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la Gerusalemme rifiutata: domande antiche agli italiani di inizio millennio

lavoratori inglesi inizio novecentoQuando nel 1985 Vittorio Foa – grande esponente della storia sindacale e intellettuale anomalo dell'Italia novecentesca – diede alle stampe La Gerusalemme rimandata, domande di oggi agli inglesi di inizio Novecento il mondo era estremamente diverso.

Ma nonostante da allora siano cambiate molte cose, le “domande” di Foa sono ancora attuali, e possono essere se non delle risposte, quantomeno delle utili chiavi di lettura per comprendere il presente.

Non scegliamo Vittorio Foa a caso. Lo scrittore piemontese fu attento osservatore delle mutazioni dell'organizzazione del lavoro e della condizione e del ruolo della classe operaia, conducendo analisi ben più acute e avanzate di un sindacato spesso arretrato nel comprendere tutto ciò.

Foa descrisse il proletariato con particolare attenzione alla sua “composizione stratificata e mutevole”, un soggetto con “contraddizioni che non gli danno tregua”. Osservando con attenzione le trasformazioni nel mondo del lavoro, Foa osservava come la classe operaia però non potesse più, già negli anni '70, “essere percepita come l'unica e centrale condizione del lavoro, ma che il sindacato doveva porsi con maggior forza il nodo della rappresentanza degli interessi e dei bisogni di altre forme del lavoro che cominciavano ad emergere, nell'indifferenza della sinistra comunista e della CGIL, una indifferenza che stava alimentando un dualismo, politico e nell'organizzazione del lavoro di cui vediamo gli effetti anche oggi”.

In Novità sul tempo di lavoro, Foa individuava due possibili strade: “Lasciare che le cose vadano come vanno e prepararsi a due mercati del lavoro, uno con tutti i diritti salvi, ma sempre ristretto e con orari rigidi, accanto a un mercato del lavoro flessibile in cui un piccolo grado di libertà operaia si lega al massimo della libertà padronale. Oppure un unico mercato del lavoro in cui tutti lavorino poco alle produzioni di massa e tutti siano liberi di svolgere altri lavori non alienati a titolo individuale e collettivo”.

Senza dubbio oggi esiste una dualità del mercato del lavoro, anche se questa espressione rischia di essere una semplificazione eccessiva a fronte di un mercato del lavoro complesso in cui i confini sono tutt'altro che netti. Negli ultimi anni, vicende come il caso Pomigliano hanno dimostrato come la ricattabilità e l'insicurezza non siano più tratti solo dei lavoratori a tempo determinato, ma che la minaccia della delocalizzazione, gli effetti della crisi e l'assenza di un welfare universale fanno sì che non esista più alcuna barriera sostanziale a dividere i cosiddetti “garantiti” dai non garantiti. Con l'imminente approvazione della riforma Fornero tale distanza si ridurrà ulteriormente, con un livellamento verso il basso dei diritti e delle garanzie anche per i lavoratori a tempo indeterminato. Si sta risolvendo il problema eliminando i “garantiti”.
A proposito di dualità del mercato del lavoro, aggiungiamo che non solo il governo Monti prova ad acuire, con la propria retorica, lo scontro tra i “garantiti” e i non-garantiti, spesso declinando come conflitto generazionale quella che in realtà è una guerra tra poveri. Sono in molti anche a sinistra e negli ambiti di movimento ad alimentare tale scontro contrapponendo, ad esempio, reddito universale e articolo 18. Si tratta di due approcci speculari e che indeboliscono tutti noi, cedendo alla tentazione facile di una guerra per le briciole condita di battaglie residuali.

È una divisione che, in forme differenti, esiste da tempo anche all'interno dei movimenti e della sinistra, in particolare nella dialettica tra movimenti e sindacato. Apparentemente si tratta di uno scontro tra moderati e radicali, ma il nodo non è quello in realtà. Parlando del 1977 ne Il Cavallo e la Torre, sempre Foa scrisse: “la distinzione tra le diverse politiche non stava nelle parole dei programmi (massimalistici o minimalistici, rivoluzionari o riformistici) ma nella ricerca o meno dell'unità del proletariato a livello sociale”.

Proprio la ricerca dell'unità a livello sociale è oggi sempre più un tema cruciale, sottovalutato da molti, soprattutto nel sindacato.
Foa invece poneva l'esigenza, ancora attuale, che in primis i soggetti più rappresentati dal sindacato, più organizzati e coesi, si facessero carico del coinvolgimento e della costruzione dell'unità nelle lotte con altre soggettività sociali e del lavoro, spesso frammentate e difficilmente organizzabili, come quelle del mondo del precariato.

Scrisse: “Non si tratta di sostituire la centralità operaia con la nuova centralità della cosiddetta seconda società, bensì di rimescolare in una nuova composizione esperienze diverse e diversi valori, inventare nuove forme associative e ridefinire obiettivi e prospettive. Però – metteva in guardia – la rottura del ripiegamento corporativo e l'iniziativa di apertura verso l'inclusione spetta soprattutto alla classe operaia forte e garantita che deve cambiare se stessa per far diventare propri i problemi nuovi”, consentendo “una ricomposizione unitaria della stratificata e divisa società del lavoro attraverso l'apertura del segmento operaio più forte verso un processo di inclusione degli strati sociali deboli e marginali”. Era una critica che secondo Pino Ferraris, autore dell'introduzione alla Gerusalemme rimandata, derivava dal timore del rischio di devaricazione tra le proteste senza sbocco e spinte corporative e persino reazionarie sul versante opposto.

Il tema si pone anche oggi, nella consapevolezza che il problema non è una “bigotta” preoccupazione per gli effetti che avrebbe una devaricazione e per le forme di lotta che ne deriverebbero, ma per l'efficacia stessa delle lotte. Se la scelta fosse tra spinte nichiliste e senza sbocco e pura burocrazia, l'esito sarebbe lo stesso: una sconfitta per tutti. Serve invece superare i limiti del sindacato, incapace di rappresentare il frammentato mondo del precariato e ostico all'apertura ai movimenti e alle altre forme organizzate del sociale e del lavoro, soprattutto per un'arretratezza che tutt'ora esiste nell'elaborazione e nelle trasformazioni nel mercato del lavoro; era un limite che veniva evidenziato già dallo stesso Foa quando, parlando del sindacato inglese e riferendosi implicitamente a quello italiano, scriveva: “Sul loro ritardo gravava ovviamente la cultura dominante del sindacato di mestiere. Non a caso l'analisi operaia delle nuove strutture industriali non venne dalle correnti tradizionali del pensiero tradeunionistico o labouristico, ma dalle forze di rottura rappresentate dall'unionismo industriale e dal sindacalismo rivoluzionario e, sul piano teorico, dal marxismo tedesco”.

In attesa di uno sciopero generale che tarda ad arrivare, e con un dibattito molto duro all'interno della CGIL, ci sembra utile, per quanto non esaustivo, che un contributo al dibattito venga proprio dai grandi nomi della storia sindacale, e da una riflessione sulle culture sindacali, troppo spesso messa da parte.

Anche noi come Foa viviamo l'ansia di cui l'autore parla in numerosi scritti, viviamo l'assillo di uscire dalla “prigionia del tempo della transizione”. Questa non è, evidentemente, l'unica prigionia che viviamo oggi, ma è una delle più assillanti, perché occlude gli spazi ai pensieri lunghi, opprime la nascita di idee complesse, da troppi messe da parte in attesa che termini la transizione e si possano riformulare nuovi pensieri forti. I limiti della sinistra e dei movimenti, non solo italiani, sono tutti qui. Davanti alla portata di questa crisi, ambientale, economica, sociale, non dobbiamo temere di dire che se non ci si doterà presto di nuovi strumenti di analisi e di azione, sarà troppo tardi.

Non c'è tempo per l'attesa. In particolar modo non c'è tempo per un'attesa figlia di rinunce passate, di “Gerusalemme rimandate”, di terre promesse e non mantenute. Non attendiamo “terre promesse”, perché non esistono più, e comunque se le terre promesse di oggi fossero quelle proposte dal pensiero unico dominante le rifiutiamo. Ci basta una terra, quella che abbiamo, anche se colma di macerie, di devastazione e devastatori.

Nelle conclusioni della Gerusalemme rimandata Foa scrisse: “non basta più capire le cose nuove che sono successe e che succedono, non basta più aggiornare le conoscenze, occorre qualcosa di più, occorre un diverso modo di pensare, di rapportarsi alla realtà”.

Non c'è più tempo di rimandare terre promesse, o accettare acriticamente storie e teorie che abbiamo ereditato senza analizzare tutti i limiti di un mondo ridotto in macerie, di una politica sempre più indebolita. Riprendere le redini della politica vuol dire oggi poter riprendere le redini della propria vita, ripartendo da quell'idea di politica che nella prefazione della Gerusalemme rimandata viene descritta magistralmente da Foa, riferendosi agli inglesi e alla stesura del libro: “Io mi sono sempre occupato di politica. Quegli inglesi mi hanno aiutato a capire meglio ciò che nel corso di una lunga vita mi è parsa una distinzione importante: che politica non è solo comando, è anche resistenza al comando, che politica non è, come in genere si pensa, solo governo della gente, politica è aiutare la gente a governarsi da sé”.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 15:33
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