso della mancata bonifica del canale Gowanus, quando si è schierato al fianco di un’azienda privata interessata alla questione, o come quando ha appoggiato il controverso progetto di riqualificazione dell’Atlantic Yards, destinato ad ospitare il palazzetto dei Brooklyn Nets, attirandosi le critiche di diversi gruppi civici cittadini.

Le sfide del dopo-elezioni

Certo è che la possibile vittoria di de Blasio rappresenterà di sicuro un momento di svolta per il mondo democratico statunitense. Tra speranze e promesse da concretizzare e mantenere. Di fronte all’inconsistenza elettorale dello sfidante repubblicano Joseph Lhota, che ha condotto una campagna elettorale sterile e fortemente segnata dal suicidio compiuto dal suo partito a livello nazionale rispetto alla questione del debito, Bill de Blasio è apparso di certo più capace a convincere e aggregare l’elettorato attorno a un programma di cambiamento. Oggi però per i democratici e per lo stesso de Blasio il cammino è tutt’altro che in discesa. E deve fare i conti con la realtà concreta che le sfide gli impongono.

In primo luogo, la nuova amministrazione dovrà misurarsi con quelle che sono le rivendicazione di movimenti di protesta come Occupy Wall Street, che incalzano per la risoluzione concreta di bisogni stringenti: su tutti il diritto alla casa e la lotta alle disuguaglianze. La città di New York rimane pur sempre un crogiuolo di conflitti profondi , dove oltre il 20 % degli  abitanti vive sotto la soglia di povertà e la criminalità rende i suoi quartieri periferici tra i luoghi più pericolosi al mondo. In secondo luogo, a fare da contraltare alle promesse di de Blasio c’è la riluttanza del governatore Andrew Cuomo, poco incline ad assecondare l’aumento delle tasse per paura di veder scappar via i paperoni miliardari, che da sempre hanno trovato rifugio nella tolleranza fiscale della città di New York e dell’omonimo stato. Cuomo ha infatti diritto di veto rispetto alla legislazione del sindaco, ed è probabile che nelle prossime settimane si possa verificare qualche cedimento in favore delle potenti lobby finanziarie che muovono percentuali esorbitanti dell’economia della “Grande Mela”. Il tutto, mentre sullo sfondo resta sempre più appannata l’immagine dei democratici americani. Dopo il pericoloso groviglio creatosi attorno alla questione siriana e il recente caso dello spionaggio della NSA, che in questi giorni ha assunto le dimensioni dello scandalo internazionale, Barack Obama e i democratici statunitensi pagano una serie di indecisioni e passi falsi. D’altro canto lo slancio che ha caratterizzato la speranza iniziale della presidenza Obama può ritornare solo attraverso un rinnovamento della proposta democratica, che ridia dal basso la speranza per il cambiamento.

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