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Rajoy, i minatori e il torpore spagnolo

 

“L'effetto Europei è già finito” scrivono sorpesi i giornali spagnoli. Come se un effetto del genere fosse mai esisitito. Lo affermano nei giorni in cui la Spagna ripiomba nel panico, cedendo quella parte di sovranità sui propri bilanci la cui conservazione era stata tanto decantata nei giorni scorsi da Mariano Rajoy. Il primo piano di salvataggio delle banche iberiche rappresentava un'accusa precisa alla politica e alla finanza spagnola, ma i giornali conservatori l'avevano presa diversamente: “successo di Rajoy”, “noi non siamo la Grecia”, “siamo la quarta economia europea” e finache “noi non siamo l'Uganda”, come affermato con orgoglio dallo stesso Presidente del Governo in un messaggino inviato al Ministro dell'Economia. E così, anche la vittoria agli Europei di calcio della nazionale spagnola – in un paese in cui il nazionalismo e questo sport sono trattati come delle religioni – era stata vista da qualche editorialista come possibile rimedio ai mali del paese, come se lo spread e il tasso di disoccupazione evolvessero a seconda delle giocate di Iniesta.

Ci sono voluti i minatori delle Asturie e lo stesso Mariano Rajoy per riportare alla realtà la Spagna, per capire dove va questo paese che ha votato in massa il Partito Popolare proprio per non fare i conti con le cause che lo hanno portato sull'orlo del baratro. “Vai a vedere che la colpa è tutta di Zapatero” si pensava. Un paraocchi per poter continuare a vivere nella tranquillità e nella conservazione, per non fare autocritica rispetto al modello di sviluppo intrapreso dalla Spagna negli ultimi 20 anni, tutto a botte di costruzioni e finanza. Eppure dopo soli sei mesi, il Governo non è riuscito a porre rimedio a nessuno dei problemi causati (anche) da sette anni di Governo socialista. L'orgoglio spagnolo deve fare i conti con fatti che lasciano poco spazio ai sogni: 65 miliardi di euro di tagli e cessione della propria sovranità finanziaria. Da oggi, di fatto, la Spagna è nelle condizioni della Grecia visto che a dettare la sua politica e l'Unione Europa, che proprio l'altroieri gli ha concesso altri 30 miliardi di euro per la ricapitalizzazione delle banche iberiche.

La speranza che tutto possa continuare come sempre è stata messa in discussione ieri, forse per sempre. Le parole di Rajoy pronunciate alle Cortes, chiare e inequivocabili, vanno lette assieme alle cronache delle gravi violenze subite proprio a Madrid dai minatori delle Asturie da parte della polizia nazionale. I minatori, che protestavano contro la chiusura definitiva del loro reparto – con conseguenze per 30mila lavoratori – hanno subito cariche violente e spari di proiettili di gomma. Di fronte a questo quadro c'è da aspettarsi che il torpore spagnolo, messo in discussione fino ad ora solo in parte dai movimenti sociali, lasci spazio a lotte più incisive. La dichiarazione di guerra, d'altronde, è stata lanciata dallo Stato: lavoratori pubblici e e del settore privato, precari e a tempo determinato, sono tutti in pericolo, come mai prima d'ora.

Il rischio che di fronte a queste politiche vi sia un ritorno all'apatia della società spagnola è grande. Come spiegare altrimenti, la proposta del leader del PSOE, Alfredo Rubalcaba, di costruire un “patto nazionale” e di continuare sulla via dell'”opposizione responsabile”?

I 43 feriti di ieri dicono che la fase delle parole è terminata, ma anche che per la sinistra spagnola –davanti a questa violenza, quella della polizia e quella dei tagli– il tempo per passare ai fatti è poco. In assenza di questi, la possibilità che la maggioranza degli spagnoli torni a contare i ha giorni all'inizio della Liga è una eventualità più che probabile.

 

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 13:59
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