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United Front: la sfida sudafricana al neoliberismo

  • Scritto da  Vladimir Blaiotta
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United Front: la sfida sudafricana al neoliberismo

Nonostante le prime libere elezioni tenutesi in Sudafrica nel 1994 abbiano decretato la vittoria dell’African National Congress (ANC) di Nelson Mandela e la fine del regime segregazionista, il tema della disuguaglianza sociale continua ad essere uno dei problemi più gravi ad affliggere la “Rainbow Nation”.  Prendendo come parametro il coefficiente di Gini, in cui 0 indica regime di massima uguaglianza e 1 caso limite di disuguaglianza, il Sudafrica vanta un preoccupante 0,63. Il dato risulta ancora più allarmante se si considera che nel 1993 il coefficiente era dello 0,59.

L’intero sistema sudafricano si basa sull’accumulazione di capitale da parte delle imprese private (grandi multinazionali legate all’élite governativa) alle spese di una manodopera non specializzata, razzializzata e a basso costo, con un salario medio di circa 4000 Rand al mese (poco più di 280 euro). Se si legge il dato in coordinato disposto con il tasso di disoccupazione che tocca il 30% (dove 9 disoccupati su dieci sono neri), si ha la cifra esatta di quanto sia profondo il conflitto sociale  e di quanto sia stato incapace l’ANC, da vent’anni al potere, di mettere in pratica le ambizioni socialiste che animarono la lotta di liberazione e la campagna elettorale del 1994. 

Il punto più basso si è toccato sicuramente il 16 agosto del 2012 quando la polizia ha aperto il fuoco su 3000 lavoratori in sciopero presso le miniere della Lonmin a Marikana, uccidendo 34 operai e ferendone circa 70. Una commissione speciale sta cercando oggi di far luce sull’accaduto, e le responsabilità dell’ANC (che ha ordinato il massacro a difesa dei propri interessi e di quelli della Lonmin) risultano evidenti.

In questa spaccatura profonda tra governo e popolazione si inserisce il progetto del National Union of Metalworkers of South Africa (NUMSA) - sindacato dei metalmeccanici - di creare un fronte unito (United Front) che metta insieme tutte quelle realtà politiche e comunitarie che hanno come scopo quello di fermare il regime di sfruttamento neoliberista dell’ANC e dare vita ad una società basata sull’eguaglianza. L’iniziativa nasce nel dicembre 2013, quando il congresso speciale del NUMSA indicò come responsabili della crisi del paese sia l’ANC che la confederazione sindacale – Congress of South African Trade Unions (COSATU) – di cui il NUMSA stesso fa parte, rei di non rappresentare più le istanze del paese e dei lavoratori, ma solo i propri interessi politici ed economici. Da qui il rifiuto del NUMSA di appoggiare la candidatura del presidente uscente Jacob Zuma alle elezioni che si sono tenute nel maggio scorso (vinte poi dall’ANC). Va ricordato che l’alleanza che governa il Sudafrica è composta appunto dall’ANC, dal COSATU e dal South African Communist Party (SACP) e che inoltre il NUMSA è il sindacato con il più alto numero di iscritti all’interno della confederazione (300mila su circa 2 milioni), questo per sottolineare che quanto sta accadendo può rappresentare un’inversione di marcia radicale all’interno delle dinamiche politiche sudafricane.

Dopo mesi di braccio di ferro lo scorso 7 novembre il comitato esecutivo del COSATU ha votato 33 voti contro 24 l’espulsione del NUMSA dalla confederazione, palese tentativo da parte del governo di dividere la classe lavoratrice e indebolire il sindacato, reo di aver messo in discussione l’alleanza tra ANC e COSATU. Ciò nonostante, il progetto United Front (che fa eco allo United Democratic Front, collettivo dei movimenti di lotta contro l’apartheid negli anni 80’) aumenta costantemente raggio d’azione. I comitati locali sono attivi ormai su quasi tutto il territorio e il 13 dicembre il movimento verrà lanciato su base nazionale. Le rivendicazioni che il fronte porta avanti sono semplici e tese a un cambiamento significativo: un salario minimo che consenta di vivere un’esistenza dignitosa; lo stop alla privatizzazione in atto nei settori dell’economia sudafricana, nazionalizzazione dei mezzi di produzione; accesso per tutti a terra, casa, reti idriche ed elettriche; sanità ed istruzione gratuite. Il NUMSA continuerà a mantenere il ruolo di sindacato, indipendente dallo United Front, mentre quest’ultimo diverrà una piattaforma capace di mettere insieme le rivendicazioni dei lavoratori e delle comunità sotto il profilo politico, attraverso processi di presa di decisione democratici e dal basso, in contrapposizione ai regimi “Top-Down” che contraddistinguono non solo la realtà sudafricana (caso eclatante è proprio l’espulsione del NUMSA dal COSATU avvenuta all’interno di un comitato esecutivo che si è espresso senza che i membri della confederazione potessero manifestare il proprio parere) ma oramai la maggioranza dei processi di governance globale.

L’agenda politica dello United Front per ora guarda al proprio futuro più immediato e la nascita di un’alternativa credibile a sinistra dell’ANC sembra già rappresentare per molti un passo in avanti importante in nome di un cambiamento che non può più aspettare. Tuttavia, sebbene lo sguardo sia rivolto all’imminente, non si può fare a meno di pensare che la vera sfida sarà quella di presentare alle elezioni locali del 2016 uno schieramento politico in grado di contendere il potere all’ANC. I militanti ne sono consapevoli e il dibattito sul tema col passare delle settimane sta assumendo un ruolo sempre più centrale.

La promessa tradita della liberazione sudafricana vive ancora nella militanza di quella parte di società per le quale la fine dell’apartheid non ha significato la fine dello sfruttamento, della disuguaglianza e della marginalizzazione. “Enough is Enough” afferma uno slogan che tra i membri dello United Front sta risuonando da qualche mese. La sfida all’ANC è stata lanciata.

Amandla!

Awethu!

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