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Spagna. Il trionfo di Rajoy e la triste parabola di Zapatero

Il trionfo di Mariano Rajoy e del PP alle elezioni generali segnano una svolta di proporzioni storiche per la Spagna. Di storica vi è innanzitutto la nettezza della vittoria dei popolari i quali, con 186 seggi, potranno godere della maggioranza assoluta. In simili condizioni al PP sarà concesso di non firmare patti e accordi con nessun partito autonomista così da poter attuare in pieno il proprio programma, sia in chiave economica che di politica interna.

 

Il dato che maggiormente emerge da questa tornata elettorale è però, soprattutto quello relativo al crollo epocale del Partito Socialista. 4 milioni e mezzo sono i voti che il PSOE ha perso in tre anni, il che fa del risultato elettorale una condanna delle politiche socialiste più che una dichiarazione di amore verso Mariano Rajoy. Le ragioni di questo crollo sono legate al modo in cui il PSOE e il suo ex-leader, José Luís Zapatero, hanno affrontato la crisi economica prima negandola e poi attuando misure sociali durissime.

Nel 2008 la Spagna veniva da un decennio di aumento dell’occupazione e del Pil. Zapatero seppe sfruttare a suo vantaggio la crescita dell’economia apparendo come un leader capace di tenere insieme il realismo politico in campo economico e l’attenzione per temi “scomodi” come il matrimonio per le coppie omosessuali e l’aborto. La stella del politico di Valladolid è precipitata con la crisi e la sua ostinata negazione. Anche quando si iniziavano a sentire gli effetti della bolla immobiliare –la vera causa della crescita dell’economia spagnola- i socialisti si sono ostinati a negarla parlando di “decelerazione” e promettendo di camminare rapidi verso “la piena occupazione”. Il risveglio dal sogno è stato traumatico. 5 milioni di disoccupati e il Paese sotto il ricatto dei mercati finanziari. Gli elettori non hanno perdonato misure come la riforma del lavoro e la capitalizzazione delle banche con denaro pubblico e hanno dato quindi fiducia al PP e al suo leader il quale, dopo due sconfitte a seguito di campagne elettorali marcatamente di destra, ha cercato di non prestare il fianco a battaglie ideologiche. Gli spagnoli, abituati da 35 anni al bipartitismo, non si sono smentiti e hanno scelto di dare credito a chi promette di aumentare l’occupazione senza negare la necessità di sacrifici. Ad ogni modo la crescita dei popolari è stata netta. Quasi 600 mila sono i voti guadagnati dal principale partito di destra e solo 7 sono state le provincie in cui il PP non si è affermata come prima forza.

Ad ogni modo i risultati hanno consegnato qualche novità che, nonostante la maggioranza assoluta dei popolari, non mancheranno di avere conseguenze politiche. La prima è la grande crescita della sinistra radicale. Izquierda Unida ha collezionato quasi il 7% dei consensi guadagnando 700 mila voti. La federazione guidata da Cayo Lara -storicamente penalizzata da un sistema elettorale che sfavorisce i piccoli partiti presenti su tutto il suolo nazionale- ha saputo raccogliere parte dei voti persi dal PSOE e rappresentare in parte i movimenti sociali che hanno occupato le strade di Spagna nell’ultimo anno. Se è vero che parte degli “indignados” hanno propagandato l’astensione, va detto che la crescita di IU sembra proprio figlia delle lotte contro le politiche liberiste realizzate dal Governo socialista nell’ultimo anno.

A rompere il bipartitismo vi sono poi le forze autonomiste locali, quasi tutte in crescita. La vera sorpresa è sicuramente rappresentata dalla sinistra indipendentista basca, riunitasi sotto il cartello di Amaiur. La fine della lotta armata dichiarata dall’Eta non ha affatto ammorbidito le tensioni nazionaliste nei Paesi Baschi e -nonostante due elezioni senza candidatura e il duro colpo della illegalizzazione di Batasuna- la izquierda abertzale si è affermata come prima forza dei Paesi Baschi e potrà contare su di un gruppo parlamentare di ben 7 deputati. La conferma del più moderato Partito Nazionalista Basco e delle forze autonomiste e indipendentiste catalane Convegència i Unió e Sinistra Repubblicana evidenziano la forte divisione esistente nella società spagnola. Mentre il PP promette una centralizzazione delle competenze e una lotta al pluralismo linguistico, i gruppi catalani e baschi promettono battaglia sulla tutela della propria autonomia.

Insomma, il PP ha molto poco tempo per festeggiare. Se il PSOE è stato punito proprio per la sua politica austera, a crescere sono state le forze, diverse tra loro, che più si oppongono ai pilastri ideologici della destra spagnola. In questo contesto il PP potrà governare in piena autonomia ma le tensioni sociali e nazionali sono destinate a crescere.

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