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Capitan Zanetti, fratello del mondo. Il saluto a un "eroe rivoluzionario"

Capitan Zanetti, fratello del mondo. Il saluto a un "eroe rivoluzionario"

È successo davvero, non posso crederci ma è successo. Al risveglio, ho letto articoli e visto foto, guardato e riguardato video. Sembra dunque che non sia stato solo un malinconico sogno. Anche per questo riesco a scriverne solo ora. Con gli occhi ancora pieni di lacrime per quello a cui io e gli altri tifosi e simpatizzanti della squadra neroazzurra abbiamo assistito sabato sera: l'ultima partita allo Stadio San Siro di Javier Adelmar Zanetti, El Tractor o Pupi dai tempi dell'Atlético Tallere, che dalla prossima stagione lascerà il calcio giocato per intraprendere il percorso che lo porterà ben presto a diventare il nuovo vicepresidente dell'Internazionale di Milano. Addio al calcio, lo chiamano. Un momento di straordinaria “educazione sentimentale” quella a cui abbiamo partecipato, interisti e non. Da parte mia ho pianto e applaudito per tutto il tempo, ritornando ai miei nove anni quando per la prima volta mi erano scese le lacrime sul volto per una partita di calcio: era il 10 maggio 1998 e l'Inter buttava alle ortiche un campionato dominato, macchiato sul finale dall'arbitro Ceccherini e dal celeberrimo rigore non fischiato su Ronaldo. Lacrime amare e lacrime di gioia si sono alternate in seguito in tutti questi anni.

L'addio del Capitano si è trasformato in lezione di calcio e politica. Zanetti è in effetti stato un leader gentile e coraggioso dentro e fuori dal campo, Capitano trascinatore capace di infiammare le folle. Uomo di sinistra, che non ha mai ostentato il suo orientamento politico, quel tipo di politica concreta e popolare necessaria al nostro Paese, impregnata di solidarietà e partecipazione. Un uomo “politico” che ha basato il suo credo calcistico sul concetto di collettivo, di squadra, respingendo sempre l'idea del fuoriclasse e quindi superando il mito dell' “uomo solo al comando”. Insomma l'argentino è stato quel leader che non ha bisogno di megafoni e altoparlanti, ma solo di compagni di squadra capaci di moltiplicare gesti rivoluzionari quotidiani. L'erede di Facchetti ha espresso un gioco fatto di impegno quotidiano e di passione, senza tirarsi mai indietro, pensando solo al collettivo. Questa è la sua idea di calcio e di vita: fuoriclasse nella correttezza verso l'avversario, nella solidarietà attraverso la fondazione PUPI, nel rispetto per i compagni, oltre che nella capacità di fare gruppo e di pensare al collettivo, le sue origini umili completano i tratti del campione vero, proveniente da una famiglia modesta e capace di sperimentare la vita da muratore, poi quella da postino e da “porta latte” per aiutare economicamente la famiglia, una volta rimasto senza contratto per un anno.

Un capitano operaio. Lo sa benissimo il Subcomandante Marcos quando scrive a Moratti e all'Inter per giocare un'amichevole tra la squadra dei “fratelli del mondo” e l'esercito zapatista. Rimane quell'immagine meravigliosa dei militanti zapatisti che esibiscono la maglia numero 4 di Javier Zanetti, in netto contrasto con lo strapotere della FIFA di Blatter, uno strumento nelle mani del più feroce turbo-capitalismo.

Zanetti non è l'ultimo degli eroi di un calcio che non c'è più, è la rappresentazione reale di un calcio moderno: un mediano a tutto campo, capace di giocare sugli esterni come in difesa, dal palleggio elegante e con il pallone sempre attaccato al piede. Non un mediano classico ma un tenace condottiero “silenzioso”, un gregario di classe capace di trascinare, di creare consenso grazie alla sua autorevolezza e al suo stile.

Il suo addio al calcio però è stata un autentica lezione multidisciplinare.

Una lezione sentimentale quando ringrazia i tifosi, la sua gente, i compagni, la famiglia, i Presidenti, quando dice “Ho sempre difeso questa squadra in ogni angolo del Pianeta”. Con un riferimento a tre straordinarie figure dell'Inter del passato: Peppino Prisco, Benito “Veleno” Lorenzi e Giacinto Facchetti.

Una lezione di letteratura sudamericana perché se è vero quello che scriveva Borges che “ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”, nello stesso modo, ogni volta che Zanetti scorazza su e giù per la fascia laterale del campo è Poesia. Un momento di pura poesia la sua ultima partita a San Siro e le chiusure nei confronti del giovane attaccante laziale Keita, che, nonostante la differenza di età – il talento biancoceleste è nato nell'anno in cui l'Inter acquistava Zanetti – non riesce a stare dietro al Capitano neroazzurro.

Una lezione di matematica perché i numeri parlano da soli e qui si trasformano in record. 617 presenze in Serie A (giocatore straniero con più presenze), 160 presenze in competizioni UEFA, al quinto posto nella classifica di giocatori con più presenze in assoluto (1113), 857 gare giocate con l'Inter, calciatore con più presenze nei derby di Milano (47) e con più stagioni da capitano neroazzurro (15), Capitano più vincente della storia dell'Inter, con 16 trofei conquistati: 5 Campionati italiani, 4 Coppe Italia, 4 Supercoppe italiane, 1 Champions League, 1 Coppa UEFA e 1 Coppa del mondo per club. A ciò si aggiunge il record di presenze con la nazionale argentina, 145

Poi c'è la lezione di geometria fatta del gioco in verticale e spettacolare che ha trovato la sua apoteosi nella formazione triplettista di mister Mourinho, la geometria dei cross precisi e pungenti dei passaggi disegnati sul campo di gioco con una precisione impressionante, quelli che a qualche anno di distanza vai ancora a rivedere su Youtube.

Infine, ma non meno importante, quella di Zanetti è una lezione politica straordinaria: l'umiltà dell'uomo, la capacità del leader silenzioso e il rispetto e l'amore per i colori sociali dell'Inter, il riscatto e le origini umili che lo hanno reso un campione. Tutto questo ci dice che un altro calcio non è solo possibile, ma è già praticato, esiste già. È il calcio di Zanetti e Mourinho, è il calcio collettivistico degli spagnoli. Un altro calcio che si contrappone in modo rigido all'idea di strapotere della FIFA asservita a sponsor e a giochi di potere e alla UEFA che, come scrive benissimo Luigi Cavallaro nel suo saggio Rapsodia neroblu, sta applicando il famigerato Fair Play Finanziario voluto da Platini del tutto simile al “Patto di stabilità europeo” e alla logica dell'austerity che attanaglia il Vecchio Continente.

Il vero significato politico del Zanetti calciatore, dunque, non è quello dell'esemplare modello di vita come vogliono far credere i perbenisti che girano attorno al nostro calcio – incapace di emanciparsi dal catenaccio quanto è incapace il Paese di costruire e realizzare cambiamento – ma piuttosto il Capitano ricorda più un mito rivoluzionario, di una rivoluzione gentile, anche quando dice alla sua Inter “Ti amerò per sempre”, divenendo vera e propria leggenda.

Non ci piace qualsiasi tipo di modello propinato dai media mainstream, a partire da quello “da seguire” del calcio inglese dove “non ci sono più gli hooligans”, mentre fuori dagli stadi la vittima di un'aggressione squadrista, Ciro, diventa quasi carnefice e la sua città, Napoli, resta la vittima sacrificale di tutti, mentre scoppia una nuova Tangentopoli in cui qualcuno già progetta e prepara nuove speculazioni edilizie per costruire stadi nuovi di zecca con materiali scadenti e fitti di corruzione. Così come rifiutiamo il modello tedesco, che ha inanellato – nel calcio così come in economia – una serie di sconfitte impressionanti. Il calcio come paradigma della realtà sta dimostrando ancora una volta che le ricette che ci impongono nello sport così come in economia non funzionano.

Zanetti per chi scrive è l'Altro Calcio. Il calcio di chi ha giocato nell'Inter tanti anni quanti ne ha mio fratello (e Keita Baldé Diao). Il Capitano è un fratello, che rappresenta al meglio la storia di una società di “fratelli del mondo” sin dal suo manifesto fondativo. Grazie dunque a questo eroe rivoluzionario. Lo ringrazio anche perché ha partecipato per anni – citando Cavallaro – al mio “recupero settimanale dell'infanzia”.

 

Lettura consigliata: Luigi Cavallaro, Rapsodia neroblu. Sul calcio, il comunismo e l'Inter, ManifestoLibri, Roma 2014

 

Ultima modifica ilLunedì, 26 Maggio 2014 01:19
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