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Jobs Act: la guerra asimmetrica di Matteo Renzi

Jobs Act: la guerra asimmetrica di Matteo Renzi

Ha fatto la sua dichiarazione di guerra Matteo Renzi. È una dichiarazione banale, vuota, ma eccezionale e densa di significato.

Renzi si rivolge direttamente ai sindacati. A parlare nel video c'è lui, il premier che parla direttamente ai cittadini rifiutando ogni livello di intermediazione, di dialogo con i corpi intermedi, lui che per la riforma del pubblico impiego non consulta i sindacati, paradossalmente rei di "rappresentare solo il pubblico impiego", lui che attiva la mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. per leggere i pareri dei cittadini e poi decidere in beata solitudine. È un attacco duro, inedito per certi versi, violento per altri.

È un attacco violento non solo per come replica con durezza alla Camusso, indicando il nuovo nemico contro cui far scagliare tutti i suoi cacciatori di gufi, ma è violento anche per l’uso che fa di noi precari.

Il  sindacato non riesce a rappresentare i precari, è vero. Non ci riesce perché i gruppi dirigenti del sindacato hanno spesso fatto scelte miopi, considerando la precarietà come lavoro “atipico” e non come la nuova forma “normale” del lavoro, perché a volte ha considerato noi partite IVA alla stregua degli imprenditori, perché ha molte volte parlato un linguaggio distante dal nostro.  Non ci riesce perché spesso non è percepito come una comunità di lavoratori che si organizza, ma come un soggetto terzo, paraistituzionale, quasi una controparte; perché ha perso di credibilità nell'opinione pubblica al punto da non poter battere ciglio davanti a un attacco durissimo come il taglio del 50% dei distacchi sindacali.
Ma bisogna anzitutto dire che il sindacato non riesce a rappresentare i lavoratori precari perché la precarietà nasce proprio per ridurre la capacità contrattuale collettiva dei lavoratori, per renderli ricattabili e quindi non sindacalizzabili. Non è quindi un caso che i precari non siano sindacalizzati. È stata una scelta politica.

E in questa scelta il partito del premier e i suoi alleati di governo, da Sacconi ad Alfano, hanno pesanti responsabilità, avendo contribuito in passato a precarizzare il mercato del lavoro e avendo rincarato la dose pochi mesi fa con il decreto Poletti, riuscendo nell’assai difficile intento di peggiorare addirittura la riforma Fornero.

All’attacco della Camusso Renzi replica dicendo “non siamo preoccupati di Margaret (Thatcher) – dice Renzi – ma di Marta, 28 anni, che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità. Lei sta aspettando un bambino, ma a differenza delle sue amiche che sono dipendenti pubbliche non ha alcuna garanzia”.

Viene da chiedersi cosa abbia a che vedere il diritto alla maternità, o meglio ancora alla genitorialità, dato che dovrebbe riguardare anche gli uomini, con l’abolizione di quel che resta dell’articolo 18.
E viene ancora di più da chiedere in che modo il fatto che le amiche di Marta abbiano diritto alla maternità le impedisce di vedersi riconosciuto tale diritto. I diritti non sono una torta da dividere, “hanno preso tutto loro, per te non è rimasto nulla”, estendere i diritti non è necessario toglierne una fetta ad altri.

Se è vero che c’è un apartheid nel mondo del lavoro, di certo la soluzione non è rinchiudere migliaia di lavoratori nel ghetto della precarietà, ma rompere il recinto dello sfruttamento intensivo a bassi salari e alta ricattabilità che è la cifra del lavoro contemporaneo.

L’attacco di Renzi è spietato anche e soprattutto per la "violenza" che viene trasversalmente riversata contro  uomini e donne, ragazze e ragazzi, di cui il premier parla mentre attacca il sindacato. 

Renzi usa migliaia di giovani precari come scudi umani in una battaglia per rendere il lavoro ancora più precario, ennesimo atto della lotta di classe dall'alto. Come se non bastasse la vita d’ogni giorno, la ricattabilità estrema, l’assenza di prospettive, la povertà crescente, l’offesa quotidiana dell’essere sviliti in un lavoro che non ha nulla a che vedere con i titoli conseguiti, i master frequentati, le competenze acquisite, le aspettative, i bisogni e i desideri. 

Non è solo retorica, sono atti politici, perché ne derivano scelte concrete e conseguenze sulle vite di migliaia di persone. 

Renzi mette in scena questo scontro con l'obiettivo di tenere assieme le sue piccole larghe intese, di proseguire lo scontro per il controllo del partito democratico e soprattutto per portare a termine il compito che la Banca Centrale Europea ha dettato all’Italia: rendere ancor più flessibile il mercato del lavoro.

In cambio di meno diritti, con il Jobs Act probabilmente il governo concederà qualche briciola, (anche perché dare qualche tutela in più a chi non ne ha non è affatto difficile) e grazie al grande unanimismo mediatico di cui gode presenterà le briciole come grandi rivoluzioni.

Ma la vera rivoluzione nel mercato del lavoro di cui ci sarebbe bisogno è l’introduzione di un reddito minimo garantito, l’estensione di diritti e tutele, politiche economiche anticicliche che consentano di uscire dalla recessione e creare nuova occupazione, rompere di quella che Brancaccio chiama precarietà espansiva: un circolo vizioso che rende tutti sempre più precari e sempre più poveri.

Dopo anni di precarizzazione del lavoro che non hanno prodotto nulla se non povertà e disoccupazione, "cambiare verso" vorrebbe dire abbattere la precarietà. Sarebbe  un cambio radicale che non verrà certo da Renzi, ma che può venire solo e soltanto da una grande mobilitazione collettiva di tutti coloro che subiscono gli effetti della crisi, disoccupati, precari, immigrati, italiani, nordici e terroni, lavoratori vecchi e nuovi. Insieme.

Non sarà sufficiente la richiesta di solidarietà del sindacato e dei lavoratori sindacalizzati, così come non ci aiuterà il “non mi riguarda”  di migliaia di precari.
Serve un conflitto sociale forte, intelligente, radicale e di massa, capace di sorprendere e uscire dagli schemi soliti, evitando di cadere in un banale gioco delle parti.

Il tema del lavoro, quello della disoccupazione giovanile e della precarietà è il terreno più ostico per Renzi, il terreno su cui può franare il suo consenso.

La dichiarazione di ieri del premier apre una nuova fase di questo conflitto. È un conflitto asimmetrico, non è una guerra ai sindacati, è una "guerra alla società", al suo diritto e alla possibilità di organizzarsi per conquistare migliori condizioni di vita, è una guerra all’idea che si possa essere felici solo se lo sono anche gli altri. Se è vero che Renzi pensa alla Thatcher occorre che qualcuno pensi ai minatori di allora. 

Rifiutare la guerra tra poveri è il primo passo per non morire poveri, sotto le bombe mediatiche e psicologiche di chi spinge gli uni contro gli altri.

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