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Jobs Act, benvenuti nella Gerusalemme Impiccata

Jobs Act, benvenuti nella Gerusalemme Impiccata

C’è un cancello grande in fondo a una lunga strada provinciale, all’interno di quel cancello la vita si è svolta con un modus collettivo figlio di relazioni, luoghi, dialettica, turni, orari, doveri e diritti controbilanciati. Dentro centinaia di persone che lavorano, un tempo migliaia.  

C’è un altro cancello grande in fondo a una stradina asfaltata, all’interno decine di persone che lavorano, relazioni individuali, turni, orari, doveri tanti, diritti per alcuni e per altri no, dialettica poca, luoghi piccoli.

C’è infine un cancello piccolo in fondo ad una strada privata, un luogo unico, relazione univoca tra poche persone che lavorano, turni e orari a seconda della giornata, doveri tantissimi, diritti nessuno, dialettica assente.

All’interno di questi tre cancelli di diverse grandezze, c’è un minimo comun denominatore: lo stipendio basso e l’incertezza.  

Il 7 marzo 2015 sono entrati in vigore i decreti attuativi della legge-delega del Governo in materia di lavoro, il Jobs Act che supera contemporaneamente lo Statuto dei Lavoratori, alcune parti della Legge Biagi e la legge Fornero, alcuni commi del Codice Civile e del diritto del lavoro sin qui conosciuto.

Si dice di aumentare l’occupazione e attrarre capitali, riducendo le tutele in materia di licenziamenti, fissando per i neo assunti un contratto unico a tutele crescenti (Catuc), demansionamento, decontribuzione (tramite legge di stabilità) alle aziende che fanno nuove assunzioni. Per bilanciare le spese derivate da ciò si manomettono gli ammortizzatori riducendo la massa monetaria a loro destinata, caricando più sull’azienda che sullo Stato il paracadute al licenziamento, incrementando la flessibilità entrata-uscita, aumentando l’occupazione e 1% di Pil in un anno.

Il nuovo strumento normativo ha dato seguito a dichiarazioni di cifre che segnerebbero il passo sull’occupazione: Telecom annuncia che assumerà 4000 persone, Salini-Impregilo 2000, FCA Melfi 1000 e via discorrendo fino ad un totale di 250.000 per l’anno 2015. Né più né meno del 2014 e del 2013, con la differenza che dal 2006 a oggi l’Italia perde, secondo tutti gli indicatori statistici più o meno attendibili, circa un milione di posti di lavoro.

Ma cosa cambia davvero? Come si sviluppa, con l’entrata in vigore del dlgs 23/2015 in poi, la vita all’interno dei tre diversi cancelli dell’Italia di oggi per operai, impiegati e quadri?

Mi licenziano

Vi è irragionevolezza nella disuguaglianza di trattamento tra vecchi e nuovi assunti, rispetto a licenziamenti imputati per uno stesso motivo.

I motivi sono di natura economica e disciplinare, fatto salvo i casi di discriminazione. Ma come si individua il motivo di un licenziamento? Rimane in piedi per la parte sindacale il diritto all’informazione: bilancio in perdita, ristrutturazione o cessione di ramo d’azienda, cambio o fine appalto.

Per i nuovi assunti, con l’approvazione del Jobs Act si supera il cosiddetto “Rito Fornero” e si elimina la possibilità del reintegro sul posto di lavoro sostituendolo con un indennizzo che cresce in base all’anzianità contributiva. Si introduce dunque l’impossibilità da parte del giudice di modulare l’indennizzo in base alla causale fondata o meno, quindi l’opposizione al provvedimento ha una radice spuntata anche per il solo fatto di non avere un obiettivo perseguibile nella vertenza.

Se si considera una retribuzione media lorda annua di un lavoratore dipendente qualificato pari a 22.000 euro (mensile lordo 1692 euro), il calcolo del risparmio con il vecchio e nuovo regime è comparabile nel seguente indennizzo: Indennizzo medio dopo 3 anni di lavoro Rito Fornero 10.152 euro lordi tramite Tribunale (art.3 comma 1), 5.076 euro lordi (offerta massima di conciliazione art.6 comma 1), 2538 euro lordi (lavoratori piccole imprese art.9 comma 1).

Con il decreto 23/2015 si fissa la quota “a priori” a due mensilità per ogni anno di servizio, ponendo il tetto minimo a 4 mensilità e il massimo a 24 mensilità, quindi l’anzianità crescente ha una soglia oltre il quale il lavoratore, pur ammettendo abbia un’anzianità superiore a 12 anni (24 mensilità divisi in due anni), si ritrova senza copertura, ammesso che il giudice sia orientato a dare il massimo e nella stragrande maggioranza non è così.

Particolarmente grave è l’intentio legis rispetto a “evitare il giudizio”, c’è scritto proprio così, incentivando la pratica della conciliazione in Direzione Provinciale del Lavoro, dove l’onere dell’offerta della contropartita economica per certificare la risoluzione del rapporto di lavoro spetta all’azienda e dimezza de facto l’indennizzo: una mensilità per ogni anno di servizio fino a un massimo di 18. Tra l’altro si tratta di una mensilità “retributiva non globale” ovvero netta, non comprendente altre erogazioni.

Come si sceglie il personale da licenziare? La L.223/91 per i neo-assunti col Catuc è superata rispetto ai criteri di scelta: ricaduta sociale, figli a carico, anzianità, mansioni. Il datore può scegliere liberamente perché il criterio di scelta è connesso ad un ingiustificato motivo, l’unico onere è la monetizzazione dell’esubero creato.

Mi assumono

Cosa cambia per chi, invece, viene assunto dopo il 7 marzo 2015?

Cambiano tante cose, al netto dei principi del CCNL di comparto o del Contratto Collettivo Aziendale, laddove esista un capannone, un ufficio, un’officina con almeno 15 dipendenti cui si applica una contrattazione di livello superiore.

Per i contratti a termine viene ribadito lo schema presente nel Decreto Poletti in cui il superamento delle soglie previste per legge (il 20% dell’organico complessivo dell’unità produttiva) non comporta una conversione del rapporto a tempo indeterminato, ma una semplice sanzione amministrativa.

All’esame delle commissioni parlamentari vi è l’abrogazione del tempo indeterminato storico, del co.co.pro e del job sharing. Rivive il Co.co.co., viene esteso il Voucher fino a 7000 euro pro-capite a lavoratore. Alla faccia del superamento dell’apartheid contrattuale, in ragione di un utilizzo temporaneo del lavoratore.

Il Catuc, contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, costerà di meno al datore di lavoro fino a 8.000 euro lordi annui perché, si dice, “il costo del lavoro in Italia è tra i più alti d’Europa”.

In realtà non è così, prendendo ad esempio la locomotiva tedesca o il regime a 35 ore settimanale transalpino perché, fatti salvi gli oneri sociali, la retribuzione accessoria e il salario, il resto del costo complessivo deriva da fattori di contesto: energia, trasporti, mobilità, infrastrutture. Il lavoro non può essere mercificato e subordinato al suo rendimento indiretto nel fine del bene che produce. Il Jobs Act istituzionalizza e norma questo principio del più selvaggio liberismo da Belle Epoque.

Mi ammortizzano

Cambia il sistema degli ammortizzatori e, si dice, “si estende l’universalità della fruizione degli ammortizzatori sociali anche per figure lavorative che prima non avevano tale accesso”.

L’Aspi viene trasformata in Naspi, Nuova Aspi. Cosa cambia?

Immaginiamo di proiettare il cambiamento del regime di protezione sociale a un operaio medio che lavora nella Regione Lazio per il periodo massimo di 18 mesi con retribuzione media mensile di 1038,00 euro.

Tra regime Aspi e Naspi si calcola una differenza in perdita di 456 euro, con una media di 4 euro in meno sulla futura pensione. La Naspi si calcola sul 75% della retribuzione fino a un massimo di 1195 euro lordi mensili e al 25% sulla rimanente parte eccedente. La forbice si allarga in perdita quanto più il contratto è retributivamente più debole, con grande risparmio nelle erogazioni Inps sul totale potenziale dell’espansione del Catuc (stimati 330.000 contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti a dispetto di una potenziale perdita di 212.000 contratti a tempo indeterminato a tutela forte). E se i salari perdono in media il 30% del potere d’acquisto nella crisi strutturale, anche l’erogazione Naspi si aggancia in perdita.

Mi demansionano

Cosa vuol dire demansionare? Tecnicamente togliere o declassare compiti e responsabilità nel lavoro che si svolge in azienda e unità produttiva.

Il dlgs 23/2015 impone il principio del declassamento di un livello contrattuale a parità di retribuzione: ovvero se un lavoratore ha un livello di coordinamento dei servizi di comunicazione, pulimento o impiantistica può essere costretto dal datore di lavoro a perdere la funzione di coordinamento degli altri addetti, con perdita di altri fattori di retribuzione quali indennità di responsabilità e premialità varie.

Inoltre il declassamento di più livelli viene demandato alla sede protetta, ovvero la conciliazione in Dpl senza l’obbligo da parte del datore di lavoro del mantenimento dell’inquadramento di partenza e della retribuzione. Dunque, l’azienda decide quando e quanto declassare il lavoratore senza obbligo di attenersi agli standard di partenza tramite una contrattazione che definisca principi collettivi, ma esclusivamente tramite accordi individuali. La scindibile debolezza dell’essere-lavoro.  

La Gerusalemme impiccata

Le considerazioni finali rispetto a questo scenario mutato ci portano all’immagine dei tre cancelli iniziali in cui il diritto del lavoro si ferma alla soglia, non entra nella comunità viva, piccola o grande che sia, incardinata o meno in un grande stabile o in un’officina poco più grande dell’appartamento formato famiglia. Si evince l’assenza della dimensione collettiva di cooperazione, dialettica, luoghi decisionali, in cui i lavoratori possono avanzare in forme standard o organizzate dal basso strumenti di tutela individuale e collettiva, in ragione di politiche erronee, strumento di gruppi interessati e destinate all’insuccesso dai numeri reali, appannaggio di poteri che depauperano i soggetti rappresentativi. L’equilibrio tra doveri e diritti segna la resa incondizionata alla propaganda.

La Gerusalemme Rimandata, oggetto di domande dell’oggi agli inglesi di primo Novecento, su cui Foa traccia la fine dell’utopia realizzata, diventa con il Jobs Act una Gerusalemme Impiccata, oggetto di domande antiche agli Italiani di oggi che, se va bene, si trovano a gioire della misera fortuna di 80 euro lordi di sgravio Irpef.

E gli altri? Gli intermittenti, i freelance, i precari di terza generazione? Appesi all’incognita della committenza. Quelli no, niente 80 euro lordi, niente Gerusalemme, né Rimandata, né Impiccata. Solo rimandi e corde penzolanti dell’ultima dichiarazione dei redditi.

Good Morning Codice Incivile. 

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