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Omofobia: per fermare i suicidi non serve il vittimismo

Omofobia: per fermare i suicidi non serve il vittimismo

La politica è sempre un racconto di parte. Non esiste un racconto oggettivo della realtà, si può raccontarla solo partendo dalla consapevolezza di essere una “parte” e al contempo di essere di parte.
Questo principio vale anche per le questioni LGBTQI, per questo si può parlare di cultura gay, arte queer o di poesie lesbiche.

La cultura queer non è tale per il tema, ma per il punto di vista. Non basta mostrare due uomini che si baciano per far parte della cultura gay, o mischiare i generi perché sia queer.

Ieri a Roma, in via Casilina, un ragazzo si è suicidato. La causa è legata alla sua omosessualità, ma non sappiamo molto di più: non denuncia atti di omofobia specifici o la non accettazione di sé. Ovviamente una lettera è molto poco per capire una persona, e per questo non possiamo azzardare altre ipotesi. 
Ma dinanzi ad una persona che si toglie la vita ci vuole rispetto. Senza dubbio la comunità gay, o meglio l'insieme di persone non-eterosessuali di Roma, è molto colpita dall'accaduto, come purtroppo è già successo per altri episodi simili; ma occorre attenzione, il confine fra trattare il tema e utilizzarlo speculandoci è molto labile.

Di certo è una strumentalizzazione usare questo episodio per tornare a parlare di legge contro l'omofobia, che nelle sue ultime versioni paradossalmente ammette la legittimità della stessa. Non tanto perché riconduce un evento di per sé intimo e complesso ad uno degli elementi di un dibattito triviale e politicista, ma perché non ha alcuna vera attinenza con l'accaduto.
Il ragazzo non denuncia nessuna aggressione omofoba, l'omofobia che lamenta è quella culturale, ovvero di quel tipo che non può certo essere cancellato da una norma penale, per giunta debole se non addirittura controproducente.

In generale il movimento LGBTQI non deve cadere nella tentazione mediocre del vittimismo. Rifiutare il vittimismo non significa negare che al mondo ci possano essere delle vittime, ma respingere l'idea che quello di vittima possa essere un punto di vista, una parte. Donne, trans, migranti, gay possono essere a volte vittime di aggressioni, ma per poter tornare a stare bene devono abbandonare la condizione di vittima e passare a quella di soggetto attivo, che si difende e si ricostruisce la propria vita.

Anche Stonewall, la rivolta che diede inizio al movimento LGBTQI moderno, poteva essere raccontata come un gruppo di gay e travestite vittime delle polizia, ma così facendo non avrebbe mai dato inizio al Pride e al movimento. Il suo senso nella storia è molto oltre, da vittima (delle polizia) a soggetto che si libera. 
Così il vittimismo è un tradimento intellettuale al movimento, un punto di vista ontologicamente perdente che ci riporta a prima di Stonwall e del movimento LGBTQI moderno, quando negli anni Cinquanta e Sessanta qualcuno implorava timidamente di essere tollerato.

Ultima modifica ilMercoledì, 13 Novembre 2013 15:42
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