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Il consenso del M5S, tra stato e anti-stato

Il consenso del M5S, tra stato e anti-stato

La vittoria elettorale del Movimento Cinque Stelle dovrebbe interrogarci seriamente, non solo sulle scelte tattiche di breve periodo, ma sui temi di fondo degli ultimi 25 anni di Seconda Repubblica. Non basta dire "la gente ha creduto alla promessa del reddito di cittadinanza", ma piuttosto bisognerebbe chiedersi cosa c'è in quella promessa e nel consenso che raccoglie. In particolare, bisognerebbe iniziare a ragionare seriamente sull'idea di governo che viene proposta, sul rapporto tra statalismo e antistatalismo nell'elettorato di questo paese e nelle forze politiche.

Secondo i dati Tecnè, il Movimento Cinque Stelle è il primo partito tra i lavoratori dipendenti, tra quelli autonomi, tra gli studenti, tra i disoccupati, tra le casalinghe. Tutti tranne i pensionati. Il primo partito in tutte le fasce generazionali, tranne tra gli over 65 (dove prevalgono Pd e destra). Il primo partito tra tutte le fasce d'istruzione (laureati e diplomati) tranne tra chi ha fatto solo la scuola dell'obbligo (dove vince la Lega). Prevale tra chi crede che il problema principale siano il reddito basso e la mancanza di lavoro, ma anche tra chi credo che siano le tasse eccessive. Tutti tranne chi si preoccupa soprattutto di sicurezza e immigrazione (quelli hanno votato prevalentemente Lega).

Un partito interclassista con un elettorato variegato come la popolazione generale, poco riducibile alla categoria del povero meridionale ignorante e razzista. Una Dc postmoderna e arrabbiata, che sta all'Italia di oggi appunto come l'interclassismo pacificato e ottimista dello scudocrociato stava a quella del boom. Vince proprio perché non c'è un messaggio univoco, soprattutto sull'asse stato-mercato: c'è bisogno di protezione, reddito, occupazione, ma c'è anche fastidio per le tasse. Saper cucire insieme l'antistatalismo che storicamente domina alcune aree del paese con il bisogno di tutela statale che la crisi pone agli impoveriti (impoveriti, attenzione, non poveri; vi assicuro che, almeno a Nordest, conosco parecchi elettori grillini molto benestanti) è stato il capolavoro del M5S sul piano discorsivo, con il frame della "casta" che racchiude tutti i pregiudizi contro lo stato corrotto scaricandoli però sui "politici" e salvando quindi il potenziale ruolo positivo dello stato in termini economici. Molto più complicato sarà il fatto che questo discorso regga a un'esperienza di governo, in cui contano più le buste paga che i discorsi.

Questo, in ogni caso, resta il tema centrale di qualsiasi proposta politica in questa fase: qual è il ruolo dello stato e dei suoi rapporti con i cittadini? Su questo vanno a sbattere in molti, in troppi, dal Pd che su temi come crisi, economia, immigrazione, dice "lo stato non ci può fare niente, è l'Europa, è la globalizzazione, è il mondo che va così", alla sinistra che dice "più stato, più stato, più stato" in un paese che non si fida dello stato. Su questo vanno a sbattere anche i sovranismi anti-Ue, che non tengono conto del fatto che gli italiani non sono i francesi, e se non si fidano di Bruxelles, si fidano ancora meno di Roma. Questo non significa che non ci sia spazio per una proposta politica basata su un ruolo positivo dello stato, ma che articolarla è tutt'altro che banale. C'è parecchio da ragionare, su questo punto. Ed è normale che sia così: non c'è cosa peggiore che proporsi per il governo senza avere un'idea di che ruolo dovrebbe avere quel governo.

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