Non piove mai, quando ci sono le elezioni
- Scritto da Lorenzo Zamponi
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"E poi la gente per la strada/ li vedi tutti più educati/ sembrano anche un po' più buoni/ ed è più bella anche la scuola/quando ci sono le elezioni", cantava Gaber. E in effetti l'atmosfera elettorale, anche se manca ancora più di un anno alle politiche del 2013, sembra già aver contagiato tutti. Una tendenza forse naturale, ma non priva di effetti collaterali potenzialmente dannosi. Un articolo uscito sul Manifesto di ieri, a firma dei bravi Mattia Toaldo e Cecilia D'Elia, ci dà l'occasione di riflettere su un po' di cose, e in particolare sul rapporto tra la campagna elettorale in arrivo e ciò che abbiamo fatto negli ultimi 4 anni.
L'articolo spiega in maniera efficace e sintetica perché, per il Partito democratico guidato da Pierluig Bersani, stracciare la celebre "foto di Vasto", cioè l'alleanza con l'Italia dei valori e con Sinistra ecologia libertà, già di fatto spesso estesa a livello locale, come Toaldo e D'Elia giustamente ricordano, anche a Verdi e Federazione della sinistra, sarebbe un suicidio elettorale. I dati che portano sono inoppugnabili, e del resto sono in linea col buon senso e con ciò che ognuno di noi vede tutti i giorni nel proprio territorio: la classica coalizione di centrosinistra è quella percepita come più naturale da gran parte degli elettori, dopo quasi 20 anni di bipolarismo, e ogni altra scelta da parte del Pd sarebbe pesantemente punita dalle urne.
Di fatto, per il Partito democratico, rinunciare a una coalizione di centrosinistra per scegliere la corsa solitaria, o un'alleanza con il fantomatico Terzo Polo (la cui esistenza, in questo momento, è più discutibile di quella del mostro di Loch Ness) o addirittura con il Pdl post-forse-ma-forse-no-berlusconiano, significherebbe condannarsi a un tracollo elettorale potenzialmente irreversibile, simile a quello che con ogni probabilità attende, nel giro di poche settimane, i socialisti greci del Pasok.
Insomma: l'analisi è assolutamente condivisibile ed efficace, nella sua descrizione delle prospettive elettorali. Ma siamo davvero sicuri che questa dimensione sia sufficiente, per capire in che direzione sta andando il quadro politico italiano? C'è un non detto, nell'articolo di Toaldo e D'Elia, e si tratta del dibattito all'interno del quale si situa quest'intervento. Non siamo nell'aprile 2011, ma nell'aprile 2012. Non c'è un governo Berlusconi debole e sull'orlo della sconfitta, massacrato da un vasto fronte di opposizione composto da movimenti, campagne referendarie e partiti, in procinto di interrogarsi sulle ipotesi di alternativa. Al governo c'è Monti, e il Partito democratico fa parte di una maggioranza parlamentare proprio insieme a Udc e Pdl, mentre l'Idv fa opposizione dentro il Parlamento, la Fds la fa all'esterno e Sel, dopo una prima fase di apertura di credito nei confronti del governo tecnico, giustificata principalmente dalla volontà di non rompere con il Pd, è stata costretta dalla realtà a far emergere pubblicamente la propria netta distanza da Monti, fino ad arrivare, la scorsa settimana, all'esplicita richiesta al Pd di far cadere il governo.
Se il Pd si interroga sulle alternative alla classica coalizione di centrosinistra, quindi, è perché quelle alternative non sono ipotetiche, ma sono l'attuale maggioranza di governo. Non è certo la maggioranza di governo che Bersani vorrebbe avere, ma è quella che ha, e dentro il suo partito sono in molti a desiderare che questa coalizione sopravviva, mettendo anche nel conto la possibilità di perdere qualche pezzo pur di arrivarci.
Non è un caso, del resto, che la bozza di accordo sulla riforma elettorale condivisa la scorsa settimana da Alfano, Bersani e Casini preveda l'abolizione del premio di maggioranza. Si tratta di un tentativo di salvare capra e cavoli: il Pd potrà andare alle elezioni da solo, presentandosi come radicalmente alternativo alla destra, per poi formare una nuova grande coalizione con Udc e Pdl, in stile Monti.
In questo contesto, è comprensibile che persone interessate al cambiamento si spendano per forzare il ritorno del Pd nell'alveo del centrosinistra, e in questo senso l'articolo di Toaldo e D'Elia è sicuramente utile. Ma siamo sicuri che sia questo il piano di ragionamento migliore, per chi vuole ricostruire una sinistra e cambiare questo paese?
Di fatto, negli ultimi mesi, la tenaglia del governo Monti ha schiacciato gran parte dell'opposizione sociale. Chi ha scelto di scendere in piazza per continuare le battaglie degli ultimi anni, per l'università pubblica, in difesa di ciò che resta del diritto del lavoro o contro le grandi opere inutili e dannose, l'ha dovuto fare più o meno contro tutto e contro tutti, privo di ogni copertura mediatica e politica, condannato all'isolamento e alla marginalità. E questo è avvenuto non solo per il clima di consenso popolare di cui Monti gode, ma anche e soprattutto perché questo consenso è stato costruito e difeso con le unghie e con i denti dal Partito democratico e dagli attori sociali e mediatici ad esso vicini. A farne le spese sono state tutte le opzioni di cambiamento politico e sociale presenti nel paese, dai movimenti al sindacato passando per i partiti della sinistra. Ed è evidente lo schiacciamento subito da Sel, che di fatto ha almeno parzialmente intaccato il suo capitale di credibilità politica nel sostegno a un governo palesemente opposto ai propri principi e obiettivi, come quello guidato da Monti, pur di mantenere l'alleanza con il Pd. Ma quanto può continuare questa situazione? Le uscite bellicose di Vendola degli ultimi giorni non sono che un sintomo di un disagio che è palpabile, in particolare di fronte alla proposta di riforma del mercato del lavoro avanzata dal governo.
Toaldo e D'Elia indicano giustamente nella lotta alla precarietà il primo punto di ogni agenda per l'alternativa, e non si può che essere d'accordo. Ma allora dobbiamo avere il coraggio di farci una domanda, se non ci stiamo prendendo in giro: se il governo non fosse disposto a modificare la riforma in parlamento (ad ora non ci sono stati segnali pubblici in questo senso) e se il Pd, come del resto ha più volte ribadito Bersani, scegliesse di votarla a prescindere, cosa succederebbe? Possiamo ipotizzare una coalizione politica basata sulla lotta alla precarietà con al centro un partito che vota la sostanziale liberalizzazione dei licenziamenti?
E se anche questo non dovesse succedere, perché magari il governo ammorbidisce la propria posizione, quanto dovremo aspettare perché una situazione del genere si ripresenti? È davvero saggio e lungimirante, da parte di Sel e più in generale di tutto il mondo della cosiddetta "sinistra diffusa", continuare a coltivare come unica opzione possibile quella dell'alleanza con il Pd, subordinando tutto il resto a questa prospettiva elettorale? È possibile una sinistra che non scelga di resistere apertamente all'offensiva che il governo Monti ha lanciato a 360° a più o meno tutto ciò in cui crediamo, dai diritti dei lavoratori ai beni comuni, dalla tutela del territorio alle energie rinnovabili? Crediamo davvero che una sinistra che non alza subito, qui e ora, la testa, possa avere un futuro, all'interno o all'esterno di qualsiasi tipo di coalizione?
Sappiamo che la battaglia per il cambiamento, per essere efficace, deve essere ampia e inclusiva e quindi fare i conti anche con la parte di società che oggi ha fiducia nel governo Monti, in una prospettiva egemonica di costruzione di un ampio blocco sociale, politico e di opinione a sostegno delle proprie istanze. Ma per essere inclusiva una battaglia deve prima di tutto esistere, e per essere egemonica una sinistra deve prima di tutto preoccuparsi di stare dalla parte giusta nel movimento reale delle forze sociali. Questa primavera mette quindi Sel e l'Idv, ma in generale tutta la sinistra, compreso chi lavora per creare un soggetto politico nuovo, di fronte a un bivio: sono davvero disposti a seguire il Pd sempre e comunque, sacrificando gli ingenti capitali di consenso conquistati negli ultimi anni, nella remota speranza di potersi riscattare in primarie che sembrano ormai estremamente improbabili ed elezioni politiche dalle quali è destinata ad uscire, con ogni probabilità, una nuova grande coalizione, oppure qualcuno intende prendersi la responsabilità di costruire l'opposizione a questo governo, e di farne un momento costituente per la sinistra che verrà, anche a costo di subire la rottura del centrosinistra?
Nessuna di queste prospettive è facile, divertente o esente da rischi, ma se non si inizia a chiamarle per nome, e a nominare esplicitamente anche questa seconda possibilità, difficilmente si andrà lontano. Anche e soprattutto perché l'ossessione elettorale di queste settimane sembra aver riportato molti a una fase pre-2008, come se nel frattempo non fosse successo niente. Tutto ciò che è successo negli ultimi 4 anni, la crisi economica globale, il ciclo di mobilitazione studentesca più grande degli ultimi vent'anni, l'attacco di Marchionne e la resistenza della Fiom, i referendum per acqua e nucleare, il movimento spagnolo del 15M, Occupy Wall Street, il 15 ottobre, la Grecia, la Tav, il fiscal compact, tutte le cose che abbiamo definito "costituenti", di fronte alle quali ci siamo detti "nulla sarà come prima", sembrano oggi cancellate dal dibattito pre-elettorale.
Si discute della costruzione di coalizioni e programmi di governo come se non avessimo assistito alla quasi contemporanea installazione di Monti e Papademos in Italia e in Grecia, come se il governo Berlusconi non fosse stato fatto artificialmente cadere dall'azione di Draghi e Napolitano, su richiesta dei mercati, delle istituzioni europee e del governo tedesco, come se tutti i parlamenti europei non stessero votando all'unisono la stessa modifica costituzionale per il pareggio di bilancio e lo stesso fiscal compact, come, insomma, se non fosse successo niente, se fossimo nelle normali condizioni per l'alternanza di governo. Come se non ci fosse il ricatto dello spread pronto a impedire anche la semplice eventualità di un normale dibattito parlamentare sulla riforma del mercato del lavoro.
Può il percorso di costruzione di una coalizione elettorale e di un programma di governo ignorare questi temi? In Grecia centrodestra, centrosinistra ed estrema destra insieme, cioè l'attuale coalizione di governo, non raggiungono la maggioranza assoluta nei sondaggi, e faticheranno ad ottenerla in termini di seggi parlamentari, mentre a sinistra l'accordo che permetterebbe la vittoria è impedito principalmente dalle incertezze su un punto: uscire o no dall'euro?
E allora anche in Italia non possiamo fingere che la crisi e l'austerity non siano tuttora il punto centrale di ogni dibattito politico, e che il governo Monti non sia una specifica risposta, cioè il commissariamento della democrazia parlamentare tramite i meccanismi del governo tecnico e della grande coalizione. Ogni altra proposta politica dovrà confrontarsi non solo e non tanto con il fantasma di Berlusconi, ma anche e soprattutto con quello di Monti e con chi, si tratti di Corrado Passera o di Pierferdinando Casini, si candiderà al ruolo di vicario di Angela Merkel in nome del sacro spread. Se la sinistra non inizia ad affrontare queste questioni e a riprendersi da subito uno spazio pubblico indipendente da ogni eventuale compatibilità di coalizione, le elezioni rischiano di essere un puro passaggio formale, da cui far uscire un parlamento e un governo fotocopie di quelli attuali. Insomma, tornando a Gaber, se in questa primavera si deciderà di non far piovere, perché ci sono le elezioni, se ce ne staremo buoni ed educati, rientrando nei ranghi e fingendo che non sia cambiato nulla, dimenticando chi siamo e cos'abbiamo fatto in questi anni, è probabile che, tra un anno, l'unica soluzione che avremo, nel segreto dell'urna, sarà rubare la matita.
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