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A settembre, da Roma a Pisa, corre il filo rosso dei beni comuni

A settembre, da Roma a Pisa, corre il filo rosso dei beni comuni

Dai Teatri occupati agli ex-stabilimenti industriali “liberati” e riconvertiti. Ma anche: dai servizi pubblici locali alla conoscenza. Quello che sempre più si va definendo attorno al tema dei beni comuni è un vasto arcipelago, fatto di lotte e vertenze, rivendicazioni e progetti. È ormai difficile anche solo fare l'elenco delle esperienze che tentano di mettere in pratica un “diritto dei beni comuni” e che, in modo anche eterogeneo, si sono diffuse a macchia di leopardo sui territori italiani (urbani e non).

L'agenda di questi giorni permette però di fare qualche accenno ad alcuni aspetti che qualificano nel profondo il rinnovato dibattito sul concetto di proprietà e sul ruolo che certi beni dovrebbero avere per un'uscita possibile e sostenibile dalla crisi.

Ieri mattina una allegra conferenza stampa ha formalmente battezzato la Fondazione Teatro Valle Bene Comune. In poco più di due anni, lo storico teatro romano – che nel 1921 aveva ospitato la “prima” di Sei Personaggi in Cerca d'Autore – è passato dall'essere oggetto delle mire cultural-imprenditoriali di Alessandro Baricco e Oscar Farinetti (il signor Eataly) alla nascita di quella che i comunardi, a buon diritto, definiscono la prima “Istituzione dell'imprudenza”. Nel mezzo, due anni di occupazione che hanno portato il Teatro Valle, e con esso la comunità di lavoratori ed artisti che lo gestisce, ad essere un punto di riferimento assoluto: tanto per l'aver messo in pratica un modello altro di gestione di beni ed attività culturali; quanto per aver saputo costruire un profilo di riflessione innovativo, aperto alla contaminazione e capace di dialogare con movimenti, accademici e tecnicismi giuridici.

Apertura, cura, partecipazione, responsabilità – quella vera, non quella delle larghe intese e del mantra terroristico there is no alternative. Con simili ingredienti, non può davvero stupire che l'occupazione del Valle abbia scelto di tentare un salto di qualità, istituzionalizzando in forme giuridiche appropriate la possibilità di gestire il teatro come un bene comune.

Con il supporto di giganti del diritto come Ugo Mattei e Stefano Rodotà – ma anche di giovani giuristi critici come Alessandra Quarta – il processo politico di istituzionalizzazione dell'occupazione ha portato ad adottare lo strumento della fondazione di partecipazione: in concreto, si è trattato di “importare” in Italia spunti provenienti da esperienze soprattutto anglosassoni, per innovare il modello classico della fondazione puntando ad una struttura fortemente partecipativa. Ognuno potrà leggere lo statuto della Fondazione Teatro Valle per farsi un'idea, ma è bene almeno sottolineare il ruolo centrale di indirizzo politico/gestionale degli “organi” assembleari, l'approccio inclusivo con cui la Fondazione dovrà funzionare, e la natura turnaria di tutte le cariche politiche, gestionali ed artistiche.

Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, come mai l'occupazione del Teatro Valle, nonostante le mille difficoltà, sia stata in grado di costruire attorno a sé un consenso, tale da evitare lo sgombero e poter “diventare grande” costituendosi in forma di fondazione.

La risposta, a pensarci un momento, è quasi scontata: e va ricercata nel fatto che il teatro – o meglio, il fascio di utilità che lo spazio-teatro fornisce a livello fisico e simbolico – costituisce un bene comune da almeno 2600 anni. È dai tempi della Grecia Antica (la stessa Grecia letteralmente distrutta dalle politiche di austerity!), infatti, che il teatro svolge una indispensabile funzione di creazione e riproduzione dei valori fondanti la convivenza delle comunità. L'arte e la cultura, nel teatro, hanno sempre teso ad essere canali di accesso ad una consapevolezza sociale e politica diffusa, nonché strumenti di discussione e coesione per tessuti “urbani” e antropologici. Nel panorama contemporaneo, però, emergono altri “luoghi” in grado di diventare (essere vissuti come) beni comuni: in grado, cioè, di attivare al loro interno percorsi di partecipazione e socialità, volti a soddisfare diritti fondamentali dei singoli e delle collettività. L'esempio degli ex-stabilimenti industriali – con il loro carico di complessità anche per quanto riguarda i temi della deindustrializzazione, della riconversione della produzione e di cosa sia il lavoro oggi – è particolarmente calzante.

Non è un caso, allora, se in una città come Pisa, da sempre laboratorio politico e sociale, possono oggi riscontrarsi i due scenari qui appena accennati. Da un lato, il Teatro Rossi Aperto: un teatro storico chiuso da anni, che una volta occupato ha catturato attenzione anche tra insospettabili reggenti locali del Partito Democratico, e che oggi costituisce uno spazio rilevante nel panorama cittadino pisano. Dall'altro, l'esperienza dell'Ex-Colorificio Toscano, una vecchia fabbrica “rapinata” della produzione e del marchio dalla multinazionale delle vernici J-Colors e occupata il 20 ottobre 2012, che oggi è la sede del Municipio dei Beni Comuni e rappresenta l'ultima incarnazione del progetto Rebeldìa, cioè di una voce critica storica e detestata in una città dove il PD rappresenta il classico “Partito-Stato”.

Proprio all'ex-Colorificio si terrà da domani, 20 settembre, e fino a domenica 22 Common|Properties, una tre giorni di confronto e dibattito dall'eloquente sottotitolo “lavoro, diritti, territori”, che richiamerà a Pisa praticamente tutta l'Italia in lotta: da alcuni dei giuristi che compongono La Costituente dei Beni Comuni a tante esperienze di movimento, dallo stesso Teatro Valle alla campagna Sbilanciamoci!. Al centro dei dibattiti, e soprattutto dei workshop previsti per sabato 21, ci sarà il rapporto tra proprietà, beni e qualità della vita delle persone. In fondo, nient'altro che questa, (ma anche) niente di meno che questa è la chiave per capire a fondo il potenziale del dibattito teorico e delle pratiche di lotta che si snodano e si incontrano attorno al tema dei beni comuni.

Questi sono, secondo una definizione ormai “classica” (data dalla cosiddetta Commissione Rodotà), quei beni che forniscono utilità economico-sociali funzionali al soddisfacimento immediato di diritti fondamentali. L'accesso ai beni comuni, unito al governo partecipato e responsabile degli stessi, possono mettere in pratica una alternativa reale nel modo in cui i singoli e le comunità si identificano, si relazionano, organizzano pezzi di economia e dedicano spazio a tempi di vita non schiacciati dall'ideologia neoliberista e dalle tante facce del ricatto della precarietà.

In altri termini, costruire un diritto ed una società dei beni comuni significa sperimentare – con umiltà, con pluralismo e con la consapevolezza dell'insufficienza di qualsiasi esperienza singola ed autoreferenziale – un altro modello di sviluppo, a partire dalla concretezza della vita quotidiana. Dunque, un'alternativa “dal basso”: laddove usare questa espressione non significa impiegare uno slogan che suona simpaticamente, ma avere piena coscienza di come vadano messi al centro la concretezza dei beni, le utilità fornite da essi, i diritti e le responsabilità di cura di tutti noi. Non si tratta allora di immaginare modelli astratti (e forse anche un po' paternalistici) di uscita dalla crisi. Al contrario, si tratta – come nel “monito” del Teatro Valle – di mettere in pratica l'imprudenza, con un metodo di analisi rigoroso coniugato ad una presenza umile e costante nella realtà. E si badi, fare tutto ciò non è poco: significa mettere in discussione, in modo programmatico, tanto le proprie certezze, quanto soprattutto il dogma della compatibilità.

Ed è proprio per questo, infine, che la questione proprietaria torna al centro delle lotte sociali e delle critiche teoriche. In tempi di crisi strutturale (economica, politica, culturale), la proprietà è tornata ad essere un Terribile Diritto, uno strumento subdolo di esclusione giuridica e sociale. Occupazioni come quelle del Valle e dell'ex-Colorificio mettono radicalmente in discussione la legittimità di una proprietà assenteista o, peggio ancora, speculativa. E c'è di più: affermare che l'acqua è un bene comune, e che come tale va gestita, significa mettere in chiaro che ciò che conta non sono solo i titoli giuridici formali, ma soprattutto il modo concreto con cui si gestisce un bene e si organizza l'accesso alle utilità comuni (un'azienda pubblica può fare ben peggio di una consorzio privato, e viceversa).

Perché il punto non è più se un bene o un servizio sono pubblici o privati: il punto essenziale è, con Antonio Gambaro, che la proprietà – questa proprietà che vive di rendite fondiarie e finanziarie e che ingrassando nelle diseguaglianze calpesta territori, salute e diritti – è “un concetto astratto acontenutistico ed onnivalente, che aveva un significato solo come presidio e strumento del soggetto e della sua libertà. Non vi può essere quindi alcun rimpianto per l'abbandono di formule che non descrivevano nulla e sarebbe anche opportuno che ci si abituasse a considerare che non hanno mai descritto nulla”.

Tessere una nuova trama di società usando il filo rosso dei beni comuni, allora, è una questione di civiltà. E questo settembre promette bene.

Ultima modifica ilMercoledì, 23 Ottobre 2013 10:23
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