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La trappola antipolitica: 'che se ne vadano tutti' e non cambi niente

parlamento-italiano-rissa-in-aulaSoffia forte il vento dell'indignazione in Italia, ma soffia nella direzione sbagliata. Sembrava che sulla riforma del lavoro, in particolare intorno alla questione “articolo 18”, si fosse infranta la luna di miele tra gli italiani e il governo Monti. Dopo la stagione dei sondaggi bulgari e dell'unanimismo, non solo mediatico, apparentemente qualcosa si era rotto in questo incantesimo tecnico.

A partire dagli scandali che hanno travolto la Lega Nord, secondi solo in ordine di tempo al “caso Lusi”, con le vicende di Formigoni e l'emergere anche di due indagini che coinvolgono Nichi Vendola si è riacceso il vento dell'indignazione, e si è spostato dal governo ai partiti, a tutti i partiti. È un vento che viene da lontano, e che almeno da Tangentopoli, attraversando il berlusconismo, si riaccende periodicamente.

Lungi da noi difendere i partiti italiani e l'attuale classe dirigente in particolare, ci preme provare a fare chiarezza su quanto sta succedendo, o meglio su una parte di quel che accade, dato che non intendiamo qui disquisire sulle indagini della magistratura, ma sugli effetti che queste hanno sull'opinione pubblica.

L'indignazione sale di giorno in giorno, anche “grazie” a un'incessante opera dei principali quotidiani italiani, con Repubblica e il Corsera che competono per chi combatte più duramente la battaglia “anti-partiti”, inseguendo il Fatto Quotidiano.

Da poco però sembra che i commentatori di tali giornali, in particolare i primi due, abbiano cominciato a spaventarsi: “emerge un antipolitica che rischia di travolgere tutti”, hanno scritto e dichiarato. Basta leggere i commenti sui principali siti internet e sugli account facebook dei politici, o entrare in un qualunque bar la mattina per rendersi conto del clima che c'è nel Paese reale. Di certo non c'è bisogno dell'ultimo sondaggio di Mannheimer che registra un consenso dei partiti al 2%. Passateci la provocazione – per quanto semplicistica e tecnicamente errata: questo 2%  rappresenta una percentuale di gran lunga inferiore alla soglia di sbarramento per l'ingresso in parlamento di ciascun partito. Sembra invece che in Parlamento sarà anche il Movimento a 5 stelle, la lista di proprietà di Beppe Grillo, che nei sondaggi supera il 7% dei consensi. E visti i sondaggi e il vento che soffia, chi ha alimentato questa indignazione ora spaventato prova a spegnerla, temendo di essere travolto.

Effettivamente tutto rischia di essere travolto in questo marasma immobile, in cui tutti si indignano, ma nessuno si muove. Il rischio che tutte le forme della politica vengano messe in crisi è effettivo ed è indipendentente dalla loro moralità, anche in un Paese in cui l'onestà sembra essere diventata l'elemento discriminante nella scelta di una grossa fetta di elettorato, capace di sostituire la distinzione destra-sinistra e persino le differenze programmatiche.

Nella lingua italiana utilizziamo il termine “politica” tanto per definire la peggior burocrazia corrotta quanto le esperienze di movimento, e il rischio è che non vi sia aggettivo che tenga per qualificare e distinguere, in modo da salvare la politica come azione collettiva, di tutti e di ciascuno, come strumento collettivo di risoluzione dei problemi. 
Senza questa politica definita spesso “buona” e senza i gruppi organizzati – politici e sociali –, ovvero i cosiddetti “corpi intermedi”, e in assenza di altre forme di partecipazione, quel che resta della democrazia muore, e vincono le spinte più autoritarie, che in una fase di crisi come questa sono sempre dietro l'angolo.

L'Italia è sempre stato un Paese ad alta conflittualità grazie anche al lavoro quotidiano di una miriade di piccoli e grandi gruppi organizzati ed eterogenei, che sapevano indirizzare i sentimenti popolari derivanti da un disagio materiale. Oggi, nonostante la crisi si faccia sentire come non mai, questo non sta accadendo (come anche abbiamo scritto in quest'altro editoriale, "Occypytutto, non #OccupyNiente") e l'indignazione si rivolge verso il finanziamento pubblico ai partiti. Si tratta, per composizione, della stessa indignazione che in forma spuria abbiamo visto già in passato, dalla piazza stracolma e indefinita del 15 ottobre, al bisogno non definito di cambiamento espresso anche in alcuni risultati elettorali della scorsa primavera, a partire dai referendum di giugno. Questa indignazione però assume dei tratti preoccupanti, per l'assenza di soggetti sociali in grado di indirizzarla verso le vere causeche sono quelle sociali,  per quanto connesse all'enorme problema democratico.

In un sistema politico con insopportabili privilegi e una classe dirigente corrotta, il finanziamento pubblico ai partiti è un problema, è vero, ma molto differente da quel che ci viene rappresentato. Senza dimenticare il mancato rispetto dell'esito referendario su questo tema (per saperne di più leggi questa infografica), vi sono senza dubbio delle storture e dei gravi abusi, a partire dalla modalità con cui vengono assegnati e dalla ipocrita rappresentazione di "rimborso spese". Crediamo però che la la politica e la democrazia abbiano dei costi e già oggi, sia a livello di militanza che di dirigenti, vi è una "selezione di classe" fortissima. Allo stesso modo tutti i partiti principali sono connessi, in modi più o meno proprietari, a gruppi economici e quindi di potere. Abolire il finanziamento pubblico, invece di renderlo trasparente e accessibile, vorrebbe dire chiudere ancora di più gli spazi di partecipazione e asservire ulteriormente la politica al potere economico.

In realtà non sono solo i 2,3 miliardi di € di finanziamento pubblico incassato dai partiti italiani dal 1994 ad oggi a far montare la rabbia, bensì la differenza abissale tra questi fondi che continuano inesorabilmente ad aumentare e la spesa sociale che invece inesorabilmente diminuisce. L'austerity vale solo per i cittadini e, seppur a livello inconscio, l'antipolitica emerge per via dei costi sociali delle politiche, più che per i costi della politica in sé. In sintesi, questa classe dirigente sembra essere esaurita; eppure il “tutti a casa, subito” che sentiamo pronunciato a mezza voce da gran parte degli italiani suona molto, molto differente dal “Que se vayan todos” di Argentina memoria.

Questo vento d'indignazione, infatti, spinge l'Italia tra spinte differenti ed eguali: da un lato quest'ondata di antipolitica doveva servire a rafforzare ulteriormente i “tecnici” del governo, dall'altro premia Grillo, che come ben hanno scritto tempo fa i Wu Ming in un loro articolo, rappresenta “un modo di destra di dire di non essere né di destra né di sinistra”.

Grillo però viene agitato dai media mainstream come spauracchio, funzionale sia a rilegittimare i partiti tradizionali che a coprire lo spazio mediatico-politico dell'opposizione sociale, riducendo tutto al grillismo più qualunquista. Lo spread sta alla crisi dell'economia come Grillo sta alla crisi della politica. Sono entrambi, volenti o nolenti, strumenti di controllo delle masse. Se solo Grillo viene visto come l'alternativa alla crisi della politica, meglio sarà per il cittadino comune rifugiarsi nei tecnici, esterni anch'essi ai partiti, ma competenti e seri.

Si rischia quindi di essere schiacciati tra l'uso strumentale dell'antipolitica da parte dei tecnici e l'antipolitica di Grillo. Si tratta di due opzioni lontanissime tra loro, ma vicine negli esiti, specialmente in un loro mix. Nessuna alternativa concreta all'attuale sistema economico e nessuna risposta al disagio di milioni di italiani ed europei. Con Monti intento a smantellare welfare, diritti e Costituzione e Grillo che sfruttando consapevolmente tale situazione contribuisce a soffocare gli spazi per dei veri movimenti di opposizione sociale nei confronti del governo.

Sempre più persone affermano, convintamente, che “sono tutti uguali". Sarebbe più corretto dire che sono tutti “differentemente compatibili con il sistema". Il quadro politico italiano vede soggetti che – seppur con politiche, programmi e modi differenti di amministrare l'esistente – non intendono modificare radicalmente lo stato di cose, o nel migliore dei casi sono così residuali e indeboliti, da non essere in grado di modificare il quadro politico e sistemico.

Paradossalmente in un quadro politico drammaticamente vuoto, sembra ci sia poco spazio per un dissenso davvero costruttivo. C'è però una possibilità, per quanto piccola e difficile da afferrare. A partire dalla situazione sociale del Paese, dal lavoro alla questione generazionale, è possibile indirizzare verso nuove strade il disagio e l'indignazione, non spegnere questa volontà di cambiamento, ma dirottarla da questi binari morti verso strade che portino al cambiamento.

Intendiamo quindi, a partire da questo articolo, approfondire questi temi, ospitando, nei prossimi giorni una serie di interventi e contributi sul tema.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 15:34
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