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Precari dell'università, ennesimo atto del governo del tradimento

Precari dell'università, ennesimo atto del governo del tradimento

Lascia esterrefatti la notizia dell’introduzione del comma 208-bis nel Maxiemendamento di Legge di Stabilità 2019, dopo la negoziazione con i tenutari dell’austerity europeo: per l’anno 2019 le Università, in relazione al loro potere autonomo di reclutamento, hanno il divieto della loro facoltà di bandire concorsi ordinari per le assunzioni a tempo indeterminato con decorrenza giuridica ed economica fino a venerdì 15 novembre 2019. Il sabato e la domenica, come è noto, gli uffici e i dipartimenti non sono attivi istituzionalmente.

Tale divieto mette in discussione la stessa autonomia universitaria, l’indipendenza di spesa, la propria azione di colmare il fabbisogno organizzativo e didattico, la capacità di far progredire professionalmente chi già è ancorato ad un sistema di diritti giuridici e contrattuali e di stabilizzare chi da una schiera di anni urla dentro di sé il sacrosanto diritto ad un presente e un futuro stabili.

Chi scrive ha in questi ultimi mesi incontrato centinaia di assegnisti di ricerca, ricercatori a tempo determinato di tipo a e b introdotti dalla Legge Gelmini 8 anni fa, dottorandi, borsisti di ricerca, co.co.co, docenti a contratto.

Le biografie si intrecciano, nell’università il precariato non è poi così frammentato come è in molti altri settori: le forme contrattuali si alternano in uno stillicidio di gestione separate, modelli unici reddituali, salite e discese nel grande inferno e nel grande inverno dell’accademia italiana.

Colpiscono le storie delle docenze a contratto. Prestazioni occasionali che colmano la riduzione dei corsi di laurea nella impossibilità di un turn over paritario tra l’ordinario che va in pensione e il ricercatore che diventa professore. 8 euro la media della retribuzione, talvolta compensativa di un co.co.co., talvolta unica insufficiente strada per in parte pagare la propria sopravvivenza e rimanere agganciati al sistema.

Già perché l’università per chi ci vive e lavora è un sistema chiuso, con le proprie regole liturgiche, uscirne da questa visione dopo lo scempio degli ultimi 8 anni appare assai complicato, quasi a volte impossibile.

Un sistema papalino con vescovi, cardinali, la raccolta delle offerte dei punti organico, le omelie dei convegni e dei workshop, i confessionali delle riunioni coi capi-dipartimento che si dividono tra un pianto di non trovare fondi aggiuntivi per rinnovare gli assegni di ricerca e la spregiudicatezza dei bandi di concorso tarati sui parametri dei loro lacchè che, sebbene magari molto bravi, rimangono lacchè. Se poi pure incompetenti ma addentrati politicamente la farsa è ancor più fredda e pungente.

Ma la ricerca è autonomia, incedere progressivo alla scoperta della verità scientifica, antitesi della verità costruita.

Per questo, nel quadro delle mobilitazioni dei Ricercatori Determinati svolte in queste settimane, la rabbia è scaturita sui dati forniti dal Governo, il quale declama “inversioni di tendenza”, “primi passi”, “solidarietà al problema”, “volontà di ascolto”.

L’Università è stata protagonista di un massivo coinvolgimento elettorale sulla base di prospettive di cambiamento, radicalità, restituzione del maltolto rivolgendo un grande consenso al Movimento 5 stelle, asse portante del Governo in carica.

Naturale dunque la rabbia e lo sdegno verso risposte insufficienti alla risoluzione di un atavico problema, ancor più se nella componente maggioritaria del Governo figurano eminenti personalità del mondo accademico che hanno vissuto in passato il fenomeno della precarietà.

Un miliardo e mezzo di investimento per far ripartire il sistema, restituendo quel 20% di corsi di laurea chiusi soprattutto al Sud, la revisione delle quote di premialità totalmente basate su parametri politici e non scientifici, un profondo cambiamento nel sistema di valutazione e di reclutamento ordinato e ciclico, stabilità e dignità dei contratti. Cosa c’è di dissimile rispetto al piano di investimenti che i principali Paesi dell’UE programmano ogni anno? Cosa c’è di oscuro nella teoria per cui investire nel sapere e nell’innovazione del personale accademico oggi permette di accelerare l’incremento della produttività, della qualità della stessa, dell’aumento della fruizione di beni che rendono scientificamente più massivo l’incrocio tra domanda e offerta, se proprio la si vuol vedere in termini neo-liberali. Nei termini giusti a chi scrive è crescita culturale, piena occupazione, sviluppo nella conoscenza e dell’innovazione, ricchezza del possibile direbbe qualcuno.

Dopo mesi di interlocuzioni e mobilitazioni su tali rivendicazioni di civiltà e dopo le rassicurazioni dell’inversione di rotta totalmente respinte dal movimento dei ricercatori precari, l’introduzione del blocco assunzionale, sebbene una tantum, rappresenta una beffa politica inoppugnabile, spiattellata sotto Natale non tenendo conto che già 8 anni fa si era molto indietro.

Valditara e company leghista brinda, coloro che vogliono scrivere la Storia se la raccontano come il grammofono canta “Giovinezza” e l’anziano manovratore muove le truppe verso l’illusione di Addis Abeba.

I rettori cominciano a parole ad alzare scudi, seguiti dai professori ordinari sin’ora silenti o legati a rivendicazioni unilaterali di corpo giuridico. Il ventre molle del Paese rincoglionito dalla propaganda dell’Algoritmo “La Bestia” pensa all’università come luogo di privilegio.

Il 58%, la maggioranza di precari della didattica e della ricerca hanno instradato un percorso, insieme agli studenti universitari e ai precari TAB su cui insiste il Decreto Madia. Sebbene i numeri non hanno rappresentato l’intera massa in assemblee e in piazza, l’ interessante post-avanguardia dei Ricercatori Determinati, con la stessa ragione di chi si è mobilitato nel 2008 e nel 2010, non fermerà la propria mobilitazione.

S’attende il battito d’ali delle altre farfalle. Niente proclami di principio sui social, piagnistei rivendicativi di un passato di lotta che è passato, niente soluzioni di comodo per settori. Il battito d’ali deve fisicamente far volare. Non si tratta più di tetti da occupare, i tetti non bastano più perché come di recente è successo durante le piogge capita che crollino in mancanza di fondi per la manutenzione.

Si tratta di influenzare e mobilitare la società a partire dalle aule e dai laboratori.

Creare alleanza e solidarietà con le Accademie d’Europa, una Ventotene della Ricerca da Varsavia a Siviglia.

Se non giungerà perché compromesse, sappiano che non ci sarà più un esercito di riserva e di sostituzione. Esso se ne andrà o è già all’estero per evitare la procedura di infrazione verso la propria esistenza e dignità. Un peccato mortale che nessun Papa, vescovo, cardinale e monsignore potrà lavare via con una semplice confessione.  

L’osservazione partecipata al fenomeno in atto è la base della sintesi espressa.     

Ultima modifica ilVenerdì, 21 Dicembre 2018 17:15
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