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Economia e dibattito pubblico: tecniche di amnesia collettiva

banconote 500 euroNonostante ci sia ancora chi, sul Corriere della Sera, si ostina a dire che “la strada è obbligata”, le modalità di “salita” in campo del fu Professor Mario Monti sono l’occasione migliore per chiarire una volta per tutte che quel governo e le sue politiche non sono implicazioni necessarie di leggi fondamentali dell’economia. Se in assoluto è difficile definire l’economia una scienza naturale, dedita allo studio di leggi fondamentali in grado di dare risposte buone per ogni stagione, l’azione del governo Monti – così come la sua Agenda futura – si basa su considerazioni e scelte politiche, troppo politiche, in continuità con quelle delle forze che lo hanno sostenuto e lo sosterranno alle prossime elezioni.


Anche a considerare “necessarie” le riforme del mercato del lavoro – assumendo dunque come “data” una globalizzazione in cui la libertà completa dei capitali di muoversi alla ricerca dei rendimenti più elevati mette in competizione disperata i lavoratori dei singoli paesi – è evidente ad esempio che intervenire sulle possibilità di licenziamento PRIMA di introdurre un sistema di welfare o fare l’inverso risponda a diverse nozioni di equità: in un caso parliamo di precarietà, in un altro di flessibilità. Come sintetizza Andrea Fumagalli, è del resto vent’anni che si gioca solo il “primo tempo” della partita, e viene il dubbio che l’arbitro non sia così imparziale nel tenere il cronometro.

Se peraltro lo stesso presidente di Confindustria ritiene la riforma una “boiata”, non è solo per strappare un compromesso ancora peggiore, ma perché questa non interviene sull’unico tema tecnico ed oggettivo (tanto da metter d’accordo "fermatori" e "promotori" del declino), ovvero il matching, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, che in questo Paese continua ad avvenire troppo spesso per conoscenze personali. Abbiamo dunque una riforma che nel migliore dei casi lascia le cose invariate, ma per farlo attacca il simbolo dei diritti dei lavoratori al rischio di esasperare il conflitto sociale: nulla di più ideologico, nulla di più simile alla lotta di classe dall’alto.

Ma se questo fenomeno, si spera, risulta pian piano chiaro ai più col passare del tempo, continua a stupire persino gli addetti ai lavori il tempismo con cui i professori delle “famose migliori università americane” si ricordano – o si degnano di esporre al grande pubblico – quelle poche certezze che la teoria economica offre, o al contrario di fugare luoghi comuni.

Il fenomeno è in espansione, e rischia di prendere le dimensioni di un’epidemia: se infatti è il Fondo Monetario stesso, nel suo Rapporto Annuale, a spiegarci che tutto ciò che sapevano è falso, che non solo l’austerità è recessiva, ma che non esiste nessuna soglia oggettiva oltre la quale il debito diventi incontrollabile (pag.108: “there is no particular threshold that consistently precedes subpar growth performance. In fact, […] countries with a debt level between 90 and 110 percent outperform the control group when debt is on a declining trajectory.”) come mai il suo direttore continua a indicare nel debito il pericolo principale per l’economia globale? Perché ciò che si dice tra tecnici – che non esiste evidenza empirica per il vecchio adagio dello Stato inteso come famigghia che deve risparmiare per sopravvivere – non può esser detto al pubblico? Del resto, lo stesso FMI di questi tempi dà spettacolo, mettendo in piazza i panni sporchi, e cioè i criteri tutt’altro che scientifici con cui analizza gli squilibri globali.

Ancora Lagarde, intervistata sempre su Il Mondo (21.12.2012, pag.12), quando parla della crisi finanziaria, arriva a scomodare categorie tragiche: “alcuni hanno sconsideratamente agito con hybris, e hanno scatenato la nemesis.” Una chiave di lettura interessante, ma non rigorosa: mentre Capaneo il fulmine se lo prende in pieno petto, chi si è arricchito coi derivati ha scaricato le spese sulla collettività. Quello che i tecnici chiamano moral hazard (e dunque “cattivo”) parlando dei poveri greci (non mitologici ma drammaticamente reali), diventa tragico se si parla dei banchieri.

Dalle istituzioni ai quotidiani, dallo scenario globale agli affari nostri, la scena non cambia: si passa dalle miserie di chi tira fuori i dati solo se pizzicato, alla malizia con cui altri si ricordano, ad esempio, della Teoria delle Aree Valutarie Ottimali. Recentemente infatti, su l’Espresso, Luigi Zingales ci dice che “La più acuta delle due [crisi] è quella dell'euro, che fa tremare non solo gli europei, ma anche gli americani. Se il caso subprime va addebitato al mercato, la crisi dell'euro è interamente colpa dei politici. Non solo non sono riusciti ad evitarla, ma l'hanno espressamente voluta. Quando la moneta comune fu introdotta c'era piena consapevolezza tra i suoi creatori che in questi termini non sarebbe stata sostenibile. La speranza dei padri fondatori era che l'inevitabile crisi avrebbe generato una pressione politica verso una maggiore integrazione europea.” Cioè, quello che gli oppositori dei salvataggi che non ci salveranno, in primo luogo Bagnai, ci dicono da mesi, senza trovare l’eco necessario nel dibattito pubblico: che cioè l’ingresso nell’Euro era contrario a tutti i principi economici di “desiderabilità”; che, come Zingales ricordava già nel 2010, se “dall'introduzione dell'euro il Sud ha avuto una crescita dei prezzi più elevata del Nord […] questa crescita è stata "colpa" dell'euro. L'introduzione di una moneta unica ha prodotto una riduzione dei tassi d'interesse per i paesi del Sud Europa che ha favorito un boom immobiliare. “ E che dunque è un’architettura istituzionale profondamente sbagliata ad averci portato al boom immobiliare in Paesi come la Spagna, all’esplodere del debito privato e solo alla fine del debito pubblico, come da mesi argomentano Brancaccio e altri. E che dunque, se tutto ciò, dice Zingales, era noto, dovremmo concludere: 1) che la crisi non è colpa dei terroni-improduttivi-dipendentipubblici, come i fermatori di declino vogliono farci credere; 2) che la crisi è stata volutamente perseguita, ed utilizzata come metodo di governo.
Eppure, poche righe sotto questa rivelazione, Zingales riprende il suo leitmotiv: “gli elettori tedeschi potrebbero stufarsi di pagare per gli errori altrui e lasciare le nazioni del Sud Europa al loro destino”..ma se ci hai appena spiegato che sono loro ad essersi avvantaggiati con l’Euro! E ancora: “A livello italiano gli spazi di manovra sono fortemente limitati dal vincolo di bilancio”: quello che l’FMI ci ha spiegato essere immotivato dal punto di vista economico, e che la sua stessa analisi dimostra essere un problema secondario, il sintomo e non la causa. Ma si sa, la soluzione di fondo è sempre tagliare: e se il problema è sulla luna, taglieremo il dito.

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