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I fenomeni più morbosi e il nuovo che nasce

  • Scritto da  Stefano Kenji Iannillo
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I fenomeni più morbosi e il nuovo che nasce

Una riflessione sulle elezioni del 4 marzo ad una settimana dalla fine della seconda repubblica.

Il 4 marzo sono andato a votare, come sempre.

Un voto deciso da tanto, coerente con una storia personale di attivismo e militanza in quelle battaglie territoriali e studentesche che da un decennio hanno denunciato le conseguenze delle riforme regressive figlie della gestione della crisi che ha colpito il nostro Paese dal 2007.  Soprattutto coerente con lo spirito della mia generazione e della sua rottura viscerale con quella classe dirigente che le nostre attuali condizioni di povertà e precarietà le ha imposte, votate, giustificate, rese necessarie.

Una classe dirigente di cui - dopo il voto - rimane in vita “solamente” la parte economica, industriale, sociale, padronale, sfortunatamente sindacale.  Orfana dei suoi riferimenti politici e per la prima volta sconfitta sia dal voto che dalla legge elettorale. Da quei numeri incontrovertibili che non permettono – se non al costo di ancora più violente rotture sociali - quelle “larghe intese” o quei governi tecnici che l’hanno sempre tutelata. Una situazione in cui storicamente l’élite economica risponde con gli abbracci mortali alla destra, con la riduzione della libertà individuale e collettiva, il controllo sociale a tutela del proprio privilegio e interesse. Una situazione che renderebbe digeribile a chi sognava la “rivoluzione liberale” una leadership di Matteo Salvini e il suo pesantissimo bagaglio reazionario alimentato da una fitta rete nera europea ed internazionale.

Quando penso alla famosa riflessione di Gramsci sull’interregno e l’emersione dei fenomeni più morbosi penso a questo rischio reazionario, securitario, disciplinante che da anni sta agendo come dispositivo della società e che ora emerge a possibile scenario esplicito di governo.

Fin qui la mia esperienza del voto è stata simile a quella della maggioranza degli italiani e dei miei coetanei con cui avevo condiviso una grande unità politica con il referendum del 4 Dicembre. La differenza questa volta si è manifestata sul simbolo su cui mettere la croce: per me Potere al Popolo, per loro Movimento 5 Stelle.

Io fermo all’1% loro al 32% (per non parlare della mia provincia e regione dove arrivano al 44% con punte del 50%). Una rivoluzione, un risultato eclatante che ha segnato la nascita della terza repubblica: non con una manovra di palazzo, non con i militari (si spera!), non con un’ inchiesta monstre della magistratura ma con il voto. Un voto che – grazie alla visualità dei collegi uninominali -ha diviso il Paese aprendo di nuovo due grandi questioni: la questione meridionale che per la prima volta vede il Sud emergere come opposizione nazionale – come acutissimamente spiega qui Antonio Bonatesta – e una questione settentrionale in cui il Nord si fa baluardo di quell’insicurezza della classe dirigente che cerca conforto in una destra dal volto nuovo ma da sempre radicata in quei territori.

Il Movimento 5 Stelle è riuscito a canalizzare verso di sé tutte le opposizioni costruite in questi anni di crisi: dalle battaglie sul lavoro, ai conflitti ambientali, alle lotte studentesche, all’indignazione urbana. Proviamo a parlare con chi ha riempito le piazze di questi anni – anche quelle organizzate da quanti hanno in questi mesi preferito il ruolo di osservatori interessati dal profilo ironico social friendly – e vedremo buona parte della base elettorale del successo grillino. Anche in quelle piazze si è determinata una rottura tra il popolo e chi pretendeva di organizzarlo, una rottura che ha alimentato il fiume dell’unica opposizione credibilmente in grado di ribaltare le carte in tavola, di dare concretezza politica all’indignazione. Un elettorato che ha guardato con simpatia estrema alla novità dell’esperienza di Potere Al Popolo - anche qui senza la spocchia di molti osservatori - ma che alla fine ha deciso che il proprio voto poteva pesare di più. E che nel bene e nel male chi chiedeva un voto per strutturarsi avrebbe dovuto dimostrare di sapersi organizzare ugualmente anche senza quel voto.

Un risultato inaspettato? Una novità? Un risveglio collettivo? A urne chiuse ognuno dice la sua, il fatto nudo e crudo però è questo qui: una trasformazione radicale del quadro della democrazia italiana.

Democrazia che significa potere, trasparenza, libertà, partecipazione, decisione, onestà e legalità nella giustizia sociale. La Democrazia e lo Stato che sono stati rimessi in gioco e ancora una volta – spudoratamente – tornano ad essere il terreno su cui convogliare forze ed energie per migliorare le condizioni materiali del popolo.

Una democrazia che nel nostro paese oscilla tra il ritorno della centralità del parlamento imposta dal proporzionale, un possibile rigurgito reazionario e la possibilità di votare un governo all’interno di una piattaforma di proprietà di una società privata. Il massimo organo esecutivo pubblico che - dopo l’esautorazione del parlamento dal potere legislativo di questi anni - potrebbe essere scelto all’interno di un oggetto sottostante al diritto privato e commerciale: per quanto mi riguarda un punto di non ritorno.

Mi ha molto colpito il comizio di chiusura dei 5 Stelle quando Beppe Grillo ha urlato “Noi siamo un movimento biodegradabile. Il movimento chiuderà quando ognuno potrà decidere sulle leggi del governo con un referendum da casa.” Oltre che riportami in mente lo scioglimento del Partito dopo l’abolizione dello Stato concepito nella teoria comunista classica, mi ha fatto riflettere su come il tema del movimento sia sempre stato quello lì –quello che in molti hanno pensato non interessasse a nessuno – lo Stato, la Democrazia, il Potere, il Popolo come strumenti di soddisfazione dei propri desideri diventati individuali, privati, casalinghi. Parole articolate in un’ideologia forte che si nutre della visione neutra della tecnica, delle “meraviglie” di internet, della disintermediazione sociale, di una società di atomi connessi dalla fibra ottica a cui deve essere garantita una vita degna sotto il profilo economico, ambientale e lavorativo.

Io penso che nessuna proposta di cambiamento radicale delle miserevoli condizioni in cui viviamo e in cui versano i nostri territori possa prescindere dal campo aperto dai 5 stelle: dalla rottura radicale – nominale in alcune sue parti – con il potere dominante, con chi l’ha esercitato, con quell’idea di rivalsa e di cambiamento espresso in quel voto, con quella voglia di mettere in discussione i privilegi acquisiti. Chiunque si pone come argine ai barbari è destinato ad essere travolto: i barbari siamo anche noi. Semplicemente ci siamo illusi di poter continuare comportarci da ceto: quello degli illuminati, degli acculturati inorriditi dagli errori grammaticali, di quelli che capiscono le dinamiche, che orientano i processi o le uscite su giornali che non influenzano più nessuna opinione pubblica.  Non è stato così, semplicemente di quello che diciamo e scriviamo non se ne fotte più nessuno e chi ci ha dato retta alla fine ha votato 5 stelle. Le reti sociali, le grandi associazioni, i sindacati, i movimenti non hanno spostato nulla nel Paese in termini di consenso e di capitalizzazione dei rapporti di forza sul piano politico. Partiamo da qua.

Un compagno mi ha detto che gli sembrava assurdo che “mentre il popolo è  felice, la sinistra sia in lutto”. Ed è proprio quello che è successo: dirigenti politici, sindacali e di movimento pronti a stracciare le vesti di una sinistra politica che non è stata uccisa ma ha solo avuto la certificazione della sua morte e che assurdamente per i prossimi mesi proveranno a riportare in vita in una versione se possibile ancora più Walking Dead ma “aperta”. E nel frattempo con il sangue agli occhi di chi viene umiliato nel suo lutto, sono stati pronti a condannare un fatto inedito consumatosi nella notte elettorale: una piccola lista che con l’1% invece di piangere festeggiava, allineandosi idealmente con l’umore di quel popolo che aveva vinto pur riconoscendo il fallimento -e di moltissimo - degli obiettivi di breve termine che si era data.

Rompo gli indugi: ho apprezzato tanto questo gesto irrituale, provocatorio, esuberante. E spero che tutto un gruppo dirigente e militante della sinistra possa finalmente abbandonare lo spirito “della tradizione di sinistra del nostro paese” per restituire a quella stessa tradizione la dignità della sua storia senza continuare a umiliarla con la loro inadeguatezza.

Penso che nel campo aperto dal Movimento 5 stelle, per quelle realtà sociali e politiche che ancora provano a costruire materialmente sui territori forme collettive concrete – e non individuali virtuali – di resilienza e governo dei processi sociali ci siano due grandi premesse da assumere per costruire consenso popolare: ridimensionare la bolla social, riconcepire l’articolazione sociale.  

Avete mai pensato che parlare durante la vostra pizza tra amici fosse equivalente a parlare all’intera città? Avete per questo smesso di provare a convincere i vostri amici della giustezza dell’ultimo corteo? Non credo.
Io penso che dire “uscire dalle bolle social” non sia smettere di utilizzare questo strumento – che ha comunque alti potenziali di viralità – ma non considerarlo più lo specchio della complessità sociale, bensì unicamente della nostra rete relazionale su cui è importante costruire azione politica ma non limitandosi esclusivamente ad essa.

In una società che rischia, dopo l’ennesima delusione soprattutto “a sinistra”, di ritrovarsi più sola e con meno corpi collettivi è necessario riscoprire la parola pubblica, lo spazio pubblico, l’organizzazione collettiva. E’ vero, i 5 stelle hanno aperto un campo imprescindibile per chi continua a sognare una rottura radicale con i governi dell’austerity ma loro non hanno alcuna intenzione di articolare questo campo socialmente, di mantenere la presa sulla contingenza che hanno determinato. Vivono la contraddizione dell’elettoralismo assoluto – che a sinistra conosciamo bene – leggermente mediata dalle piattaforme virtuali, lasciando vuoto lo spazio dell’articolazione territoriale e cittadina. Ma il vuoto in politica non esiste.

Se così stanno le cose dobbiamo restituire alle persone la gioia  non solo di indignarsi ma di organizzarsi, di incontrarsi, di politicizzarsi collettivamente. Sarà uno sforzo sovraumano? Può darsi, ma è l’unico possibile. Torniamo sui territori, in provincia, in città, mettiamoci ad ascoltare e coltiviamo il protagonismo collettivo. Riabitiamo le nostre città, riempiamole di spazi sociali, luoghi di mutualismo in cui le persone possano riconoscersi e aiutarsi reciprocamente. Abbandoniamo i teatri e le discussioni su “cosa sia giusto e cosa di sinistra” e caliamo nei paesi e nelle città riorganizzandoci su battaglie necessarie: quella su un reddito garantito e incondizionato; per un lavoro dignitoso; per il diritto a vivere in un ambiente salubre libero dal rischio di estinzione che deriva dai cambiamenti climatici. Apriamo lo spazio delle alleanze dal basso – e non solo di governo -  con piattaforme civiche territoriali aperte, in grado di porsi il tema del governo dei territori, del protagonismo dei cittadini sperimentando forme di democrazia partecipativa senza alcun compromesso con quelle classi dirigenti che li hanno distrutti. Seguiamo con attenzione come il terremoto politico si ripercuoterà nei due grandi congressi che avranno corso quest’anno: l’ARCI e la CGIL. E tifiamo rivolta, rinnovamento, cambiamento e una nuova vicinanza ai conflitti, alle persone, alla riorganizzazione del popolo, dei lavoratori, dei disoccupati e non alla sopravvivenza di un ceto che ha fallito.

Il dopo elezione mantiene in vita il problema dello strumento organizzativo: non il cosa fare, ma il come farlo. C’è chi scalpita per proporre un nuovo nome, logo, leader, “elezione costituente” e chi – come Potere al Popolo - legittimamente propone di mantenere la propria esperienza, allargarla, radicarla, sperimentando una propria piattaforma di community organizing. E gli opinionisti sempre pronti a consumare il loro impegno politico nel far finta di dover scegliere tra due posizioni, a sperare che si uniscano, a litigare se si separano, in un ciclo eterno e inutile.

Io penso che la situazione sia eccellente nonostante la grande confusione, ma bisogna uscire dalla campana della teoria e incontrarsi nella prassi. E’ necessario costruire progetti territoriali, aprire spazi di mutualismo e socialità, mantenere quel che di positivo è riuscito a costruire Potere al Popolo come soggetto collettivo ma anche coinvolgere a partire dal territorio tanti altri candidati, realtà sociali o attivisti non impegnati elettoralmente senza farne una questione di nome o di bandiera. Nient’altro da salvare se non il nostro impegno, ben che meno le parole – stanche quasi quanto gli attivisti che le leggono – e i vecchi/nuovi processi di ricomposizione di ceto.

Non voglio continuare a vivere con la presunzione di essere il nuovo che deve ancora nascere, per riscoprire di essere stato il vecchio che doveva morire.

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