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Taranto, tra film e realtà

Dopo la decisione del gip di Taranto di porre sotto sequestro parte delle acciaierie dell'Ilva, una delle questioni che più è risaltata è la pressoché totale disinformazione rispetto a quella che è un'emergenza pluridecennale, creatasi anche attraverso un meccanismo di corruzione e omertà messo in piedi, secondo i giudici, dai vertici dell'azienda. Ciò ha spinto anche l'Ordine dei Giornalisti della Puglia a richiedere alla Procura di Taranto l'invio degli atti, per valutare eventuali provvedimenti disciplinari.
In questi contesti, un contributo alla verità viene spesso da pochi giornalisti coraggiosi, dalla satira e dalle varie arti visive, compreso il cinema. Fondamentale è stato, quindi, il contributo apportato all'argomento da parte del cinema documentario e di finzione dell'ultimo decennio.

Il documentario La svolta – Donne contro l'Ilva di Valentina D'Amico mette in evidenza la lotta femminista nel capoluogo ionico, coniugando i tanti aspetti della vicenda, dal mobbing in fabbrica all'inquinamento elevato in diversi quartieri. Le intenzioni della regista sono chiare: “Grazie all’Ilva un terzo della popolazione adulta ha trovato lavoro. Ma l’Ilva è anche il condensato del cinismo imprenditoriale, della negatività di un sistema che antepone i profitti alla stessa vita umana. L’Ilva vanta il primato delle morti sul lavoro in Italia  e il primato italiano di inquinamento da diossina. Miopi – operai e famiglie per necessità, politici e amministratori di turno per opportunità – si risvegliano oggi in una città di morti che camminano e che piangono i morti ammazzati nello stabilimento”. Attraverso i racconti delle donne che convivono con la fabbrica, emergono gli aspetti più spietati della situazione, dalla condanna per mobbing a carico dell'ingegner Riva, patron dell'Ilva, reo di aver fatto rinchiudere 70 operai in una palazzina isolata adiacente allo stabilimento, alla drammatica storia di Margherita Pillinini, costretta all'isolamento e licenziata a causa di false accuse lanciate da un altro operaio, con l'avallo di un delegato della Uilm.

 

La controversa storia dell'Ilva di Taranto è raccontata anche in Arrivederci a Taranto di Roberto Paolini e Paola Podenzani, produzione che, come per La svolta, ha avuto la capacità di affrontare la questione in maniera complessa, scuotendo le coscienze dello spettatore durante presentazioni, festival e cineforum sparsi in tutta Italia.

 

Ma Taranto e l'Ilva fanno da sfondo a diversi film, in cui i colori “malati” della città divengono metafora dell'inquietudine e della precarietà dei cittadini comuni e dei lavoratori della fabbrica. Nel 2003, esce Il miracolo del regista salentino Edoardo Winspeare, una favola amara in cui il volto della Taranto tanto suggestiva, quanto vittima delle ciminiere viene raffigurato dalla fotografia di Paolo Carnera. È invece del 2009 Marpiccolo di Alessandro Di Robilant, ambientato in una Taranto definita dal regista stesso “una città dimenticata, profondamente ferita, con una realtà lavorativa drammatica”, ed interpretato da un inedito Michele Riondino.

 

Da segnalare anche Fireworks, cortometraggio incentrato proprio sull'Ilva del giovane regista tarantino Giacomo Abbruzzese: uscito nel 2011, ha attirato subito l'attenzione della critica ed è già apparso in numerosi festival internazionali. Per Daniele Gaglianone, invece, che ha girato a Taranto parte di Ruggine, il quartiere Paolo VI “mi ha fatto pensare ad un posto di confine, oltre il quale non c’è più nulla come fosse appena costruito”. 

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