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Morire di valutazione, a Napoli e non solo

  • Scritto da  Giuseppe Ialacqua
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Morire di valutazione, a Napoli e non solo

Testimonianze e riflessioni di una guerra condotta contro i soggetti deboli dell'Università e della ricerca

Premetto di non essere un penalista, non mi occupo di diritto e non sono interessato ai profili penali. Proprio per questo ho impegnato molto tempo a scrivere questo articolo, e ho aspettato che il dibattito mediatico circa il suicidio di una studentessa a Napoli (specificatamente alla Federico II) si consumasse. Non mi interessa accusare l'istituzione o le sue figure di un singolo avvenimento, mi interessa semmai accusarle di tutto, ovvero rintracciare nelle scellerate politiche nazionali e locali degli ultimi 10 anni, nei movimenti del sistema produttivo, nelle pressioni del mondo industriale, ragioni e vincitori (ma soprattutto i vinti) di una guerra condotta contro la funzione sociale dell'Università, contro le figure marginali del suo sistema, contro le studentesse e gli studenti. Mi interessa insomma che di questo mondo accademico qualcosa si sappia, che sia nota la condizione che viviamo, che siano chiari gli interessi e visibili le dinamiche che ci hanno portato qui, che le grida di dolore di chi è stato assoggettato e plasmato dalla macchina valutativa assumano definitivamente forma.

"L'implacabilità di un amico produce una diagnosi: disturbo bipolare, un'oscillazione tra periodi di attività frenetica e depressione profonda. Una condizione premiata dal calendario accademico e dai programmi di pubblicazione, entrambi basati su attività frenetiche e ritardi prolungati. (...) I miei sintomi depressivi passano all'estate. E va peggio. I miei periodi frenetici sono elogiati — prendo più di quanto dovrei, produco velocemente; il mio pensiero si sente acuto, preciso. Sovrapproduco, tengo più bozze in attesa, più progetti al limite del completamento, sperando che la loro incompletezza sia sufficiente a spingermi fuori dalla quasi-catatonia dei periodi depressivi. Invece, trascorro le gloriose giornate estive a letto, incapace di muovermi, incapace di raccogliere l'energia per accendere il ventilatore, incapace di fare la doccia, incapace di pensare. Trovo conforto in romanzetti trash e nei libri per bambini. La lettura sostiene qualcosa, un leggero guizzo di qualcosa. Diventa molto peggio di quanto potrò mai confessare. E poi peggio di così."

Scrive così Keguro Macharia, ex assistant professor all'Università del Maryland, prima di dimettersi dal suo incarico universitario. Una descrizione che vale più di mille parole e riflessioni che si potrebbero fare sulla studentessa suicida all'Università della Federico II. Non voglio raccontare cosa è accaduto, voglio dire qualcosa su come è stato raccontato e sul male profondo che miete sempre più spesso vittime nelle nostre comunità, in parte generazionali e in parte accademiche.

 

I fatti

Primo fatto: non si è suicidata, è stata suicidata. Non mi interessa il senso penale di questa espressione, mi interessa che quella caduta abbia nomi, cognomi, mandanti.

Secondo fatto: non è una tragedia, né una fatalità, è il rigetto di un'operazione chirurgica che è stata compiuta, contro la nostra volontà, per implementare organi nuovi nell'Accademia e impulsi nuovi dentro noi che la viviamo.

Terzo fatto: casi come questo si sono moltiplicati nel nostro paese negli ultimi anni, mentre contemporaneamente si riformava il sistema educativo nel suo complesso senza dare ascolto alle comunità di riferimento

Quando dico che è stata suicidata voglio dire chiaramente che la sua morte trova colpevoli fuori da se stessa, al contrario di chi afferma che la genesi di una scelta sia frutto delle proprie fragilità, una visione che nega la strutturalità delle nostre debolezze prodotte dalle aspettative della società e dalle norme che ci sono state dettate. La vecchia storia del personale e politico torna alla ribalta, perché parlare del personale, dell'intimità della nostra testa, come una cosa altra ed avulsa dalle responsabilità vuol dire decretare non solo che non c'è nessun responsabile ma che non vi si può trovare altra ragione al di fuori di sé.

Prima di chiedersi "perché l'ha fatto" bisogna chiedersi "perché adesso", cioè in quale momento storico della nostra accademia la scelta è stata compiuta, e perché oggi questi casi si moltiplicano e attraversano inesorabili il paese da Nord a Sud. Non ho molte risposte, però mi trovo tra le mani dei fatti. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito ad un'opera di definanziamento senza precedenti di ogni settore dell'istruzione, negli ultimi 10 cambiamenti radicali hanno attraversato le Università iniettando competitività senza freni, creando gare e gironi tra docenti e docenti, tra dipartimenti e dipartimenti, tra Atenei e Atenei, tra regioni e regioni, in un lungo agone che vede alla fine il Nord contro il Sud, una sfida ad eccellere che ha trovato nelle manovre ANVUR premi, obbiettivi, modalità. Dentro i nostri corsi l'occupabilità e la produttività hanno preso il sopravvento, le soglie di accesso sempre più strette, esami sempre più spersonalizzanti, i dati numerici hanno superato in poco tempo i ritmi del biologico e le sue richieste, il campo del dominio di questa macchina valutativa si è riversato dai numeri alle persone, e dalle persone alle loro aspettative, desideri, prospettive. Un fiume in piena che lascia senza parole per la sua velocità, per la sua forza mostruosa, che ha rotto ben presto gli argini del buon senso e del consenso, ha distrutto la capacità di resistere alla velocità delle acque, e così la fluidità ha ucciso la nostra capacità di tenerci stretti e di rimanere saldi come comunità.

Le operazioni chirurgiche della macchina della valutazione però hanno prodotto organi infetti, non adatti all'ambiente, e tra una montagna burocratica e l'altra il corpo accademico ha cominciato a rigettare, così si sono moltiplicati gli abbandoni non solo di studentesse e studenti ma anche e soprattutto di docenti e ricercatori. Una metastasi tumorale che comincia a diffondersi non solo nel nucleo debole e profondo della precarietà della ricerca ma che raggiunge anche gli strati più solidi, e come un macigno si abbatte su una vita sempre più alienante che non lascia spazio al movimento, al difforme, alla sperimentazione, ai viaggi lunghi, ai pensieri troppo lunghi e ai guizzi troppo brevi, agli sguardi che plasmano il futuro e che dovrebbero dirigersi verso l'orizzonte e guardano invece l'ennesima porta chiusa e il corridoio troppo stretto e affollato.

 

Le notti dei lunghi coltelli

Sono nate così le notti dei lunghi coltelli dell'Università italiana, o meglio degli individui che la compongono. Non so quante volte mi sia capitato di essere tornato a casa, dopo una giornata piena, ed essermi ritrovato a occupare gli unici momenti veramente liberi e miei con quello che avrei ancora dovuto fare prima di andare a dormire e con cosa avrei riempito il giorno successivo. Più semplicemente, l'ansia di un esame, i libri da studiare che formano montagne dalle geometrie sempre più astratte, possono diventare uno di quei coltelli che non ti lascia dormire e ti perseguita in ogni ora che ti rimane. All'inizio è una cosa da tutti i giorni, i tuoi genitori ti dicono che quando loro erano all'Università studiavano tutta la notte (omettendo le differenze con la situazione di oggi), che va bene stare un po' in ansia così uno è motivato a studiare. Ed ogni notte la stessa storia, aspettative non tue diventano montagne sulle spalle, ogni notte è come se un piccolo ratto ti rosicchiasse un pezzo di vita, guardi la luna e ogni notte sembra più piccola e il cielo un po' più buio. E poi di corsa, a dare l'esame, un voto non all'altezza, questo non possiamo dirlo ai genitori, non si può spiegare loro cosa vuol dire dare solo esami scritti e a crocette, essere misurati in ogni momento, cosa voglia dire una pessima organizzazione degli appelli, cosa voglia dire passare le notti in bianco, le mattine a lezione, i pomeriggi a studiare, ritagliarsi del tempo per non morire dentro, uno spritz e due amici, tornare a casa e vedersi addosso quella montagna di impegni. Morso dopo morso, nel paradigma della velocità e della produzione.

Chiedetelo a chi deve lavorare per pagarsi gli studi, a chi deve tenere una certa media e certi requisiti di merito per poter mantenere la borsa di studio e non pagare le tasse, una vita all'insegna dei CFU, 5 anni a contare quanto ti resta, quanto hai preso, quanto dovrai prendere, di quanto tempo hai bisogno, della tua tesi da costruire, il professore da contattare, e i libri sono troppi e costano troppo, e oggi non ce la faccio a uscire di casa, mi vedrò domani con i miei amici, e domani è sempre un altro giorno, un'altra notte, un altro morso. La peggior virata dell'imprenditore di se stesso è diventare il contabile della propria vita.

Chiedetelo a un ricercatore, magari un precario, cosa vuol dire fare ricerca nell'Università italiana, inseguendo paper ed editori, rispondendo a tutte le call, facendo cose che non ti spetterebbero per compiacere il professore di turno, perché sai che qualcuno mira al tuo stesso posto, che lui magari è disposto a fare lavoro gratuito, lezioni non pagate o a prezzo stracciato, a farsi rubare le ricerche perfino, perché così fan tutti, sennò chi te lo rinnova il contratto? Ditelo ai dottorandi, che qualcuno ancora pensa che siano lì per hobby, che quello non sia un lavoro, e se non è un lavoro allora puoi metterli a fare le tue ore di lezione, a correggere i test, incontrare gli studenti perfino. È tutta formazione, poi ti ringrazierà, adesso deve fare un po' di straordinari, ma poi il contratto arriva.

 

Se sopravvivi

Se il contratto non arriva? Se l'esame non lo passi? Se questa sessione di laurea non è andata? Se scade il tuo ultimo assegno? E se invece succede? Da un lato una caduta rovinosa nel mare delle aspettative infrante, negli occhi severi dei genitori e dei giornali che dicono ogni giorno quanto bamboccione sei, quanto tempo impieghi a laurearti. Ma dall'altro?

Un altro inferno, sempre lo stesso, e se non è l'università sarà la precarietà, sarà un altro corso di perfezionamento, uno stage mal retribuito, un assegno da schiavo. Sarà ancora lo stesso inferno, di occupabilità e produttività, controllare i curriculum per controllare le anime.

Se sopravvivi, sarai assorbito dalla macchina che hai odiato per tutto questo tempo, diventerai parte finita di un ingranaggio complesso che rosicchierà tante e tanti altri studenti e precari come te, non c'è scampo, non c'è rifugio. La macchina della valutazione continuerà a inseguirti, ti seguirà nelle aziende dove andrai, nelle app che userai, che tu sia un impiegato d'azienda o un rider continuerai a lavorare per quella macchina, schiavo della performatività, la vita come un immenso palco dove essere osservato, valutato, per poi aspettare nel silenzio se arrivano gli applausi o i fischi davanti alla platea al buio. Il palcoscenico della vita si apre su un mare di occhi meccanici, moderni cronometri, acutissime macchine della verità, elisir per sottoportare l'ansia di vivere costantemente monitorati.

 

Qualche riflessione più serena

Quello che ho cercato fin qui di spiegare, forse con eccessiva presenza d'animo, altro non è che il paradigma della vita nella nuova fase che stiamo vivendo. Se è possibile rintracciare nei viventi i fili che governano il mondo è anche possibile risalirli quando si spezzano, e così se migliaia di occhi vedono in questa ed altre vicende la dannazione della fragilità io piuttosto vedo il tentativo radicale di sottrarsi. Non è importante stabilire cosa sia successo e cosa no, penso che per chi rimane sia più importante recepire lo stimolo ad intervenire prima che sia troppo tardi. Per questo dedico ultime e poche e righe alle proposte bizzarre degli ultimi giorni, ai commenti patetici (nel senso etimologico del termine) dei giornali, alle migliaia di emoticon che compaiono tra un "poverina" e un "la vita non va buttata per un esame".

L'Università e la ricerca in questo paese hanno smesso da tempo di assolvere alla funzione sociale che gli appartiene, questo mi sembra sia avvenuto parallelamente alla perdita del valore che viene attribuito non solo alla sua funzione ma al suo mondo di lavoratori e lavoratrici. E' più corretto dire che dalla complessa mission che dovrebbe ricoprire il sistema di istruzione (la produzione di benessere sociale tramite la ricerca e le competenze accademiche, il servizio che si può rendere alla territorialità, l'idea stessa che la diffusione delle conoscenze e di alta formazione sia essa stessa performativa nella creazione di una società migliore) si sia arrivati ad un isolamento orientato dal mercato, ovvero ad un meccanismo di formazione per lavoratori e risorse del settore produttivo orientato al dimezzamento dei costi, alla produttività, alla rendita della e di manodopera. Questo isolamento market-based genera mostri, aumenta le distanze tra studenti, precari e dirigenza accademica, crea solitudine attorno ai soggetti deboli della catena, terra bruciata attorno a chi dissente e prova a puntare i fari dell'opinione pubblica, ma soprattutto genera mostri-istituzioni valutative per assicurare un controllo e più di tutto un auto-controllo rispetto a pratiche e valori di una rinnovata funzione sociale del mercato che poco o nulla ha a che fare con l'università di 20 o 30 anni fa. Questo mostro divora vite, aspettative, sogni, e lascia ogni giorno una vittima sulla sua scia, ai margini del mondo accademico si sta consumando una guerra alle esistenze e nessuno sembra accorgersene.

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