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Per i morti di Reggio Emilia, e per la speranza del loro luglio

prima pagina dell'unità morti di reggio emiliaSi chiamavano Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Erano operai e antifascisti, furono partigiani, si ricordano come i morti di Reggio Emilia. Era il 7 luglio 1960 di un’estate nata sotto i peggiori auspici di un governo Tambroni smaccatamente reazionario, espressione di quello che alcuni storici hanno chiamato il  "partito Gladio" guidato dai ministeri di Antonio Segni e Giulio Andreotti. E fermamente deciso a ripagare il debito dell’appoggio parlamentare al MSI, condendogli a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza e simbolo indelebile della liberazione italiana, la autorizzazione a svolgere il suo sesto congresso.

 

I giovani, le donne e i camalli della città guidati dai principali esponenti del PCI e del PSI, interpretando la scelta come una provocazione di un certo fascismo mai realmente soffocato, però insorsero. E nel capoluogo ligure si successero giorni di scontri. Ma lo sdegno e la rabbia dilagarono anche in altre città: Milano, Torino, Roma, Livorno.

E il 7 luglio fu la volta di Reggio Emilia, la volta dei “ragazzi con la magliette a strisce”. Dopo l’annuncio della CGIL di indire uno sciopero, oltre 20.000 manifestanti affollarono le strade della città emiliana. Il giorno prima la prefettura aveva vietato qualsiasi tipo di assembramento pubblico, e concesso soltanto la possibilità di tenere un comizio alla sala Verdi. Ma il luogo era troppo angusto, la partecipazione assai ampia, e i reggiani decisero di radunarsi davanti al monumento ai Caduti, tenendosi compagnia cantando canzoni di libertà. Alle quattro e mezzo del pomeriggio del 7 luglio però iniziò il peggio. Una carica di un reparto di 350 poliziotti, al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico, si scagliò con violenza contro i manifestanti, attaccando con le camionette e lanciando fumogeni e potenti getti d’acqua.

Nell’arco dell’intero pomeriggio furono sparati centinaia di colpi. Di fronte a quei fatti, in faccia alla sua gente, nel luglio 1960 lo Stato italiano mostrò il suo lato più crudele, eco di una brutale dittatura non lontana nel tempo. Lo stesso presidente Fernando Tambroni, qualche settimana prima, aveva dato alle forze dell’ordine libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza".

Dopo quei giorni di scontri, rabbia e contestazione si contarono undici morti e parecchie decine di feriti. Di aspetti controversi nemmeno ne mancarono; oltre chi ha ricordato come fosse stato immaginato l’arrivo a Genova del principe Valerio Borghese, alcuni studiosi hanno ipotizzato una regia dietro quei fatti, interna alla DC e volta ad allontanare il partito da un ulteriore avvicinamento al MSI. Il luglio 1960 rimane ancora oggi una ferita profonda per il paese e per tutti gli antifascisti che vissero quei giorni. Perché la memoria, almeno lei, renda giustizia laddove la morte sopraggiunse e l’oblio rischia cancellare è doveroso ricordare. Magari, facendolo coi versi finali di un componimento di Pier Paolo Pasolini, “Le radici del Luglio”, pubblicato su “l’Unità” al volgere dell’anno 1960.

“Certo, avrei poco da lasciare: qualche verso, ancora, nei cassetti, qualche libro incompiuto, ma anche, nella mia combattuta verità, qualche compiuto sentimento: per esempio, quella luce di Luglio, quel suo duro, potente chiarore che investiva vivi e morti e a tutto dava vita, che fugava ogni ombra d'incertezza e di vergogna, che assorbiva ogni lacrima, e negli occhi,  lasciava soltanto posto alla speranza”.                                                                                                            

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