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Un mondo nuovo: perché parlare di storia del movimento operaio oggi?

  • Scritto da  Valerio Strinati
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Un mondo nuovo: perché parlare di storia del movimento operaio oggi?

Da circa un ventennio si è andato affermando, non solo in Italia, ma in tutto il Nord del mondo, un paradigma delle politiche pubbliche del lavoro, che le spinge ad operare soprattutto (o esclusivamente) sul versante dell’offerta in modo tale da ridurre gli oneri posti a carico dei datori di lavoro e realizzare un mercato del lavoro “flessibile”, ovvero un mercato nel quale il lavoro aderisca del tutto alle esigenze del mercato, espandendosi e contraendosi a seconda dell’andamento del ciclo economico. A tal fine - hanno affermato gli ideologi di questo modello - occorre spostare il sistema legale di tutele dal singolo rapporto di lavoro al mercato del lavoro, per aumentare le occasioni di impiego, e quindi ridurre le tutele esistenti per le fasce più garantite e sindacalizzate, per favorire l’occupazione dei non garantiti, di coloro cioè che stanno con un piede dentro ed un piede fuori dal mercato del lavoro, soprattutto giovani e donne, spesso impiegati nel mercato informale (un eufemismo per dire lavoro nero).  I risultati conseguiti sono devastanti: la legislazione di questi anni, in Italia più che in altri paesi d’Europa, non ha fatto altro che dettare una dettagliata disciplina del lavoro precario, mancando tutti gli obiettivi che si era proposta. Precarietà ed incertezza dominano il mercato, per i più giovani, ma non solo, e la riduzione delle protezioni giunge a minacciare la stessa esistenza fisica dei lavoratori. Ricordiamoci che in Italia ogni giorno tre persone muoiono sul lavoro. Siamo sicuri che l’articolo 18 sia la priorità? 

I successori di Berlusconi hanno lavorato su questo modello, vecchio oramai di vent'anni. Lo hanno modificato, in alcune parti migliorato, in altre riadattato, ma in sostanza, il modello è sempre lo stesso, e su questo modello si  basa anche il progetto del governo Renzi. Per quanto possa sembrare strano, in questo campo il premier innovatore sta lavorando ad un progetto ormai vecchio, superato e soprattutto improduttivo.

Il fatto è che il meccanismo fin qui descritto ruota attorno ad un assioma indimostrato (per dirla con il premier: ideologico). Si era detto: se sacrifichiamo alcune garanzie avremo più opportunità di lavoro. Oggi l’Italia ha un mercato del lavoro tra i più flessibili del G20 ed un tasso di disoccupazione tra i più elevati d’Europa proprio tra i giovani e le donne. Evidentemente qualcosa non ha funzionato.

Senza alcun vantaggio, è stata abbandonata la strada maestra indicata dalla Costituzione: la promozione delle condizioni per rendere effettivo il diritto al lavoro consiste in primo luogo nella costruzione di un solido sistema di tutele. Non nel loro smantellamento.  

Le politiche del lavoro che ancora oggi si perseguono si presentano con il volto della modernizzazione, della razionalità e della semplificazione: in realtà si tratta di una modernizzazione ambigua, che guarda più indietro che avanti, che alcune volte cerca di spacciare per necessario adeguamento alle innovazioni dei modelli produttivi quelli che sono veri e propri arretramenti sul piano delle conquiste civili (si pensi al tentativo periodicamente ricorrente di smantellare l’intero sistema della contrattazione collettiva). È una modernizzazione tutta dislocata sul versante padronale, ma proprio perché tale presuppone degli arretramenti sul piano dei diritti delle persone che lavorano.

È da qui che intende partire il seminario che partirà giovedì 13 novembre, promosso dall’Università popolare Antonio Gramsci, dal titolo  “Un mondo nuovo: istituzioni operaie e popolari nell’Italia post-unitaria”: un percorso storico per capire attraverso quali tessuti organizzativi, con quali forze, con quali politiche sono stati conquistati, poco a poco, e non senza grandi sacrifici, i diritti e le tutele che oggi sono presentate come un ostacolo al progresso, e che sono invece conquiste di civiltà dalle quali non si può tornare indietro; cercheremo di comprendere che cosa hanno significato per la società italiana quelle conquiste, anche nella loro parzialità ed incompiutezza,  come si è giunti ad alcuni risultati, e con quali strumenti; cercheremo di ricostruire i passaggi attraverso i quali il movimento degli operai e dei contadini (i contadini sono una parte molto importante nella storia del proletariato italiano) è andato progredendo, in quali forme e con quali scopi si è dato una propria organizzazione, specializzandosi per finalità - dal mutualismo, alla resistenza, alla cooperazione, al partito politico - ed articolandosi territorialmente, o per categorie industriali. Vorremmo entrare nel merito di quello che furono, a partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo, le Società di mutuo soccorso, le Camere del lavoro o le cooperative, interrogandoci sul loro funzionamento, sugli statuti, sugli iscritti, sulle loro concrete vicende. Senza peraltro dimenticare i contesti, poiché la storia del movimento operaio è anche storia d’Italia, e, anzi, forse ci accorgeremo che esso è stato uno dei più potenti motori del nation building e senza dimenticare i contrasti, le divisioni, le lotte tra mazziniani ed internazionalisti, tra anarchici e marxisti, tra riformisti e massimalisti, e così via.  

Non proponiamo un percorso di nostalgia, ma di ricerca quanto più possibile rigorosa, su una storia fatta di emancipazione, di libertà, di scoperta di nuovi valori; una storia certo consegnata al passato, ma da interrogare per capire meglio le nostre radici più profonde. Perché, come ha detto l’arcivescovo Desmond Tutu, “non si può girare una pagina, senza prima averla letta”.  

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