La differenza tra sinistra e destra? C’è, ed è macro
- Scritto da Marta Fana e Giacomo Gabbuti
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In un documento pubblicato dal quotidiano Europa il 12 febbraio scorso, dal titolo “L’Europa per davvero”, tre proposte concrete, cinque giovani economisti chiedono al PD (e al Partito Socialista Europeo, PSE) di dimostrare che “L’Europa c’è, ed è nostra. Per davvero”, attraverso azioni che mostrino “ai cittadini i vantaggi concreti di un’Europa più unita”. Secondo gli autori, “l’Europa deve cambiare volto, deve trasformarsi in un’Europa che garantisca i diritti sociali dei cittadini, assicuri una strategia di crescita economica innovativa capace di offrire nuove opportunità di lavoro ai giovani italiani”. Per farlo, gli autori indicano tre proposte:
- "realizzare un sistema europeo di tutela del reddito in caso di disoccupazione;"
- "far ripartire l’accesso al credito per le Pmi e superare i vincoli di bilancio attraverso i finanziamenti europei per infrastrutture e formazione;"
- "rilanciare la politica estera europea, cominciando da una maggiore integrazione in due settori chiave: energia e difesa."
Le intenzioni del documento sono nobili, per molti versi comuni a quelle di chi, come chi scrive, parteciperà il 2 marzo a Roma all’incontro di ACT! – agire, costruire, trasformare, nella convinzione di dover dare un volto diverso all’Europa. Anche età e professione sono le stesse. Verrebbe allora naturale, in tempi in cui ci si pretende chiamati al conflitto generazionale come unica via per innovare e riconquistarsi il diritto alle briciole, provare a fare le larghe intese dei gggiovani, per costruire sponde che mettano alle strette la “vecchia” politica sulla base di proposte ragionevoli.
Purtroppo, o per fortuna, documenti simili svelano appieno il motivo per cui una simile operazione non solo non è conveniente, ma è anche tecnicamente impossibile. Quello che in piccolo viene fuori anche dalla telefonata tra un democratico come Barca e il finto Vendola esplode in maniera lampante quando confrontiamo le tre proposte dei giovani LibLabDem (definizione che non vuole suonare offensiva) con i dieci punti proposti da Alexis Tsipras alla Sinistra Europea, e raccolti in Italia dalle forze politiche e sociali che stanno costruendo la lista Altraeuropa. La grande assente nella prima proposta, nonostante la natura e il perdurare della crisi in Europa, è la macroeconomia. Mercato del lavoro, garanzie sul lavoro, costo del lavoro e delle materie prime. Tutte cose sacrosante per chi crede che sia sul lavoro che la sinistra debba costruire il suo radicamento, la sua narrazione e le sue fortune – tranne, sia consentito dirlo con un pizzico di sano populismo, l’idea che “non c’è politica estera se non c’è la difesa”. Ci sono poi differenze non banali nell’impostazione tra l’approccio adottato dai giovani democratici e quello di chi, come chi scrive, crede che il credito non abbia ragion d’essere senza domanda a fronte, e di chi crede che il reddito vada tutelato fuori e dentro la condizione lavorativa, se è vero che la vulnerabilità alla povertà è un problema sempre più diffuso anche tra chi lavora.
Eppure, se anche si volessero condividere queste proposte, il solo fatto che esse possano essere considerate sufficienti, o comunque prioritarie, basta a spiegare perché non ci sia possibilità di “centrosinistra” in questa Italia, e perché il PD come è uscito dalle primarie – ma anche com’è nato – non possa essere inquadrato a sinistra, per quanto vasta essa possa definirsi. E basta a spiegare perché, scendendo nell’arena dell’attualità politica, in questo momento storico forze radicalmente diverse – da Barbara Spinelli alla sinistra “eretica” – avvertano sempre più la necessità, non solo elettorale, di stare insieme.
Queste forze, infatti, pur condividendo il rigetto per le risposte finora adottate contro la crisi, hanno posizioni non sempre unanimi. C’è, tra loro, chi considera eccessivamente eterodossa la proposta di una nuova conferenza sul debito sul modello di Londra 1953, e chi la definisce socialdemocratica (ora titolo di merito, ora offesa estrema). Allo stesso tempo, a sinistra c’è chi pensa che davvero non ci siano alternative, e che senza una riforma rapida e radicale l’euro vada incontro necessariamente alla dissoluzione. In quest’ottica, c’è chi definisce ambigua la posizione di Syriza sull’euro, che non prevede esplicitamente un “Piano B”, l’uscita dall’Unione Monetaria in caso di fallimento di una sua riforma radicale.
Eppure, ad accomunare visioni così diverse, c’è la fedeltà all’idea che fonda la macroeconomia nella sua versione classica, quella cioè antecedente alla rivoluzione marginalista e neoclassica: l’idea che l’unità di osservazione dei fenomeni collettivi non siano i singoli bensì gli attori sociali (intesi nella dimensione collettiva), le classi, il lavoro e il capitale, per usare parole un po’ desuete; e l’idea – scientificamente piuttosto fondata – che i fenomeni sociali non si ottengano dalla somma delle volontà e delle azioni individuali, ma siano, nei fatti, il risultato di dinamiche collettive e dei rapporti di potere. Questa comunanza di fondo – e non il maggiore o minore rigore tecnico; non l’attenzione al lavoro o alle imprese; non l’età anagrafica di chi le propone – rende queste visioni geneticamente incompatibili con le proposte avanzate dal fronte democratico. Usando lo stesso metro di giudizio, non si può che analizzarle come un unicum, che mette insieme Renzi, Ichino, Montezemolo, Sacconi, e chi più ne ha più ne metta, oltre alla gran parte degli organi di informazione e dei collegi accademici delle facoltà di economia e non solo, nel ritenere inevitabili, prioritarie e prive di aggettivi le riforme “della Costituzione”, “del lavoro”, e via dicendo, usando il potere legislativo (in modo ambiguo, se non ipocrita, o, peggio ancora, con convinzione) come mero strumento procedurale e non invece come atto politico capace di estendere o comprimere i livelli di democrazia sostanziale di un Paese.
A sinistra è necessario essere in grado di condurre analisi critiche a riguardo, perché queste non sono “solo” le proposte di un gruppo di giovani ricercatori: la stessa impostazione teorica si ritrova nei lavori scientifici, prima che nei programmi, di coloro che si sono succeduti come papabili ministri per l’economia, come Tabellini, ex rettore della Bocconi, un dettaglio che parrebbe non contare nulla in un Paese in cui l’università pubblica è sotto attacco da almeno un decennio, anche grazie ai teorici privati della Bocconi, e in un mondo in cui – sicuramente con pressappochismo ma non senza motivo – Bocconi diviene sinonimo di austerità, austerità, austerità. Luogo, la Bocconi, che è il simbolo – anche se non certo l’unico motore – di quella operazione egemonica che, su scala mondiale, ma con maggior violenza e vigore in Europa, ha prima costretto all’angolo la teoria keynesiana un tempo mainstream, e poi negato spazio a ogni possibilità di alternativa nel pensiero economico, come spiega con particolare lucidità Luciano Gallino in diverse sue opere (si veda il Capitolo 4 di Finanzcapitalismo, ma il tema è alla base di gran parte del ragionamento portato avanti ne La lotta di classe dopo la lotta di classe). Tanto che oramai, nelle più prestigiose facoltà italiane ed europee, il pensiero economico non si insegna più, ritenendo, anche implicitamente, l’economia una scienza naturale non soltanto nella pretesa di rigorosità analitica, ma nell’idea malsana che l’ultima teoria scaccia le altre, come se i fatti economici (e le teorie che li interpretano) non fossero prodotti storici.
Lo spiega la stessa Barbara Spinelli, nel commentare l’autodafè dei democrat, e vale la pena di citarla per esteso, anche per chi, come chi scrive, non ha condiviso negli anni i suoi toni e quelli del giornale su cui scrive, tra gli alfieri massimi di questa operazione egemonica. Scrive Barbara Spinelli: “Quel che sconcerta, nella presunta ansia modernista di Renzi, è la formidabile vecchiezza dei modelli prescelti: rifarsi oggi a Tony Blair vuol dire correre a ritroso nel tempo, mettere i piedi su orme che sette anni di crisi hanno coperto di sabbia. Se le disuguaglianze sono aumentate vertiginosamente, se si parla oggi di un 1% della popolazione che continua imperturbato ad arricchirsi e di un 99% di impoveriti (classi medie comprese), lo si deve alle destre più legate ai mercati ma anche alla Terza Via di Blair. Le ricette di Margaret Thatcher non morirono con il Nuovo Labour, e sopravvissero nella battaglia accanita contro un’Europa più unita e solidale. L’idea thatcheriana che «la società non esiste se non come concetto», che esistono «solo individui e famiglie con doveri e convinzioni», è interiorizzata dal Pd nel preciso momento in cui la realtà l’ha smentita e sconfitta.”
Non sconcerta, perché Renzi e il PD – compresa molta di quella minoranza che ancora si conforta nel mito della sezione, ma che questa logica ha interiorizzato ben prima di Renzi, e continua una lotta di posizione motivata da una differenza sostanzialmente estetica – perseverano nel far propria quella concezione dell’economia, comprando una teoria valida in ogni epoca e in ogni dove. Una teoria che si realizza da sé, perché si fa realtà grazie a normative che costringono alla competizione e all’individualismo non soltanto nel mondo del lavoro ma anche della formazione; una teoria che comunque, quando non funziona, è colpa di chi non è stato in grado di adeguarsi abbastanza in fretta – magari per la mancanza di un fantomatico capitale sociale – come se fosse dovere della realtà capire la politica e l’economia, e non viceversa. E dunque è possibile considerare Padoan un dalemiano, dare a Confindustria lo Sviluppo Economico, lasciare le Infrastrutture e la Pubblica Amministrazione, nelle migliore delle ipotesi, in mano a un ciellino.
Accettare la riduzione del macro alla somma del micro (o “microfondare la macro”, come si sente dire nelle aule di economia con tono soddisfatto), che altro non è che rigettare l’intero apparato teorico dell’economia politica classica e keynesiana, implica necessariamente, ad esempio, ridurre la complessa vicenda del debito pubblico ad argomenti morali che nulla hanno a che fare con l’economia (e non merita risposte lo stesso tentativo sul fronte della disoccupazione giovanile).
Questa distinzione, ci sembra, non rappresenta altro che la traduzione, nell’apparentemente neutro lessico economico, della distinzione stessa tra destra e sinistra, così come la definiscono ad esempio i Wu Ming. Ridurre la società a una somma di asettiche micro-individualità vuol dire dismettere qualsiasi comprensione del conflitto, cedendo a una visione che fa della collettività un corpo omogeneo. E allora, i lavoratori e gli imprenditori devono “stare uniti”, facendo firmare ai primi qualsiasi contratto pur di contrastare la competizione che viene dal di fuori (Cina o Germania che sia).
La visione liberista (di destra) definisce del resto i momenti di crisi come esogeni, dovuti quindi a fattori esterni e imprevedibili che turbano l’equilibrio: al contrario, secondo una visione di sinistra (e “classicamente” macroeconomica), essi sono il frutto naturale, prevedibile, talvolta auspicabile, del rapporto dialettico tra le classi. Il conflitto, dunque, è pienamente endogeno, e non è certo un incidente di percorso.
Prima ancora di discutere delle soluzioni alla crisi, bisogna partire da un’operazione preliminare, e cioè dalla riaffermazione della differenza profonda tra destra e sinistra, anche e soprattutto sul campo dei diritti sociali “materiali”. Il monito di Tsipras – unire quelli che il neoliberismo ha diviso – va raccolto allora non nel senso di fare fronti pro o contro l’euro, piuttosto con l’intento di mettere insieme tutti quelli che nessuno si salva da solo, e dunque nessuno si salva con la micro – con il merito e il lato dell’offerta; tutti quelli che credono che la moneta non sia un simbolo o un pezzo di carta, ma uno degli elementi su cui si basa l’accumulazione; chi trova ancora istintivamente inconcepibile che venga anche solo in mente di piazzare un monopolista privato come Luxottica o semipubblico come Moretti al dicastero dell’economia.
A prescindere dalle modalità di interlocuzione con questi personaggi – che possono essere più o meno radicali – se non si analizza l’economia come conflitto tra gruppi d’interesse, ma solo come competizione tra individui (sia essa completamente “libera”, o con anche pesanti gradi di regolamentazione), ci si ritrova ad apprezzarne il merito e le competenze, e ci si convince che possano essere mossi magari da un imprecisato bene comune. Ammesso che un bene comune esista, partendo invece da una prospettiva di sinistra risulta chiaro che questi pur valentissimi imprenditori, essendo membri di una élite ristretta e privilegiata, anche volendo non avrebbero la più vaga idea degli interessi profondi dei loro dipendenti.
Se si ragiona invece come ragionano i LibLabDem, si finisce per attribuire merito e addirittura moralità al successo di modelli come quello di Eataly – dalla Disneyland del cibo al Rinascimento in salsa tonnata – dove storia, cultura, competenze e gastronomia vengono assemblate in modo vincente, ma pur sempre con l'obiettivo di estrarne il massimo profitto. Profitto che sarà redistribuito sulla filiera e sul lavoro solo nella misura in cui sia funzionale a fidelizzare manodopera e fornitori. Dall’ottica micro, non si coglie alcuna contraddizione tra la possibile quotazione in Borsa di Eataly e i contratti di stage o apprendistato con cui sono assunti la gran parte dei dipendenti. Da un’ottica macro, invece, a differenziare Farinetti dai suoi dipendenti non sono solo le abilità, o quelle che gli economisti chiamano preferenze, ma l’idea stessa delle relazioni sociali. E se questa differenza non si vede più, da sinistra sappiamo che deve esserci, che è nostro compito renderla palese.
Un’azione contro-egemonica su questo piano è necessaria non solo per chi ha ambizioni riformiste – per quel Barca che spiega che è proprio l’insistenza di De Benedetti ad allontanarlo da Renzi. Senza riaffermare nelle aule ma prima ancora nella società una mentalità macro, senza riaffermare la naturalezza del conflitto sociale, non c’è spazio di consenso né per la mediazione, né tanto meno per la rivolta, che vede negata ogni possibilità di consenso.
In questo senso la costruzione di Altraeuropa si rivela una scommessa rischiosa, ma all’altezza di ciò che i tempi richiedono: unire chi ha resistito al lungo oblio della sinistra e chi, sia pure due passi dopo il disastro, si è ravveduto; allargare il fronte, mettendo insieme percorsi riformisti e più radicali, di partito e di movimento.
Perché prima di poter riprendere a confrontarci sulle nostre divisioni, dobbiamo conquistare di nuovo il campo dove visioni autenticamente alternative allo stato di cose presenti siano ammesse, praticabili – e, in un futuro che può non esser così lontano, finalmente vincenti.
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