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Hurricane, il grido dell’innocenza

Hurricane, il grido dell’innocenza

 

14 dicembre 1964. I seimila spettatori della Convention Hall di Filadelfia sommersero in una selva di fischi l’arbitro Polis e i giudici di gara Mina e Beloff dopo l’assegnazione della vittoria ai punti all’italo-americano Joey Giardello, il quale aveva chiaramente subito per nove round su quindici nella finale mondiale dei pesi medi, tant'è che al quarto round il suo sopracciglio fu aperto a metà dai colpi spietati dello sfidante. Dall’angolo opposto del ring, Rubin Carter, emergente pugilo afro-americano, ansimante e incredulo, derubato' del titolo iridato dal razzismo sportivo e dal racket delle scommesse, molto in voga a quei tempi nei palazzetti della Pennsylvania.

 

Lui che a 8 anni fu preso e sbattuto in riformatorio per aver salvato un suo caro amico dalle mani subdole di un pedofilo; e che, dopo la fuga dall’esercito, dovette presentarsi davanti alla Corte Marziale per insubordinazione, essendosi rifiutato di sottostare alle pratiche di caserma ruvide e ingiuste nei confronti dei neri. Fiatone e incredulità, occhi sprizzanti odio umano e sociale verso quel potere sorridente, dopo l'ennesima ingiustizia subita.

Condannato per insubordinazione, venne arrestato nuovamente per la fuga dal riformatorio e appena uscito per lo scippo di una donna di colore di mezza età mai incontrata.

Tarchiato, altezza non proprio in linea con gli standard della categoria dei pesi medi, Rubin Carter vantava un fisico solido e vigoroso, una forza notevole e un sinistro decisamente temibile. Il tutto sottolineato da un aspetto – per così dire – inusuale: sguardo duro e deciso, testa rasata, baffi spioventi.

L'aria minacciosa e inquietante, la velocità di esecuzione e una non disprezzabile tecnica gli fecero guadagnare ben presto il soprannome di “Hurricane”. Nei primi anni di carriera, i colpi di Carter misero al tappeto onesti mestieranti, come Frank Nelson, Felix Santiago e Johnny Tucker, e affermati professionisti, come Herschel Jacobs, Florentino Fernández e George Benton. In mezzo a tanti successi, non mancarono le sconfitte, come quelle contro Jose Monon Gonzalez e Joey Archer, che non gli impedirono tuttavia di dare la scalata al ranking mondiale. Così, nel luglio del 1963, la rivista 'Ring Magazine' lo inserì nella topten dei pesi medi.

L'ingiusto esito del match di Filadelfia ebbe però ripercussioni molto negative sul giovane Carter, che successivamente collezionò una serie di sconfitte contro i pugili di massimo rango dell’epoca come Luis Manuel Rodríguez, Harry Scott, Dick Tiger.

La vita di “Hurricane” mutò radicalmente e in maniera definitiva quando, in un mattino di giugno del 1966, due uomini di colore entrarono nel Lafayette Bar and Grill di Patterson, la sua città natale, e aprirono il fuoco contro i presenti, uccidendo il barista e due clienti. I killer fuggirono poi su un’auto bianca. Il caso volle che appena qualche minuto dopo l'agguato la polizia fermasse poco distante una Dodge bianca con a bordo due afro-americani: Rubin Carter e John Artis, un suo amico, che – trascinati sulla scena del crimine – non furono però riconosciuti dagli avventori e vennero rilasciati. A pesare contro di loro, però, il ritrovamento nell'auto di una pistola e alcuni proiettili da fucile dello stesso calibro impiegato nella strage.

Sette mesi dopo, il colpo di scena: uno dei testimoni oculari, Alfred Bello, noto criminale locale, sostenne di aver riconosciuto in Carter e Artis i due spietati killer. Nel maggio del 1967 una giuria interamente composta da bianchi condannò il campione di pugilato e il suo amico al carcere a vita, a dispetto dell’evidente mancanza di prove inconfutabili, basandosi esclusivamente sulla testimonianza di Bello e di un uomo che si trovava con lui, Arthur Dexter Bradley.

Negli anni successivi, si creò un vasto movimento a sostegno dell'innocenza di Rubin Carter, composto tra gli altri da Joan Baez, Muhammad Ali e Bob Dylan, il quale nel 1975 dedicò al pugile il brano “Hurricane”, ballata piena di rabbia per quella che veniva ritenuta una condanna ingiusta al culmine di un'esistenza travagliata. Passato del tempo da quella condanna, Alfred Bello ritrattò a sorpresa la sua testimonianza, inoltre l'impegno del movimento di opinione a sostegno dell'innocenza di “Hurricane” portò la Corte Suprema a intimare la revisione del processo. Servì a poco, perché il testimone oculare, in tribunale, sottolineò ancora una volta di aver riconosciuto i due imputati come gli autori dell'agguato. Carter e Artis vennero nuovamente condannati.

Soltanto nel 1985 la Corte Federale liberò Carter e Artis in quanto “vittime di un processo non equo e basato su pregiudizi razziali”. A nulla valse il ricorso della Procura contro la decisione della Corte Federale: “Hurricane” e il suo amico ottennero la definitiva libertà.

Il match più duro della carriera del campione era dunque finito con una vittoria ai punti. Qualche anno dopo, nel 1993, a Rubin Carter venne consegnata la cintura di campione del mondo, ingiustamente sottratta da una giuria corrotta e razzista trent'anni prima.

Da tempo affetto di cancro, Hurricane è morto a Toronto la notte del 20 aprile.

Non importa quante volte sono morto

non le dimenticherò mai;

Non importa quante bugie vivo

non le rimpiangerò mai;

C'è un incendio dentro questo cuore

che sta per esplodere tra le fiamme.

L'amore che avevamo, l'amore che avevamo,

abbiamo dovuto lasciarlo andare.”

Ultima modifica ilSabato, 26 Aprile 2014 16:34
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