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Tasse universitarie: tra bufale e realtà

università lezione aulaLa proposta di Ichino e Terlizzese sull’innalzamento delle tasse universitarie, da mesi oggetto di appassionata divulgazione da parte degli autori, ha ricevuto negli ultimi giorni sempre più attenzione sulla stampa. E’ del resto attesa la pubblicazione di un libro, che dovrebbe portarla dai cenacoli accademici direttamente nell’agone pubblico.

Indubbiamente i due economisti muovono da un dato di fatto incontrovertibile, documentato da numerosi studi scientifici: nonostante sessant’anni di democrazia, l’accesso all’istruzione in Italia avviene ancora in via sostanzialmente ereditaria. Con le parole di Paola Giuliano, “I dati suggeriscono che il tipo di scuola (licei verso istituti tecnici) sia la variabile rilevante per il successo universitario, mentre la famiglia gioca un ruolo determinante nella scelta della scuola superiore” Insomma: se sei ricco vai al liceo, e se vai al liceo vai all’università: a prescindere dal merito, comunque sia misurato. Del resto, questo è il paese degli “aventi diritto” che non ricevono la borsa di studio, come ci ha ricordato l’occupazione del De Lollis a Roma.

Se a ciò si aggiunge la piaga dell’evasione fiscale - che, riducendo l’onere fiscale effettivamente sostenuto dal lavoro indipendente, finisce per rendere de facto regressivo il sistema di tassazione - non è sconvolgente arrivare alla conclusione – già di Perotti – che in Italia i “poveri” (i lavoratori dipendenti che pagano le tasse) paghino l’università ai figli dei ricchi (evasori).

La proposta in questione è dunque semplice e brutale: si faccia l’università costosa come all’estero; si rendano gli atenei liberi di impiegare quei fondi per migliorare la didattica. Gli studenti migliori si indebiteranno per studiare, ma ripagheranno con redditi più elevati questo debito.

Nulla di più (economicamente) razionale. Eppure.

Eppure c’è qualcosa che sembra sfuggire ai due economisti.

Iniziamo dal principio: all’estero – eccezion fatta per Stati Uniti e Regno Unito – l’università non costa di più. Tra i Paesi europei che prevedono l’università pubblica, infatti, l’Italia è piuttosto quello in cui i costi – anche fingendo che, a parità di rette, i servizi (non solo didattica: studentati, impianti sportivi, facilitazioni per i trasporti…) siano paragonabili – sono più alti. E nei Paesi dove il sistema è privato, anche laddove l’università sia d’eccellenza, non è detto che a goderne siano tutti in modo uguale: i dati sulla disuguaglianza crescente – in tutto il mondo “occidentale”, ma specialmente nei paesi anglosassoni – andrebbero tenuti presenti dibattendo di istruzione, visto che è proprio quest’ultima a determinare in maniera cruciale la disuguaglianza delle opportunità: quella più “ingiusta” e meno “naturale” (come ha evidenziato tra gli altri Daniele Checchi).

E’ in uno studio più recente che lo stesso Checchi, assieme a Michela Braga ed Elena Meschi, analizza l’impatto nel lungo periodo di differenti riforme dell’istruzione sui risultati degli studenti. Pur nell’assenza di misure qualitative di istruzione, lo studio introduce un’importante, seconda dimensione d’analisi, rispetto a quanto fanno Ichino e Terlizzese: la diseguaglianza nei livelli di istruzione ricevuta, misurata applicando l’indice di Atkinson. E’ così che si scopre che, ad esempio, maggiore autonomia per le istituzioni universitarie può sì indurre all’eccellenza, ma a costo di lasciare indietro – in modo tutt’altro che “meritorio” – i più deboli.

Sembra che alla storia spiegata dai due economisti manchi un pezzo (come, peraltro, succede a molti loro colleghi) e che includendolo, il quadro complessivo cambi radicalmente, assieme alle politiche necessarie a migliorarlo.

Basterebbero queste osservazioni a ridimensionare la modesta proposta di Ichino e Terlizzese: ma è pur vero che non c’è due senza tre, e che l’anagrafe ci spinge a mettere entrambe le mani nel terzo, macroscopico lapsus dei due accademici. Perché è così paradossale da passare inosservato, ma a pensarci bene, quasi insultante. Perché sugli stessi giornali in cui ci viene spiegato che gli studenti “pagheranno da lavoratori”, leggiamo di come i “conservatori” ci abbiano condannato; di come il mercato del lavoro sia bloccato; di come siamo una generazione senza futuro. Sono i numeri disarmanti della bolla formativa italiana: in un paese in cui solo un giovane su cinque detiene un titolo universitario (metà della media OCSE, come si può ammirare qui, slide 67, direttamente dal rapporto Education at a Glance), sia le retribuzioni che il tasso di occupazione dei laureati sono in caduta libera, come riporta il XIV Rapporto Almalaurea. Insomma, se dovessimo affidarci alle scelte “razionali” degli studenti, il numero – già troppo basso – di laureati italiani non aumenterebbe, anzi: con le conseguenze (che già vediamo) sulla capacità di innovazione del nostro sistema Paese.

Non solo: lo stesso rapporto ci mostra come i laureati specialistici, a un anno dalla laurea, guadagnino all’estero circa seicento euro al mese di più dei loro colleghi che decidono di rimanere in Italia. Seguendo il discorso di Ichino e Terlizzese, questo non costituisce necessariamente un problema. Se l’università è un investimento individuale, poco importa se rende meglio a Roma o a Timbuctu: i nostri studenti-lavoratori si sposteranno, come si spostano i loro risparmi al mutare dei tassi d’interesse. Ma se si esce da un’ottica così ristretta e ci si ricorda del perché, con la Strategia di Lisbona, l’Italia e l’Unione Europea avevano deciso di puntare sull’Istruzione e sulla Ricerca come volano del loro sviluppo, si capisce come lo stesso discorso, riferito all’intero Paese, risulti suicida. Così facendo, infatti, l’Italia investirebbe le sue migliori risorse accademiche nel preparare giovani con un solido curriculum accademico e..un biglietto già in tasca, per ripagare altrove un debito ingente – disperdendo tutte le “esternalità positive”, cioè le ricadute in termini di innovazione, ricerca, persino comportamenti individuali, dovute all’istruzione.

Peraltro, è proprio lo studio citato in precedenza di Braga, Checchi e Meschi a darci l’assist per definire un’alternativa: politiche di sostegno della spesa universitaria (che ne riducano cioè l’onerosità per gli studenti) aumentano il numero di laureati e riducono, nel contempo, la disuguaglianza nell’accesso all’istruzione. Non deve stupire se, come ultimo passaggio del loro “esperimento”, gli autori verifichino che le misure di questo tipo siano di solito proposte da governi di sinistra, mentre quelle “à la Ichino e Terlizzese” vengano implementate da governi di centrodestra: di questi tempi, è una…tecnica ben nota.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 18:16
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