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Lampedusa: occhio non vede, cuore non duole

Lampedusa: occhio non vede, cuore non duole

L'ecatombe di Lampedusa, il barcone stracarico di migranti affondato giovedì scorso davanti alle coste dell'approdo italico più vicino al continente africano, ha aperto uno squarcio nelle coscienze di milioni di persone che per anni hanno messo a tacere anche la propria pietas cristiana. Forse. Perché a sentire l'opinione comune di politici e semplici cittadini, amplificata dal megafono mediatico di telegiornali, web e carta stampata, la soluzione per porre un argine ai flussi migratori è semplice e passa per il rafforzamento dell'agenzia Frontex e dunque della missione Nautilus. È stato per primo proprio il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, a chiederlo, in un messaggio che sembrava pronto per essere dettato alle agenzie in caso di ecatombe per certi versi “annunciata”, visto il preambolo di qualche giorno prima con la tragedia di Scicli. Ha sottolineato Napolitano: “È indispensabile stroncare il traffico criminale di esseri umani in cooperazione con i paesi di provenienza dei flussi di emigranti e richiedenti asilo. Sono pertanto indispensabili presidi adeguati lungo le coste da cui partono questi viaggi di disperazione e di morte. E, tanto per cominciare, non è accettabile che vengano negati a un'istituzione valida creata dalla Commissione Europea - il Frontex - mezzi adeguati per intervenire senza indugi”.

Le conseguenze di un simile intervento – per carità, nulla a che vedere con gli accordi Italia-Libia e con i respingimenti per i quali la Corte Europea per i diritti umani ci ha condannati – sono state efficacemente descritte dal documentarista Andrea Segre, che alla quotidianità di quel che avviene tra la costa nordafricana e quella lampedusana ha dedicato due suoi lavori, che andrebbero proiettati nelle scuole di politica frequentate da molti parlamentari democratici, incapaci di reagire alla propaganda leghista perpetrata da un Pini qualsiasi, vero protagonista dei talk show televisivi nei giorni dell'ecatombe lampedusana. Spiega Segre: “Se rafforziamo Frontex e la strategia che Frontex rappresenta, noi otterremo due immediati risultati: l'aumento delle vittime tra coloro che chiedono protezione e l'aumento dei costi dei viaggi illegali e quindi dei ricavi per coloro che li gestiscono. Poi però potremo presentare meravigliosi report in cui ci vanteremo di aver ridotto gli sbarchi e gli arrivi illegali nel territorio europeo”. Poi alcune domande retoriche: “Ma ci siamo mai chiesti una cosa semplicissima: quando si riducono gli arrivi illegali nel territorio europeo dove finiscono le persone che abbiamo fermato e respinto? Pensiamo davvero che tornano a casa e rinunciano al viaggio perché hanno scoperto che è illegale?”.

Quale possa essere la soluzione Andrea Segre lo indica con estrema lucidità: “Basta con la retorica degli scafisti, dei trafficanti e organizzazioni criminali. È una retorica che produce solo risultati elettorali e che costa miliardi di euro, ma che non salva le vite né risolve le ragioni della fuga. Usiamo questi miliardi di euro oggi per fare i corridoi umanitari, per dare protezione a famiglie che non sono vittime degli scafisti cattivi, ma che cercano vie di fughe e li trovano solo dove sono pericolose e mortali. E poi usiamoli anche domani per ricominciare a investire in progetti di cooperazione decentrata, di sviluppo sostenibile e di quant'altro si è deciso di non fare più, usando la crisi finanziaria come scusa. Non si tratta di trovare i soldi, ma di decidere dove metterli. Non si tratta di fermare i cattivi trafficanti, ma di soccorrere vittime innocenti”.

Ciò che più spaventa nel dibattito di questi giorni è però la retorica “dell'occhio non vede, cuore non duole”, per cui il controllo delle coste di partenza sembra la soluzione ideale paventata dalla politica, in barba appunto alla violazione del più elementare tra i diritti umani, quello alla vita, messo in serio pericolo nel momento in cui uomini, donne e bambini vengono restituiti ai destini dai quali stanno tentando di scappare. Spaventa anche la sensazione di riuscire a intuire in che modo finirà anche questa vicenda, la più crudele tra quelle avvenute nel secondo dopoguerra nel Mare Nostrum – cioè di tutte le genti che lo attraversano – ma non certo dissimile da tante altre, a partire dal naufragio della Kater I Rades, avvenuto il 28 marzo 1997 nel Canale d'Otranto per “colpa” di una corvetta militare italiana, per arrivare al drammatico preambolo di Scicli, avvenuto qualche decina di ore prima dell'ecatombe lampedusana di giovedì scorso.

Due input sull'epilogo vengono dal destino che ha contrassegnato le vite dei 155 superstiti sin dalle ore successive al naufragio del barcone: la procura di Agrigento era “costretta” dalle norme vigenti a indagarli per immigrazione clandestina, intanto all'università di Siena il premier Enrico Letta sosteneva: “Oggi è un giorno di lutto che ha coinvolto tutta la nostra popolazione e che coinvolge tutta l’Europa. I morti davanti a Lampedusa, uomini, donne, bambini, bambine da oggi sono cittadini italiani”. Particolari che non sono passati inosservati all'estero, tant'è che il quotidiano spagnolo “El Pais” in un editoriale ha sottolineato come quanto avvenuto sia “il risultato dell'indifferenza e della deriva xenofoba dell'Europa”, puntando l'indice contro la legge sull'immigrazione clandestina che “ha trasformato in delinquente ogni immigrato senza documenti e ha penalizzato il comportamento di quelli che possono aiutarli, sia dando un alloggio, sia soccorrendoli in mare”. Un'affermazione pesante, perché – limpida e chiara – coglie l'essenza della questione.

Perché è fin troppo chiara la cecità con la quale l'Italia – non da oggi, naturalmente – si sta confrontando con il tema dell'immigrazione, trattandolo come un problema. Perché, senza nemmeno troppa fantasia, di fronte alla mancanza di una politica dell'integrazione che diventi un fatto culturale, è facile ritrovare la rappresentazione simbolica di un'Europa fortezza sempre più simile all'Impero Romano sull'orlo del baratro. Perché forse aveva ragione nel novembre 2012 il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, quando si rivolgeva così all'Unione Europea: “Sono indignata dall'assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell'Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte a una strage che ha i numeri di una vera guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull'immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l'unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l'Europa motivo di vergogna e disonore”.

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 10:14
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