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Il lavoro è il terreno di scontro. Piccolo elogio del conflitto

Il lavoro è il terreno di scontro. Piccolo elogio del conflitto

Dopo aver usato i precari come scudi umani, o meglio ancora come teste d'ariete per spazzare via diritti e tutele, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi lancia un nuovo mantra. Da qualche giorno, infatti, il boy scout va dicendo in giro: "il lavoro non sia il terreno di scontro". L'ultima eco di questo pensiero è rimbombata nel nuovo stabilimento di Piaggio Aerospace, dove il premier sfugge alle domande dei giornalisti, cui dice "qui c'è il futuro e voi parlate di legge elettorale".

Peccato solo che ciò di cui parla Renzi sia un passato che nel frattempo è andato in giro per l'Europa e per il mondo per poi fare ritorno ridimensionato, e spacciato per 'futuro', nel nostro Paese. Questo perché il nostro Paese è stato all'avanguardia nel settore dell'aerospazio e della produzione di aerei più in generale. Ma nel tritacarne delle dismissioni pubbliche, delle privatizzazioni e dei processi di deindustrializzazione prodotti dall'assenza di politiche industriali programmate e lungimiranti c'è finito l'intero settore dell'aerospazio, che negli anni ha visto chiudere Fiat Avio, spolpare Alitalia attraverso pratiche clientelari e depotenziare Alenia mortificando le competenze e le specializzazioni di un sistema innovativo. Oltre il danno anche la beffa, perché una volta dismesso e depauperato il patrimonio di competenze ed alta tecnologia per l'aviazione civile, resta solo la produzione, proprio quella di Piaggio Aerospace, di matrice militare.

Proprio per questo Renzi ha torto quando dice che il lavoro non deve essere il terreno di scontro: perché è quando è stata depotenziata la capacità conflittuale organizzata dei lavoratori che è iniziato il declino del Paese. Il conflitto sociale ha rappresentato l'elemento cruciale per il progresso e l'innovazione, al punto che la sua sterilizzazione ha avuto un impatto devastante sulle capacità di sviluppo e innovazione. Senza una controparte le imprese si sono chiuse su loro stesse rincorrendo sempre di più alti profitti attraverso la cancellazione dei diritti, la compressione dei salari e l'aumento del surplus di lavoro, tutti elementi che hanno prodotto un freno per l'innovazione di processi produttivi e di prodotti con la conseguenza di un arretramento del sistema. Le imprese, soprattutto in condizioni di incertezza, non investono in innovazione e preferiscono massimizzare i profitti, ma il conflitto sociale, storicamente, le ha spinte a introdurre nuovi sistemi produttivi, a organizzare i tempi e modi di produzione, a migliorare la qualità del lavoro e dei prodotti. Quindi, se vuole far ripartire il lavoro e la produttività, Renzi dovrebbe leggere i classici dell'economia e non criminalizzare il conflitto sociale. Non è uno scontro tra teorie o ideologie diverse: si tratta di conoscere la storia di questo Paese e la sua economia.

Il lavoro è il terreno di scontro, dunque, non solo perché è la priorità del Paese, insieme ad un nuovo welfare, ma anche perché solo attraverso il lavoro e i lavoratori si può immaginare e costruire uno sviluppo sostenibile.

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