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I tecnici, l'Italia e la trasformazione della governance

  • Scritto da  Astrolabio
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squadra governo tecnico montiIl disegno che ci viene presentato in questi giorni dal Ministro Fornero e dal Premier Monti testimonia l’ultimo e definitivo attacco alla storia dei diritti di questo Paese. In queste ore il Governo dà a tutti noi alcuni messaggi chiari dal punto di vista politico e sociale.

Il primo dato non da sottovalutare è il cambio di passo profondo del modello di governance del Paese che, ancora oggi, continuiamo a chiamare con fatica sistema democratico. Del resto, non si tratta solo di definire quale sia il confine tra una dittatura dei mercati e una fase transitoria di gestione del potere da parte dei cosiddetti tecnici, fase che sarebbe dovuta ad un’incapacità della politica di uscire dalla crisi. Bisogna, invece, prendere atto che il vincolo democratico, che in forma flebile nell’ultimo decennio ha retto il rapporto tra governati e governanti è completamente saltato.

E' più corretto quindi parlare di governance, non solo perché la democrazia, anche quella formale, vivede facto una sospensione, ma anche perché questa formula contiene la complessità del modello di gestione dei poteri che oggi regola lo schema Paese.

Spesso anche i movimenti sono caduti in errore, cedendo ad una rappresentazione della politica chiusa dentro un palazzo, blindata dalle forze dell’ordine, con centinaia di migliaia di persona ad affollare le piazze, salvo poi scoprire che il governo dei processi economici, sociali e quindi anche politici del Paese ruota attorno ad un meccanismo di interessi e micro poteri complessi in grado di muovere le dinamiche parlamentari e addirittura di commissariarle, come il Governo Monti e molti altri esempi in Europa ci insegnano.

Così l’assenza di una forma vera di rappresentanza politica, scevra dagli interessi, libera dai vincoli tatticisti del sondaggismo e assoggettata alle istanze delle imprese e dei mercati ci consegna il quadro attuale completamente sbilanciato.

Un esempio, quello del governo tecnico, destinato a perdurare se la politica non sarà in grado di rilanciare un’azione nuova e programmatica capace di disegnare un progetto di società alternativo a questa linea di pensiero.
La deresponsabilizzazione dei partiti politici, con un approccio pressoché acritico all'azione normativa dei “tecnici”, è un modello facile che garantisce il perdurare di inquietanti equilibri di potere che portano oggi a questa riforma del mercato del lavoro.
Equilibri fondati sulla “nobile unità nazionale” che rappresenta l’appiattimento della rappresentanza politica alle logiche dei mercati.

E' necessario inoltre fare chiarezza su un tema del dibattito: qual'è la natura di questo governo? Sono tecnici? Sono politici?
Cosa portano in seno queste riforme definite strutturali, ma che forse sarebbe meglio chiamare destrutturanti?

E’ chiaro, nel caso, che tecnica e politica non stanno in un rapporto antitetico e che il punto è proprio approfondire il concetto dell’aggettivo tecnico. Un governo di transizione, caratteristica tipica dei governi tecnici nella storia politica italiana, dovrebbe servire ad uscire da una fase di crisi (nel qual caso non solo politica, ma strutturale) con un mandato delineato e con un tempo breve.  Quello che avviene oggi è un'applicazione nuova del concetto di tecnica. Si usa come scusa la crisi politica ed economica del Paese per gestire e definire equilibri di poteri nuovi, tutt'altro che transitori, per stravolgere il volto del Paese e definirne un nuovo assetto. I concetti di tecnico e politico non solo quindi si fondono, ma è il tencnico, il professore a modificare il suo ruolo: assimilando in se quello della politica e trasformandolo. Altro che super partes e competente, abbiamo di fronte un governo che mira a realizzare scientificamente un disegno esplicito di destrutturazione.

Tecnico, dunque, non è più solo un aggettivo, ma un sostantivo. La tecnica non è più – se mai lo è stata – il piano delle competenze, dell’esperienza, ma diventa la modalità – questa volta si direttamente politica – con cui si realizza un progetto complessivo sociale ed economico, pienamente coerente col mantra neoliberista che i governi precedenti non erano riusciti appieno a realizzare.

La tecnica è quindi la realizzazione del primato del mercato su ogni dimensione sociale, culturale e collettiva. Se le organizzazioni sociali e politiche di questo Paese non sapranno reagire, il governo della tecnica neoliberista rischia di portare a casa risultato pieno.

Nel caso in cui tra un anno, i professori abbandonassero la politica, porterebbero con sé, nei loro establishment economici e finanziari, un bel bottino: la completa dissoluzione di tutta la storia di mezzo secolo di conquiste sociali. Con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio diventa dogma il completo appiattimento della politica agli interessi del mercato, pena, ovviamente, nuovi governi tecnici firmati spread, per uscire dalla crisi.
Peccato che ad uscire dalla crisi siano solo loro, i tecnici; e ci stiano lasciando studenti, precari, esodati. E mentre tra soggetti sociali e politici della sinistra si discute della funzionalità dei partiti, delle forme dirette di governo, dall'altro lato i tecnici la logica della rappresentanza l’hanno già rifiutata, sostituendosi ad essa, non delegando nulla a nessuno, “autorappresentandosi” con autorevolezza. Il loro obiettivo non è il Parlamento, ma il riconoscimento del governo statale come strumento con cui gestire  nel complesso il processo economico e sociale in atto dentro la società e la sua produttività con il pensiero unico in vigore, che crea crisi e diseguaglianze.

L’obiettivo, quindi, non era solo la ricapitalizzazione delle banche, governare senza rappresentanti, o meglio con una rappresentanza piegata alla linea di BCE e FMI, ma far cadere a cascata su tutta la società la propria idea di modernità. E così dalle finanziarie lacrime e sangue che hanno ridato respiro ai fondi creditizi, siamo passati al lavoro, alla modifica di forme giuridiche ritenute da sacre e che oggi vengono ridicolizzate con inutili giochi di parole nei i testi di legge. La precarietà diviene la totalità del lavoro. Non c’è più una forma contrattuale a cui aspirare, una forma con cui stare al sicuro dal ricatto e dalle logiche padronali. La precarietà è la regola e non più l’eccezione. Il capolavoro della modernità va compiendosi, non prima di approvare il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio, sancendo così la fine delle politiche sociali, della spesa pubblica del Paese e aprendo così spazio alla privatizzazione delle risorse e dei servizi, alla mercificazione del lavoro, alla dissoluzione dello stato sociale. Chissà se alla rapidità del potere, sapremo rispondere con un altro passo, un altro tempo o se ancora una volta saremo miopi e tutto ci cadrà ancora una volta addosso.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 15:33
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