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Una vigilia, quattro anni dopo

Una vigilia, quattro anni dopo

La nostalgia vive nell’ambizione di sé, non è spesso avvalorata da desiderio di memoria. In questi giorni in molti, incluso chi scrive, in diversi blog e social network hanno evocato la straordinaria giornata del 22 dicembre 2010, mobilitazione studentesca e generazionale che chiudeva tre mesi di lotta contro il ddl Gelmini.

Più che un ragionamento analitico su come sia andata quella stagione di mobilitazione rispetto alle precedenti o come termine di paragone nella fase attuale, credo che molti si saranno posti il tema di come eravamo e di come siamo all’alba appannata del renzismo.

Non si tratta anche qui di dissertare da novelli papà castoro, anche se qualcuno papà, nonostante siano passati “soli” 4 anni, lo è diventato. Ma è importante ricostruire la memoria storica di cosa abbiano rappresentato quelle centinaia di migliaia di studenti nell’ultima parabola del ventennio berlusconiano, dentro la crisi finanziaria e strutturale che dal 2006 sembra aver infettato il mondo, perché gran parte del movimento di opposizione alla logica dei tagli lineari che ha dato il "la" all’odierna spending review e a un riformismo tradito che presta il fianco all’attuale dittatura del decreto applicativo, è passato per quelle strade solcate in tutta Italia dall’autunno 2008 sino a quel fatidico mercoledì 22 dicembre 2010.

22 dicembre 2010 ondaUn triennio in cui è passata l’attuale fascia generazionale che va dai 25 ai 35 anni, chi in una scuola, chi in facoltà a studiare o a far ricerca. Di sicuro gran parte di coloro che sei o quattro anni fa erano ancora nel ciclo formativo, chi ne sta per uscire, chi è ancora dentro da studente-lavoratore o sarebbe meglio dire il contrario. Chi ha abbandonato, tanti, tantissimi, più di quanti se ne immaginano, spersi chissà in quale pub in Europa o a casa, psicologicamente a terra da allora. Traditi da un Ministero, da un Parlamento e da uno Stato che ha negato loro il diritto allo studio, fosse una borsa di studio o un alloggio, un libro o un’aula.

C’è molta di questa platea nei dati galoppanti dell’Istat sulla disoccupazione giovanile e c’è anche chi, concluso quell’iter e certificando una battaglia perduta sul terreno del conflitto, si è ritrovato a lavorare nell’università riformata a suon di emendamenti agli statuti d’ateneo degli stessi baroni rossi o bianchi che soffiavano sulle rivolte con editoriali smaglianti, e chi in un percorso professionale e lavorativo slegato dall’università, nel mercato della domanda inesistente e dell’offerta squalificata.

Osservando l’ultima fase politica e sottilizzando confronti più o meno vaghi con l’attuale quadro di movimento, si possono scorgere similitudini e profonde differenze dovute al quadro politico di riferimento.

In quegli anni c’era il berlusconismo, oggi Renzi e le stesse ricette condite con un po’ più di infiocchettatura sinottica. Ripartire, scossa al sistema, cambiamo verso sono molto dissimili da liberare lo stato dalle tasse, dalla magistratura, dai fannulloni dl pubblico impiego e dai comunisti.

La domanda che sorge a chi di quella stagione non soffre di nostalgia e ha un tremendo bisogno di memoria per continuare con una catena di senso a lottare nell’attuale quadro smarrito è la seguente: volendo ricostruire una mappatura di quelle centinaia di migliaia di studenti o quasi tali protagonisti di quei tre mesi esaltanti, quali linee di tracciato bisognerebbe trascrivere? In una parola, dove siamo finiti?

C’è chi non ha mai smesso di proseguire una lotta contro le mattanze sociali dei governi tecnici e successivi governi tecnicamente non eletti, ma è un fatto che non tutta quella massa ha seguito questo iter per colpa della crisi e dei suoi effetti involutivi sulla dimensione personale di espulsione, richiusura, distrazione.

Gli altri, al netto dei tanti che hanno vissuto l’abbaglio del grillismo prima e della disaffezione poi, si sono immersi nel mare magnum della precarietà di tutti i tipi: quella qualificata delle neo-assunzioni con meno diritti dei vecchi assunti, quella intermedia della precarietà strutturata con il contratto ma senza diritti, quella atavica e smisurata dell’atipicità freelance e della libera professione senza contratto, diritti e spesso senza salario.

Ciò che accomuna la gran parte che fu protagonista della stagione anti-Gelmini è la consapevolezza di sé paragonabile al mondo che cammina di pari passo.

Un po’ come quando ci accorgemmo durante l’Onda che i miliardi di tagli all’istruzione erano il preludio ad una lunga stagione di austerità e di ristrutturazione della macchina statuale a cominciare dal suo ganglio più forte, la formazione. O come quando sapemmo sin da subito che il ddl Gelmini era il precipitato del disegno precedente con un particolare in più: iniziava la lunga stagione delle espulsioni dalle università già prima di iniziare il corso di studi, una cortina di ferro verso la certezza che l’università fosse il volano per entrare nel famigerato mercato del lavoro.

Una generazione restìa alla sua disarticolazione, questo contestavamo e questo si perpetua anche oggi nel racconto universale dello scontro tra garantiti e non nel quadro di politiche tese a diminuire diritti e salari a chi li aveva, alla istituzionalizzazione della precarietà per noi che ci siamo ritrovati dentro e l’assenza peritura di prospettive per chi vide chiusa la sua strada allora e oggi manco la cerca più una strada.

22 dicembre 2010 onda

La questione generazionale va ben oltre le statistiche sulla disoccupazione e sull’assenza di coperture degli ammortizzatori sociali: temi oggi al centro del dibattito sul Jobs Act, ma non riassuntivi in toto della complessità di quella disarticolazione scientemente perseguita e perorata dall’attuale Governo.

“Noi non moriremo precari”, “Governo precario vs generazione precaria: vediamo chi cade”, “ci scusiamo per il disagio”, “il mio futuro è indisponibile” scrivevamo e gridavamo. In quei cori e in quei documenti di rivendicazione urlavamo l’attuale nostro grido di dolore rispetto a soluzioni praticabili e risolutive ma osteggiate oggi come allora dagli stessi avversari, gli Ichino, i Giavazzi e compagnia.

Il reddito minimo di base, una legge nazionale per il diritto allo studio e alla formazione vincolata al livello essenziale delle prestazioni regionali, la riduzione a 4-5 forme contrattuali che unifichino verso l’alto la precarietà strisciante, politiche economiche di investimento con tagli ai privilegi, lotta alla corruzione e per la redistribuzione della ricchezza: questo chiedevamo e questo chiediamo pretendendolo, unica via per non aggiungere macerie su macerie, le ultime rimaste.

Quattro anni fa, in quel flusso di studenti che spuntava inaspettatamente da ogni lato riempiendo all’inverosimile Piazzale Aldo Moro il 22 dicembre 2010 e che si mosse verso le periferie del Prenestino fino a bloccare l’imbocco della Roma-L’Aquila e che imbarazzò addirittura Re Giorgio, tanto da farlo scomodare, vi erano coloro che oggi autorganizzano lo sciopero della Cassa Forense, gli archeologi e gli architetti che rivendicano una professionalità e contratti regolari, docenti precari che rivendicano la stabilizzazione, freelance che vogliono l’equo-compenso e minimi decenti. E via a seguire. Ognuno a suo modo prosegue con quella voglia matta e testarda di dimostrare con i fatti un rifiuto alla governabilità stanca e quanto mai dura nelle sue intenzioni.

Guardando ai fatti degli anni successivi, sembra che quella disarticolazione abbia vinto nel mettere contro chi uno straccio di lavoro ce l’ha (ma proprio uno straccio) e chi no, chi è rimasto e chi se ne è dovuto andare via.

Ci piace pensare che non tutto è così e che dalla disillusione stiano, seppur minimi, facendosi avanti accenni di ricomposizione.

Oggi come allora abbastanza da soli nell’impresa, stretti tra una sinistra che ancora deve decidere se sparire o diventare grande e un sindacato che quattro anni fa ci guardava sfilare tra l’incuriosito e l’attonito sotto il cavalcavia dalle finestre di Corso Italia e che oggi, nonostante timidi accenni di avvicinamento, ha ancora molta strada da fare.

Di sicuro, tracciando le linee della mappatura della memoria recente, resta ancora una consapevolezza: quattro anni fa come oggi avevamo e abbiamo ragione, quella stessa ragione che i nostri fratelli e sorelle maggiori avevano a Genova, la stessa che i nostri fratelli e sorelle più piccoli hanno oggi nel mobilitarsi.

La ragione non è sempre dei fessi, ma talvolta è propria degli intelligenti. Che non mollano mai.

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