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Palermo, la Zisa: i cantieri della cultura bene comune

Tra le macerie che l’uscente amministrazione di centro-destra lascerà in dote ai cittadini di Palermo spicca senza dubbio il complesso dei Cantieri Culturali alla Zisa: un cimitero di quella che per (pochi) anni è stata una delle più ricche esperienze di “cittadella delle arti e della cultura” in tutta Italia.

Un tempo sede delle Officine Ducrot da cui sarebbe uscita la mobilia liberty di Montecitorio, i 23 capannoni negli anni '90 venivano restituiti alla città trasformandosi in uno spazio per associazioni culturali, compagnie teatrali, concerti ed esposizioni, una sala cinema e un museo d’arte contemporanea. Un’oasi nascosta nel cemento che sembrava aprire finalmente un piccolo spiraglio a un’idea diversa di città attesa e voluta da troppo tempo: una zona franca di socialità e vivibilità urbana cui il capoluogo siciliano aveva certo scarsa abitudine in decenni di oscurantismo democristiano.

Oggi quei cantieri sono l’immagine più cruda di un sogno finito troppo presto. Le poche lettere metalliche ancora rimaste sull’insegna d’ingresso fanno da didascalia a uno scenario di degrado e abbandono ideale per prossime serie poliziesche o film sulla mafia che fanno l’orgoglio di Palermo. Padiglioni deserti ridotti a discarica, tetti sfondati tra cumuli di ferro arrugginito, installazioni artistiche fatte a pezzi e, solitaria, una superstite sede del Goethe Institut che potrebbe sembrare una beffa agli occhi di un turista tedesco. Dal 2001 e per due mandati di fila il sindaco Cammarata ha lasciato che una simile testimonianza della precedente primavera palermitana diventasse una fabbrica di topi, con un’assenza di manutenzioni e di attenzioni per le politiche culturali che in breve tempo è diventata cronica.

Adesso, a pochi mesi dalle elezioni, lo stesso sindaco ha pensato di dare degna conclusione a questa vicenda sottraendo questo spazio alle preoccupazioni dell’amministrazione comunale con una concessione ventennale a privati e volenterosi imprenditori. Ed ecco da parte del Comune un “avviso a manifestare interesse” per la gran parte dei padiglioni dei Cantieri che farebbe presagire la pubblicazione di un vero e proprio bando di gara per la loro assegnazione, chiudendo ogni ipotesi di gestione democratica e partecipata del loro recupero.

Una partecipazione attiva della cittadinanza che in questi anni è cresciuta e si è raccolta sotto il comitato “I Cantieri che vogliamo”: più di 70 associazioni diverse, centinaia di artisti e semplici cittadini accomunati dallo stesso progetto di far tornare questo luogo un “bene comune” per la città che hanno, come primo atto, risposto con una lettera di diffida al sindaco chiedendo l’immediato ritiro dell’avviso pubblico e l’avvio di un processo partecipato. L’idea di cultura come bene comune da non dismettere o svendere ai privati, ma di cui riappropriarsi come luogo di “democrazia partecipata” attraverso forme di autogestione collettiva approda così a Palermo, forte del sostegno e delle esperienze di Roma, Venezia e Catania, allargando il fronte di una battaglia che riguarda direttamente la qualità della vita urbana, la creazione di spazi gratuiti di socialità e formazione, la possibilità di valorizzazione di talenti artistici che non trovano spazio in questo paese.

Le proposte “in cantiere” sono già tante e mirano alla creazione di servizi e opportunità che il Comune non riesce a fornire: spazi per compagnie teatrali che non hanno sede, laboratori di montaggio video, sale prove e di concerto per dare ossigeno alla scena musicale, la creazione di un museo di arte contemporanea “partecipato” le cui politiche siano trasparenti e monitorabili.

Queste sono solo alcune delle proposte sul tavolo delle assemblee e dibattiti che animeranno la tre giorni, 6-7-8 gennaio, “Cultura Bene Comune” organizzata dal comitato per (ri)aprire alla cittadinanza gli spazi dei cantieri con concerti, mostre e spettacoli, dando vita a un percorso inclusivo per la ricostruzione larga e condivisa di questi 200 mila metri quadri di capannoni abbandonati tra cittadini, associazioni e istituzioni. Un forum aperto a tutti i contributi da cui emergerà il “manifesto” di una campagna in grado di coinvolgere le più attive forze sociali e politiche per la riaffermazione di uno spazio pubblico. Un altro passo in direzione di una rete per la cultura bene comune che parla direttamente alle persone della vivibilità quotidiana dei loro quartieri e da cui prende forma un principio semplice, quanto dirompente per l’attuale politica delle liberalizzazioni e privatizzazioni: la città appartiene ai suoi cittadini e non a una nicchia di “pubblico pagante”.

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