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Vajont, 50 anni dalla strage. Non fu fallimento della tecnica, ma tradimento del profitto

Vajont, 50 anni dalla strage. Non fu fallimento della tecnica, ma tradimento del profitto

50 anni fa finiva il miracolo economico.

A svegliare l'Italia dalla grande ubriacatura di progresso iniziata 5 anni prima, fu, alle 22.39 del 9 ottobre 1963, un boato assordante. Il rumore di una parete intera di montagna, il versante settentrionale del Monte Toc, 260 milioni di metri cubi di roccia, che si stacca e corre a 108 chilometri orari verso il lago artificiale creato dalla diga che ferma il torrente Vajont a pochi metri dalla sua immissione nel Piave. L'onda generata dal tremendo impatto si divide, una parte travolge alcune borgate dei paesini di Erto e Casso, nella stessa valle del Vajont, mentre l'altra, uno tsunami da 30 milioni di metri cubi d'acqua, scavalca la diga, scalfendone appena lo spigolo superiore, e si abbatte su Longarone, nella valle del Piave, radendo al suolo, di fatto, l'intero paese.

Servirono 1918 morti, la più grande strage dell'Italia contemporanea dopo il terremoto di Messina del 1908, a far passare all'Italia degli anni '60 la grande sbornia del boom. Un'ubriacatura di asfalto, cemento e pvc i cui numeri fanno ancora girare la testa: 6,3% di crescita annua del Pil in media per 5 anni, dal 1958 al 1963, e, nel solo triennio 1957-1960, un aumento della produzione industriale del 31,4%, dell'auto dell'89%, delle componenti meccaniche dell'83%, del tessile del 66,8%. Un intero paese, o quasi, che da agricolo diventa industriale, nel giro di appena 5 anni, e senza alcuna risorsa energetica da sfruttare. Niente carbone, niente petrolio, niente gas. In un paese geologicamente giovane come l'Italia i combustibili fossili scarseggiano, la terra non ha ancora fatto a tempo a produrli. Per lo stesso motivo, tre cose non ci mancano: vulcani, terremoti, e montagne. Ed è proprio dalle montagne che arriva l'energia che fa girare la macchina del boom: nel 1960, l'idroelettrico copriva oltre il 60% della produzione energetica nazionale. Costruivamo dighe, dighe ovunque, in ogni valle delle Alpi e degli Appennini, e il progetto Grande Vajont doveva essere l'apice di questo processo: un gigantesco bacino in grado di raccogliere l'acqua di tre fiumi diversi, bloccata da tre dighe diverse, su in Cadore, e poi incanalata e depositata in questo gigantesco bacino, a picco sopra Longarone, protetto da quella che allora era la diga a doppio arco più grande del mondo. Un capolavoro della tecnica, un monumento all'ingegneria, alle capacità sconfinate dell'uomo, che ancora lascia senza fiato chiunque la guardi da giù, dal Piave: una gigantesca lapide di calcestruzzo bianco, intatta, perfetta.

Perché a svegliare l'Italia imbambolata del boom economico, a farle perdere l'innocenza, a mostrare nella tragica evidenza di 1918 cadaveri che nessuna energia è pulita e che ogni sviluppo ha un costo, non fu un fallimento della tecnica. Quella che ancora oggi, nei loro scintillanti quanto ipocriti speciali commemorativi, i grandi quotidiani metropolitani chiamano “la tragedia del Vajont”, o “il disastro del Vajont”, fu tutt'altro che una tragedia inspiegabile, tutt'altro che un disastro naturale dovuto alla hybris dell'essere umano che, inebriato dalle false certezze della scienza, sfida la sacra natura e viene punito. Queste favolette da liceo classico sono buone giusto per la testa bacata di generazioni di editorialisti ignoranti che non perdono occasione per rafforzare il pregiudizio antiscientifico dei propri lettori. La scienza e la tecnica, nel Vajont, fecero il loro dovere, prevedendo nel dettaglio i rischi dell'impresa, ma furono colpevolmente ignorate da chi non si rassegnava a perdere i giganteschi profitti legati all'opera.

Altro che fallimento della tecnica, il Vajont fu un tradimento del profitto. Altro che “disastro” e “tragedia”, il Vajont fu una strage, con responsabilità precise, come oggi ammettono, a modo loro, anche il Presidente della Repubblica e i quotidiani borghesi che all'epoca definivano “sciacalli” i giornalisti dell'Unità, prima fra tutti la bellunese Tina Merlin, che non accettavano la versione preconfezionata del disastro naturale e pretendevano di far luce sulla vicenda.

Quei 1918 morti (e se dio esistesse avrebbe un senso dell'umorismo piuttosto macabro, gettando proprio 1918 cadaveri in quel grande cimitero che è il Piave dai tempi della Prima Guerra Mondiale) segnarono, di fatto, la fine dell'idroelettrico italiano, sostituito in maniera pressoché totale dal termoelettrico (cioè dalle centrali che bruciano carbone, petrolio e metano importati) nel giro di meno di un decennio. Non segnarono, però, la fine di un modo miope e malato di concepire il territorio, e in particolare la montagna. Le Dolomiti, per l'Italia, rimasero solo quelle aristocratiche e patinate delle Olimpiadi Invernali a Cortina del 1956, mentre le parti meno “nobili”, cioè ovunque non ci fosse un impianto sciistico, sparirono dalla mappa insieme alla ferrovia, smantellata nel 1964. E con loro sparì quell'80% del territorio e del popolo italiano che sta fuori dalle grandi metropoli e dai meccanismi decisionali, che subisce lo sviluppo, o, peggio, la sua mancanza.

Perché in Italia è così: o industria pesante senza scrupoli che fa crollare le montagne, o abbandono totale. L'idea che si possano pianificare in maniera intelligente prospettive di sviluppo che tengano conto del territorio e dei suoi abitanti, tuttora, è completamente aliena al dibattito pubblico. La sinistra, in particolare, si barcamena tra la truffa dell'economia della conoscenza e un irrazionale iperindustrialismo di ritorno, che, esattamente come 50 anni fa, bolla come “nemici del progresso” tutti quelli che non si fidano della parola di chi ha miliardi da guadagnare dalla costruzione di una grande opera, tutti quelli che vogliono vedere le carte, studiare i progetti e far parlare la scienza, tutti quelli che rifiutano l'idea che esista uno e un solo sviluppo e rivendicano il diritto a decidere che direzione dare al proprio futuro.

Il cinquantesimo anniversario del Vajont è, certo, il momento per ricordare quella tragedia senza precedenti, quella Longarone cancellata dalla mappa e poi faticosamente ricostruita dai superstiti, quei lutti e chi ne fu responsabile. E però dovrebbe essere anche il momento per chiederci come siamo messi, ora, rispetto al 1963, come paese. Oggi, a 50 anni dal Vajont, un'azienda privata ben ammanicata politicamente potrebbe molto probabilmente fare esattamente quello che fece la Sade allora: ignorare le perizie, reprimere le proteste, andare avanti come nulla fosse. Oggi, a 50 anni dalla fine dell'idroelettrico, non abbiamo ancora trovato un'alternativa energetica che non sia comprare combustibili fossili da qualche dittatore amico e bruciarli allegramente. Oggi, quando l'irrefrenabile declino di un sistema produttivo basato sul cemento e sull'asfalto è davanti agli occhi di tutti, siamo alla ricerca di nuove valli da militarizzare e di nuovi studi da ignorare, pur di non fare i conti con la realtà e con la necessità della conversione ecologica del nostro sistema produttivo, con la realtà e la necessità di un nuovo modo di intendere i rapporti tra risorge energetiche, territori e filiere produttive, con la realtà e la necessità di una politica che sappia promettere qualcosa più di meglio di una colata di cemento.

 

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 10:14
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