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Sogni democratici e 'diritti di veto'

Stefano Menichini, direttore di Europa, quotidiano della Margherita, è un commentatore serio e attento della politica italiana. Uno che, pur avendo posizioni politiche piuttosto diverse dalle sue, leggiamo sempre volentieri, riconoscendogli uno stile franco e diretto e una disponibilità al confronto piuttosto rare, nel suo mondo.

Evidentemente ieri sera gli è successo qualcosa. Preso dall'entusiasmo di avere, a suo dire, imbroccato con mesi di anticipo l'esito della trattativa sul mercato del lavoro, anticipando che si sarebbe trovato un accordo, come ripete incessantemente da ieri su tutti i social network, deve evere un po' esagerato con i festeggiamenti per il presunto trionfo riformista, alzando un po' il gomito.

Conoscendo il valore di Menichini, non c'è davvero altra spiegazione, se non qualche Negroni di troppo, infatti, per lo stupefacente articolo che ha pubblicato stamattina sul Post. Un pezzo che descrive l'Italia di oggi e la sua storia recente con i colori artificiali di un cartone animato.

Nel boschetto della sua fantasia, per esempio, quello guidato da Monti è un normale governo riformista e progressista. "Davvero vediamo in giro tutte queste Thatcher e questi Reagan, che del resto non hanno avuto autentici emuli italiani neanche quando il centrodestra poteva spadroneggiare? - scrive Menichini - Una parte della sinistra italiana continua a battagliare contro un nemico inventato, costruito a tavolino per poter giustificare la propria paura del cambiamento."

Nel boschetto della sua fantasia, evidentemente, il governo Monti non ha imposto agli italiani quella che, ad oggi, è l'età pensionabile più alta d'Europa. Non ha reso più permissiva, per la prima volta in oltre 40 anni, la disciplina del licenziamento. Non ha eliminato le pur poche limitazioni all'uso dei contratti a termine. Non ha confermato tutti i tagli di Gelmini e Tremonti a scuola, università e ricerca. Non ha dichiarato pubblicamente di voler rimettere in marcia la privatizzazione dell'acqua e il programma nucleare, in barba ai referendum.

Nulla di tutto questo. Nel boschetto della fantasia di Stefano Menichini, la sinistra italiana si può riconoscere nel governo, e chi lo critica "continua a battagliare contro un nemico inventato, costruito a tavolino per poter giustificare la propria paura del cambiamento". Verrebbe da dire che, sì, è vero, il governo Monti è stato costruito a tavolino, ma non certo dai suoi (peraltro non particolarmente potenti) oppositori... Oppositori, del resto, che il direttore di Europa, definisce "sinistra minoritaria ma capace di influenzare il mainstream mediatico". Evidentemente abbiamo un'idea diversa di mainstream mediatico, evidentemente Menichini considera che il mainstream inizi al Manifesto e finisca al Fatto, dato l'unanimismo nordcoreano con cui il resto della stampa italiana saluta da mesi ogni iniziativa sostenuta da Monti, relegando fuori dal dibattito chiunque la pensi diversamente. Oppure quella di Menichini è una battuta. Direttore, davvero, critichi pure, ma se magari può evitare di sfottere...

Ma la creatura più onirica che popola i sogni del giornalista è certamente il sindacato. Nel boschetto della sua fantasia, infatti, "il professore della Bocconi uno “storico” risultato di metodo l’ha ottenuto comunque: ha chiuso l’era della concertazione, ha tolto alle organizzazioni dei padroni e dei lavoratori il loro tradizionale potere di veto e ha riportato la decisione politica ultima laddove deve stare per dettato costituzionale. Cioè nella dialettica fra governo e forze parlamentari."

Sostenere che Monti abbia riportato la decisione politica alla lettera della Costituzione è già di per sé una sparata da bar di quelle meno credibili: stiamo parlando dello stesso governo che ha portato l'età pensionabile oltre ogni record europeo per decreto, senza consultare nessuno, né le parti sociali né il parlamento, in una violazione del dettato costituzionale tanto palese da essere resa possibile solo dall'esplicita complicità del Presidente della Repubblica. Ma anche nel caso della riforma del lavoro, dov'è la dialettica sociale e parlamentare? Il governo si è "confrontato" per mesi con le parti sociali senza neanche dare loro un testo su cui discutere, per poi ritirare tutto dicendo che si sarebbe preso la responsabilità autonoma di un disegno di legge. Nessuno ha mai visto questo disegno di legge, che è stato costruito completamente al di fuori delle aule parlamentari, e che arriverà a Camera e Senato solo dopo essere stato blindato da un vertice di maggioranza e, immaginiamo, protetto dallo scudo della fiducia. Dov'è la dialettica parlamentare? Chi scrive non è particolarmente affezionato alle liturgie della rappresentanza, però per sostenere che questo governo abbia ridato loro importanza ce ne vogliono parecchi, di Negroni. E non lo diciamo per insultare Menichini, ma proprio perché altrimenti non riusciremmo a spiegarci come mai un osservatore normalmente così lucido possa scrivere delle bufale del genere.

Ma il boschetto della sua fantasia si fa ancora più psichedelico quando ricorda il passato recente, parlando del "diritto di veto" del sindacato: "Abbiamo attraversato quasi vent’anni di storia italiana durante i quali sembrava che dovessero sempre averla vinta quelli che la sparavano più grossa, quelli che rimanevano più compatti intorno alle proprie bandiere, quelli che dichiaravano la sacralità delle proprie posizioni e in nome di questa sacralità si sentivano autorizzati a ogni esasperazione polemica."

Con tutto il rispetto, in che mondo ha vissuto il direttore di Europa in questi anni? Davvero crede di aver attraversato vent'anni di storia caratterizzati dall'assoluta egemonia del sindacato su forze politiche e istituzioni? Chi scrive si considera tendenzialmente vicino al sindacato, un po' per formazione politica e un po' per razionale identificazione (siamo sempre lavoratori salariati, per quanto atipici), ma un panorama del genere non l'abbiamo mai visto neanche nei nostri sogni. In questi vent'anni, dov'è stato il diritto di veto del sindacato? Nell'accordo del '93, sottoscritto su contenuti talmente lontani dalla piattaforma della Cgil da costringere il segretario generale Bruno Trentin a dimettersi subito dopo aver firmato? Nel pacchetto Treu del 1997, ingoiato di malavoglia dal sindacato in attesa di una riforma degli ammortizzatori sociali che mai arrivò? Nella legge 30 del 2003, approvata nonostante l'esplicito dissenso della Cgil? Nella riforma del sistema contrattuale, costruita dal governo Berlusconi in un accordo separato con Cisl, Uil e Confindustria? Nell'articolo 8 della manovra di ferragosto, che abbatte il contratto nazionale e legittima a posteriori il modello Marchionne?

Fuori dal boschetto della fantasia di Menichini, insomma, del presunto "diritto di veto" del sindacato, che permetteva di "averla vinta" a una sinistra radicale arrogante e velleitaria, non c'è traccia. Purtroppo, verrebbe da aggiungere, per la vita quotidiana di milioni di italiani, che tutti i giorni vivono le conseguenze materiali di quelle scelte. Però è un dato di fatto: negli ultimi vent'anni, tranne rare eccezioni, l'Italia ha vissuto radicali trasformazioni del mercato del lavoro, che l'hanno portata a livelli di flessibilità, in entrata e in uscita, ben al di sopra della media europea (dati Ocse). Queste trasformazioni, dall'accordo del '93 all'articolo 8, passando attraverso la legge 30 e il collegato lavoro, sono avvenuti nella stragrande maggioranza dei casi in esplicito dissenso dalle piattaforme sindacali.

Ci sarebbe bisogno di una riflessione, certo, sulla capacità del sindacato di influire sulle scelte legislative, evidentemente appannata rispetto ad altre epoche. Ma di certo non c'è bisogno di sottrarre al sindacato un diritto di veto che non c'è, e che, se ci fosse stato, probabilmente ci avrebbe risparmiato almeno alcune delle difficoltà che viviamo oggi.

Il merito storico di Monti, se possiamo chiamare merito il tentativo di isolare e indebolire il maggiore sindacato italiano, sarebbe quanto meno da spartire con Berlusconi e Sacconi, che hanno imposto al mercato del lavoro italiano, in meno di dieci anni, legge 30, collegato lavoro e articolo 8. Approfittiamo della disponibilità di Menichini per chiedergli se considera anche quello un merito. Se ha fatto i complimenti anche a Berlusconi, quella volta, per aver deciso senza il sindacato. Possiamo dirci, caro direttore, che forse un po' di "diritto di veto" del sindacato ci avrebbe fatto bene? E che senza la legge 30 oggi qualche milione di precari starebbe un po' meglio?

Facciamo i complimenti al direttore di Europa per aver indovinato che Monti avrebbe messo d'accordo la sua maggioranza parlamentare (del resto Bersani ha sempre detto che il Pd avrebbe votato sì in ogni caso). È giusto che festeggi. Ci auguriamo solo che, la prossima volta che vuole fare un complimento al governo che sostiene, lo faccia per qualcosa in cui il governo non ha copiato pari pari dal menu berlusconiano.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 14:12
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