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Reddito di formazione a Barletta. Intervista a Carmine Doronzo

Barletta è il primo comune d’Italia ad adottare il reddito di formazione. La decisione del Consiglio Comunale della cittadina pugliese è particolarmente significativa poiché è stata ispirata tanto dai più avanzati modelli europei di welfare, come dalle lotte di quei movimenti studenteschi che da sempre chiedono l’introduzione di un reddito di cittadinanza. Il Comune di Barletta – 100 mila abitanti – assegnerà un contributo di 200 euro mensili per un anno a giovani tra i 16 e i 26 anni inseriti in un percorso formativo. Si tratta di un vero e proprio contributo in supporto del reddito, per di più svincolato da criteri di merito. La sua filosofia è quella di aiutare i soggetti in formazione ad acquisire maggiore autonomia economica e di inserirsi più agevolmente nel mercato del lavoro.

Promotore principale della proposta è Carmine Doronzo. Consigliere comunale eletto come indipendente della Federazione della Sinistra, Doronzo viene da una lunga esperienza nel movimento studentesco e di dirigente nazionale dell’Unione degli Studenti. Sugli scopi e le prospettive del reddito di formazione e in risposta alle critiche ricevute, il consigliere della FdS ha accettato di parlare con Il Corsaro.

Barletta è la prima città in Italia a sperimentare il reddito di formazione. Da dove nasce questa rivendicazione?
La grande utopia del reddito di cittadinanza(o di esistenza) ci ha sempre affascinati, fino a guidarci nelle lotte che negli ultimi anni hanno caratterizzato il movimento studentesco anche nel nostro territorio. Parlare di reddito minimo oggi è diventato un imperativo per chiunque voglia confrontarsi seriamente e senza stereotipi con quella nuova umanità dolente caratterizzata dagli  emarginati della crisi globale: i disoccupati, i precari, gli immigrati, il mondo della formazione e ricerca pubblica.
L'idea è che nella lotta per l'affermazione di una società della conoscenza sia giusto attribuire un reddito minimo non solo “per chi non trova lavoro”, ma anche “per chi studia”. All'interno dell'attuale sistema economico, sorretto dal capitalismo cognitivo, infatti, la gran parte del tempo speso da ciascuno di noi è molto produttivo indipendentemente  dal possesso di un contratto di lavoro. Esempio emblematico è proprio quello dei soggetti in formazione che “producono” sapere sociale, conoscenza, informazioni a costo zero,  mentre “consumano” tasse universitarie, viaggi, connessioni internet, libri, cultura a costi esorbitanti anche a causa di un debito pubblico che non hanno prodotto bensì ereditato. Posti di fronte a questo cortocircuito abbiamo pensato di restituire una parte del “maltolto” con la distribuzione di un reddito di formazione.

Cosa caratterizza questa misura rispetto alle tradizionali borse di studio?
Le politiche distributive di reddito, come nel caso del reddito di formazione, non possono considerarsi come dei “buoni”. Le borse di studio sono da intendersi come somme in denaro corrisposte dagli enti competenti in materia di diritto allo studio agli studenti meritevoli e bisognosi affinché essi possano coprire le spese vive (o fisse) strettamente legate al proprio percorso formativo. Queste, inoltre, oltre che quantitativamente insufficienti, vengono spesso corrisposte successivamente all'effettivo momento del bisogno causando a monte enormi sacrifici e indebitamento.
Il reddito di formazione non si contrappone alle borse di studio e ai servizi che, anzi, sono importantissimi. Esso però garantisce a chi studia una continuità di reddito per vivere più dignitosamente anche al di fuori delle larghe maglie dell'assistenza statale. Partiamo dal presupposto che oggi la formazione non possa esaurirsi con una lezione o con lo studio di un manuale, ma si arricchisce di esperienze formative soggettive spesso non programmabili né replicabili, che necessitano di congrue risorse monetarie. Ciò che è formazione per un ragazzo di vent'anni nell'era della comunicazione digitale non può essere catalogato né stereotipato;  ogni esperienza è percepita diversamente(un incontro, un viaggio, lo studio di uno strumento musicale): la vita stessa è “in formazione”. Da qui nasce la necessità di “remunerare” le vite tutt'altro che improduttive delle giovani generazioni riponendo in esse più fiducia e più aspettative.
Un altro aspetto importante riguarda la tendenza all'universalità della misura, indipendentemente che si frequenti scuola, università, master, o corsi di formazione professionale. In quest'ottica cercheremo di coprire gradualmente una fascia crescente di soggetti, a prescindere dalla propria cittadinanza, investendo sempre maggiori risorse. I giovani che riceveranno il reddito acquisiranno un diritto oggi negato, che riconosce lo status di soggetto in formazione, e si ritroveranno accomunati nella rivendicazione di nuovi diritti a prescindere dalla distanza fisica o figurata dei propri percorsi di studio.
Mentre i governi creano il mito di scuole di serie a e scuole di serie b, università virtuose e università scadenti, una formazione per dirigenti e una formazione per sudditi, noi tentiamo di accomunare il mondo dei saperi, consegnando ai più giovani una nuova sfida, quella di messa a frutto di un riconoscimento quale “parte attiva” della società non solo dal punto di vista intellettuale ma anche da quello economico.
Quest'ultimo aspetto è molto ambizioso e, potenzialmente, il più rivoluzionario.


Come sono stati stabiliti i criteri di assegnazione del contributo?
In via sperimentale, si è pensato di coprire una fascia di età che partisse dalle scuole superiori ed in particolare da quegli studenti non tutelati dall'obbligo scolastico fino a coprire man mano i livelli più alti di istruzione, ma senza dimenticare i tanti giovani impegnati in percorsi di formazione professionale che pure possiamo considerare fortunati visti gli alti tassi di abbandono scolastico, e gli studenti disabili a cui è riservata una quota del 10% dell'intera misura.
La disponibilità di un reddito può incentivare molti studenti a proseguire il proprio percorso di studi con più motivazione e serenità soprattutto quando lo Stato non ti obbliga più a farlo.
Abbiamo inoltre registrato la chiara volontà del Parlamento Europeo che con la risoluzione del 20 ottobre 2010 sollecita gli stati a farsi carico di politiche di sostegno al reddito, ispirandosi all'adozione di un reddito minimo incondizionato, e denuncia la discriminazione di molte politiche che tengono fuori i giovani e i disabili da questo tipo di sostegno.
A questo si aggiungano i dati Istat sulla disoccupazione giovanile, che si attesta oltre il 30%, e sui NEETS (Not in Education, Employment or Training), i giovani che non studiano, non lavorano, né cercano un'occupazione, che raggiungono quota 22,1%. Questi dati si  aggiungono alle migliaia di richieste per buoni libri e borse di studio provenienti da famiglie con redditi al di sotto della soglia minima di povertà a cui ogni anno deve far fronte il nostro Comune.
E' evidente che ci troviamo in una situazione estremamente critica in cui il criterio migliore da adottare sia quello della tempestività e del superamento delle lungaggini burocratiche. Anche rispetto a questo vogliamo continuare a distinguerci positivamente.


L’unico criterio tenuto in considerazione è il reddito mentre non sono indicati criteri di merito. Di fatto si chiede solo una certa frequenza ai corsi scolastici e universitari, Molti sollevano il rischio che vi sia uno spreco di fondi comunali: tu come rispondi a queste osservazioni?
Giorno dopo giorno stiamo registrando un grande entusiasmo per questa iniziativa dell'Amministrazione,  da parte di giovani e non, che contrasta con le critiche feroci di chi è ancora troppo legato ad un'impostazione per la quale investire sulle giovani generazioni in modo democratico e non elitario equivalga a sprecare denaro pubblico.
Se non si considera il merito come criterio di assegnazione è perché lo si ritiene soggettivo ed eccessivamente discriminatorio di quanti, proprio a causa delle proprie condizioni economicamente svantaggiate, non riescono ad essere i “primi della classe”. Inoltre riteniamo fallace il principio stesso della competitività tra i banchi di scuola e universitari: un principio imposto dal mercato che disincentiva alla cooperazione creando spesso rivalità e spirito di sopraffazione. Il merito, o meglio, la cosiddetta “meritocrazia” è anche molto spesso elemento di esclusione ed illegalità nei percorsi formativi: basti pensare alle “parentopoli”, ai test d'ingresso universitari che precludono ai giovani di frequentare i percorsi di studio che preferiscono, oppure alla corruzione che in alcune città ha coinvolto numerose famiglie in un vortice di favoritismi teso sempre a garantire chi poteva permettersi di pagare e corrompere docenti o funzionari disonesti.

Alcuni sostengono che la soglia di 5.000 euro sia troppo bassa e che possa causare falsificazioni delle dichiarazioni dei redditi. Cosa ne pensi?
Determinati aspetti tecnici quali parametri per l'assegnazione del reddito sono stati concordati con i servizi sociali sulla base della situazione reddituale cittadina e si scontrano con la scarsità di risorse a disposizione dei comuni in tutta Italia. E' evidente che posti di fronte a delle risorse limitate si dovessero operare delle scelte legate al reddito dei richiedenti, e che sarebbe stato paradossale se invece che dai redditi bassi si partisse dalla copertura dei redditi più alti. D'altra parte se le richieste pervenute hanno superato le migliaia è perché siamo di fronte ad un impoverimento della popolazione reale e non fittizio.
Va tenuto conto, inoltre, che l'amministrazione comunale ha di recente siglato un accordo con l'Agenzia delle Entrate sulla lotta all'evasione fiscale, per cui i soggetti che riceveranno il reddito saranno dei sorvegliati speciali a vantaggio e a tutela dei veri bisognosi.

Parlate di “sperimentazione”: quali sarà il futuro di questa misura a Barletta?
Si tratta di una sperimentazione triennale che necessita di miglioramenti che potremo apportare soltanto osservando i frutti del primo anno di erogazione, ma quello che più conta è l'impegno a far sì che la somma posta a bilancio per tale misura sia notevolmente aumentata per far fronte alle molte richieste non soddisfatte.
Il nostro prossimo obiettivo è quello di creare un osservatorio civico che effettui un monitoraggio costante delle ricadute sociali del reddito e che pensi a nuove strutture e nuovi servizi per tutti.
Oltre al mio impegno istituzionale e di quanti hanno sostenuto questo progetto, dovrà continuare l'impegno delle associazioni e movimenti che hanno rivendicato a gran voce l'avvio di questa sperimentazione, mobilitandosi e portando sui tavoli della politica l'indignazione di un'intera generazione.

Il “reddito di formazione” si unisce ai pochi tentativi fatti in Italia di costruire forme universalistiche di welfare. Quale è la tua opinione nel dibattito sul “reddito di cittadinanza”? Può essere una soluzione per risollevare la condizione economica dei soggetti più deboli?
Come ho detto in apertura siamo mossi da questa meravigliosa utopia, che potrebbe non essere così irraggiungibile e appare sempre più necessaria. Occorre lottare ma soprattutto creare tra le classi più deboli una giusta consapevolezza della sostenibilità economica di un reddito “di esistenza”, per esempio a partire dall'abbattimento delle spese militari, dal pagamento di un'imposta sugli immobili per il Vaticano, dalla introduzione di una seria patrimoniale che colpisca i grandi proprietari o di una tassazione sulle rendite finanziarie.
Oggi un governo di alternativa potrebbe garantire sin da subito un reddito minimo incondizionato a qualche milione di persone, con l'obiettivo che esso vada esteso a tutti. Ma un tale governo non può contare sull'attuale sinistra parlamentare che ha già ampiamente dato prova della propria inconsistenza. Anche la sinistra extraparlamentare però sconta un forte ritardo rispetto ai movimenti sulla riappropriazione di queste rivendicazioni. Pertanto è opportuno continuare sulla strada della contaminazione tra i diversi soggetti (sindacati, movimenti, associazioni, partiti) che intendono costruire una vera sinistra di alternativa all'attuale sistema economico.
Piccole vittorie concrete e al tempo stesso simboliche, come quella di Barletta, dimostrano che è possibile pensare ad un nuovo welfare che parta dal basso senza piegarsi ai diktat dei poteri forti. Sono convinto che ci ritroviamo a percorrere una strada lunga e tortuosa, ma anche che la stiamo percorrendo nella direzione giusta.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 14:04
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