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Lo stallo a 5 stelle

movimento 5 stelle grillo folla gommoneA pochi giorni dal responso delle urne il Movimento 5 Stelle, primo partito a livello nazionale, vede scoprirsi tutte insieme quelle contraddizioni interne che una straordinaria campagna elettorale era riuscita a mascherare. Se a un giorno dal voto il peso inaspettato acquistato dai 5 Stelle quale vero ago della bilancia di un prossimo governo poteva aprire uno spiraglio alle lotte per il reddito e per i beni comuni che, al contrario, un buon risultato della lista Monti avrebbe contribuito a tappare, adesso la chiusura aggressiva alle “facce di culo” del PD da parte di Grillo pone all’intero Movimento, ai suoi militanti e ai suoi eletti, la questione non più rinviabile delle sue irrisolte e volute ambiguità. Ancor prima di mettere piede a Montecitorio i 5 stelle stanno già scontando tutte le conseguenze, potenzialmente auto-distruttive, di un’organizzazione-azienda che ha fatto della guerra senza appello a “destra e sinistra” la cifra del proprio successo. Una strategia che adesso, al momento di rispondere alle troppe e contrastanti anime che Grillo e Casaleggio sono riusciti a intercettare con un senso strabiliante del marketing elettorale, rischia di fare implodere questa inedita macchina del consenso. Fin quando si urlava alla morte della Casta mettere insieme i diversi e incompatibili interessi di un elettorato deluso e frustrato da sinistra e da destra, era una cosa: ora che si tratta di prendere delle scelte, si dovrà probabilmente scontentare qualcuno.

Troviamo almeno due, plateali, contraddizioni che, ci pare, il M5S non può risolvere se non a costo di rinnegare in buona parte sé stesso, compromettendo da subito il suo successo. Proviamo a tratteggiarle, col sano proposito di sfuggire con quanta forza avremo in corpo le facili etichette che una simile realtà si è tirata addosso, interrogandoci innanzitutto sulle ragioni di un simile successo e sperando di non diventare l’ennesimo bersaglio di carrellate di insulti e “vaffa”, come capita ultimamente a chi, da sinistra in particolare, tenti di analizzare criticamente il fenomeno Grillo.

Come abbiamo già scritto prima delle elezioni la forza del Movimento 5 Stelle va letta innanzitutto come prodotto della debolezza disarmante dei partiti di sinistra: da almeno 10 anni ad oggi Grillo e i primi Meetup hanno fatto proprie le lotte e il vocabolario dei movimenti a difesa del territorio e dei beni comuni intercettando un patrimonio disperso e molteplice, in buona parte ereditato dalla fine dell’esperienza no-global, costituendosi così come elemento in grado di disarticolare la legittimità dei partiti esistenti come portavoce delle vertenze dei movimenti all’interno delle istituzioni. E’ lecito, però, chiedersi se questo radicamento, da solo, basti a spiegare lo straordinario successo del M5S, in particolare negli ultimi anni. Per troppo tempo forse le classi dirigenti della sinistra hanno preferito guardare dall’alto le urla di un comico in piazze sempre più affollate senza scommettere sulla sua capacità non solo comunicativa, ma innanzitutto strategica. Il passaggio da un profilo, diciamo così, “alter-mondialista” nei primi anni del movimento, ai più recenti Vaffaday e al “mandiamoli tutti a casa” sta probabilmente alla base dell’exploit grillino, proprio nella misura in cui, per sfondare come forza politica, fosse necessario cercare i delusi di entrambe le parti, di destra e sinistra, trasformandosi così in un collettore aperto della disillusione generale per la classe politica piuttosto che la sola espressione dei movimenti traditi. Intendiamoci, non che fin dall’inizio le parole d’ordine e le battaglie dei grillini non avessero quell’ambiguità di fondo in grado di coniugare beni comuni e compatibilità al sistema economico dominante, mai messo nel suo complesso in questione. Ma questo elemento era attenuato in una denuncia dell’inquinamento, del consumo del territorio, delle mega truffe della Parmalat e della Telecom, che riusciva a intercettare cittadini comuni e reduci dei movimenti ambientalisti e no-global e che prometteva di allargare l’attenzione e il consenso su questi temi. Ma, come era prevedibile, le battaglie per i beni comuni a lungo andare parlano sempre a un certo pubblico e a certi interessi: ma per un movimento che voglia gettare le proprie reti da una sponda all’altra dell’arco politico la strada più immediata ed efficace è senz’altro puntare su un obiettivo trasversale ad ogni ideologia, che possa mettere insieme il leghista frustrato, l’elettore disilluso del PD e il veterano dell’astensionismo che grida contro ogni partito. Gli obiettivi a corto o largo respiro dei movimenti e la sfiducia quotidiana del cittadino verso una politica il cui volto è diventato sempre più negli anni quello di un’élite intoccabile si incrociano così nelle pratiche del tutto nuove di un’organizzazione che stavolta contrappone senza mediazioni la società civile ai partiti in quanto partiti, le facce sconosciute di chi vanta la non militanza politica ai soliti volti di chi ha creduto di poter vivere delle proprie piccole o grandi rendite di potere.

Fare del finto moralismo non serve a comprendere il problema e gli errori compiuti: non è infatti neanche la scelta comunicativa di semplificare le grandi questioni del Paese in un immediato e violento “tutti a casa!” il vero problema. Ogni nuovo movimento deve fare terra bruciata di quello che ha attorno: quanto più riesce a presentarsi come la sola risposta possibile tanto più cresce nei consensi. E se semplificare le questioni in pochi semplici ed efficaci slogan di forte impatto comunicativo serve a rendere maggioritari i temi per cui i movimenti lottano da anni, intersecando e dando una forza inedita al disagio sociale e al bisogno di rinnovamento delle classi dirigenti, ben venga allora questa medicina amara: inevitabile in un’era, come la nostra, in cui la comunicazione è la prima, la seconda e la terza preoccupazione per chi conduca una battaglia politica. Non è demonizzando il populismo di Grillo che faremo strada: al contrario staremo esattamente al suo gioco, esasperando quella divisione fra il “noi” dei cittadini (non professionisti della politica, dai modi rozzi, dal linguaggio talvolta sgrammaticato, dalle idee confuse) e il “loro” dei partiti (le classi dirigenti di tutti i partiti che negli ultimi 20 anni si sono dimostrate incapaci di rinnovare la scena politica, messi in unico calderone con i più umili militanti di partito) che è proprio alla base del successo del grillino tra una classe medio-bassa disillusa e pronta a scaricare in un nemico generico e visibile (la classe politica) la crisi che morde giorno dopo giorno dai palazzi invisibili di Bruxelles e Francoforte. Non saranno i partiti esistenti a poter competere con i 5 stelle: trincerarsi in quelle certezze può solo far sprofondare il terreno sotto i piedi delle forze politiche di sinistra.

Il Grillo va stanato altrove, scendendo sul suo terreno. E la sua tana rischia di crollare da un momento all’altro. In primo luogo la strategia del superamento di destra e sinistra è stata possibile non solo attraverso le esemplificazioni populistiche nella lotta alla “Casta”, ma attraverso scelte programmatiche molto precise e colpevoli silenzi su cui forse non ci si è soffermati abbastanza, ma che sono la chiave per capire come i 5 stelle abbiano pescato non solo i delusi a sinistra, ma in misura pari, se non maggiore, a destra. Senza le posizioni di Grillo sull’immigrazione, espresse in forma di rapide battute, infelici uscite, dichiarazioni fraintese, poi smentite, poi discusse e glossate in un lungo e largo sulla rete, difficilmente l’elettore medio di destra, magari leghista, non fedelissimo e schifato dagli scandali dei suoi partiti di riferimento, avrebbe mai potuto riporre la propria fiducia nel M5S.

Se poi guardiamo al programma economico dei 5 stelle, allo stesso modo, non basta bollare certe posizioni come ambigue o contraddittorie: diamo troppo credito all’intelligenza tattica di Grillo per credere che certe uscite siano casuali. I 5 stelle,come abbiamo scritto, vogliono l’abolizione della legge Gelmini, il rifinanziamento della scuola pubblica e poi chiedono l’abolizione del valore legale del titolo di studio: misura che risponde all’idea che le destre hanno dell’istruzione pubblica e che quindi lascia presagire un modello di scuola non necessariamente antitetico a quello dominante. Grillo ha posto come priorità il reddito minimo garantito promettendo addirittura mille euro al mese: allo stesso tempo nel suo programma non parla di Riforma Fornero, di pensioni, di ammortizzatori sociali e di lavoro, auspicando invece la fine di tutti i sindacati e sbarazzandosi della questione del conflitto fra capitale e lavoro come un vecchio orpello ideologico delle sinistre. Addirittura leggiamo nel suo blog, ad un giorno dal suo trionfo, un post in cui i dipendenti statali e i pensionati vengono descritti come i parassiti del “blocco A” che non viene intaccato dalla crisi e vive a spese di un “blocco B” fatto di giovani precari e disoccupati. Tale e quale la retorica della guerra tra poveri sotto forma di guerra generazionale su cui Monti e Fornero hanno cercato di verniciare le proprie riforme sulle pensioni e sul mercato del lavoro.

Immigrazione, welfare e lavoro sono solo tre dei casi più lampanti in cui si può misurare il prezzo reale della ricerca di un consenso che andasse oltre i movimenti e gli scontenti del centrosinistra. Grillo rappresenta la scopa che dà una ripulita alla vecchia politica per lasciare intatto il sistema economico e sociale nel suo complesso: per questo non può essere visto come una reale minaccia da un elettore medio di destra in cerca di un nuovo porto dopo il naufragio dei partiti esistenti. Se poi a questo aggiungiamo gli accenni di aperture di “buon senso” a movimenti come Casa Pound, viste non come uscite dettate dall’ingenuità del comico genovese (che tutto è tranne che un ingenuo), ma rispondenti a un disegno ben preciso, ci si rende conto che l’allargamento all’elettorato di destra ha un costo molto preciso: ed è salato.

Finché si trattava di governi locali e di campagna elettorale questa mediazione spericolata fra consensi a destra e a sinistra poteva riuscire, con rischi contenuti: adesso che il M5S non solo entra in Parlamento, ma si presenta come primo partito, riuscire a mantenere questo doppio livello in materie di politiche economiche e sociali sarà difficilmente pensabile. Chiamati a fare delle scelte e delle riforme strutturali i 5 stelle dovranno decidersi a scontentare qualcuno. Contrariamente a quanto ripetono fiduciosi, non basta fare “cose di buon senso”: bisogna fare scelte buone per una parte piuttosto che per un’altra.

Secondo punto: la forma del partito-azienda. Delle due l’una: o Grillo resta di fatto il leader indiscusso insieme a Casaleggio, unici proprietari del marchio “Movimento 5 stelle”, con un potere totale sui singoli eletti e sulla gestione della piattaforma di partecipazione democratica on-line, oppure il movimento dovrà per forza di cose “emanciparsi” dai suoi fondatori e dal brand che posseggono. Nel primo caso il M5S difficilmente potrà andare lontano, se non a patto di trasformarsi al proprio interno in una monarchia orientale di nuova generazione e tradire la promessa della sua parola d’ordine “ognuno vale uno”, rivelandosi infine non troppo diverso da un berlusconismo non più televisivo, ma cibernetico. Ma la domanda è: può un movimento del genere liberarsi da Grillo e Casaleggio senza perdere il proprio genio strategico e la propria forza comunicativa, cui deve la sua fortuna? Sui limiti del liquid-feedback, sugli spazi che questi nuovi strumenti aprono alla manipolazione del consenso, esiste già una letteratura e l’argomento meriterebbe un capitolo a parte: qui basta il “buon senso” per dire che non si può governare o fare opposizione in Parlamento affidando ogni scelta da compiere a un “clic” su un sito controllato da un guru dell’informazione. Non si tratta di essere retrivi verso nuove forme di e-democracy: si tratta soltanto di non farsi prendere in giro in nome di una partecipazione diretta.

Tutti i nodi del partito-azienda stanno venendo al pettine proprio in queste ore. Mentre sulla rete militanti e deputati grillini discutevano su chi dovesse andare a confrontarsi con Napolitano, Grillo dalla sua villa di Genova ha dichiarato alla stampa che sarebbe andato lui. Punto. Mentre sul suo blog i commenti più votati chiedono un gesto di responsabilità del M5S ponendo le condizioni per un accordo con Bersani su un pacchetto di riforme audaci prima di tornare al voto, Grillo spegne sul nascere il dibattito respingendo con la sua nota diplomazia ogni possibile offerta, dettando la linea e consegnando di fatto il Paese ad un anno di mega-inciucio PD-PDL in cui Berlusconi potrà farla da padrone. Casaleggio dalle colonne del Guardian rincara la dose dichiarando che l’obiettivo è arrivare al governo da soli e precisando, nota da non trascurare, che il successo del M5S non è espressione di una reazione diffusa alla crisi e all’austerity, ma è il prodotto di internet “che ha favorito la democrazia diretta”. Una democrazia diretta in cui la volontà generale del popolo della Rete parla per bocca dei suoi due leader: non fa un piega.

La questione della fiducia a Bersani scopre i nervi del M5S fin dalla sua stessa ragion d’essere. Da una parte, infatti, non votarla e consegnare il Paese almeno per un anno a un monstrum Berlusconi-Bersani difficilmente potrà servire a conservare o aumentare nei consensi da parte dell’elettorato “a sinistra”: è probabile infatti che un elettore, anche deluso, di questa area di riferimento soltanto a fatica potrebbe perdonare a Grillo di aver aperto le porte a un governo, anche provvisorio, con Berlusconi in prima fila. I due leader dei 5 stelle contano di logorare il PD con un simile governo di unità nazionale in modo da eroderne in consensi in vista del nuovo voto. Sottovalutano in questa strategia la responsabilità, già largamente percepita, che il M5S avrà nel rendere indispensabile un ritorno di Berlusconi al potere: la loro mossa potrebbe al contrario essere deleteria nel provocare una sfiducia nel suo elettorato “ a sinistra”.

Ma allo stesso tempo il M5S non può votare la fiducia a Bersani: pena il venire meno alla sua carta ispiratrice e al “mandiamoli tutti a casa” su cui Grillo ha costruito il proprio successo elettorale. In questo modo la fetta dei suoi militanti e del suo elettorato “più puro” sfiducerebbe immediatamente i suoi leader e il M5S verrebbe messo a dura prova, trasformandosi in qualcosa di simile a un partito e perdendo di conseguenza la sua carica innovatrice.

Questa contraddizione irrisolvibile è, se non ci sbagliamo, solo la più evidente espressioni delle tensioni esplosive che abbiamo tratteggiato più sopra. Il M5S è appena diventato il primo partito e già si trova di fronte a un bivio da cui sembra non poter uscire senza compromettere in qualche modo la possibilità di crescere nei consensi. Starà ai militanti e alla base di quel Movimento sciogliere questi nodi, anche a costo di superare la fase del “grillismo”. L’alternativa potrebbe essere un’inaspettata e dolorosa vittoria di Pirro.

 

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 00:43
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