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La sinistra, il sacro cantiere e l'alternativa a Marchionne

Caro Matteo Orfini,
da militante del movimento studentesco e sostenitore di ciò che resta della sinistra di questo paese, ho imparato ad apprezzare l'impegno con cui tu e altri, all'interno del Partito democratico, di fronte all'esplosione della crisi globale, state portando avanti una decisa autocritica della deriva neoliberista e antisociale che gran parte della sinistra socialdemocratica europea ha subito in questi anni. In particolare sui temi del lavoro e dell'economia, tu e altri state assumendo posizioni in netta controtendenza con molte scelte compiute dal centrosinistra in Italia e in Europa, dimostrando di saper mettere in discussione il vostro percorso politico di fronte a ciò che succede nel mondo, come il vostro sostegno alle battaglie della Fiom dimostra, e di questo vi va reso merito.

È per questo che mi ha stupito leggere la tua lettera aperta a Maurizio Landini, pubblicata oggi sul Manifesto, in cui accusi la Fiom di aver trasformato lo sciopero dei metalmeccanici in un "indistinto e confuso coagulo di rivendicazioni politiche", dopo l'annuncio che un esponente del movimento No Tav parlerà dal palco di piazza San Giovanni domani.

A un certo punto della lettera, infatti, riferendoti alla solidarietà con i No Tav, fai una domanda ben precisa: "Mi piacerebbe un giorno provare a capire da dove nasca questa sfiducia nel progresso".

Non posso parlare per la Fiom o per Landini, ma per quanto mi riguarda so benissimo dove nasce la mia sfiducia verso il presunto "progresso" rappresentato dalla Tav: dalla mia terra. Sono veneto, e se tu ne avrai voglia sarò ben contento di farti fare un bel giro turistico del mio territorio. Potremmo partire dalla diga del Vajont, sublime monumento, in cemento e sangue, alla "fiducia nel progresso" e nel profitto di chi costruisce, senza se e senza ma, cosa ne dici? 49 anni fa, dalle mie parti, in pianura, oltre 100 km a valle della diga, la gente calava le pertiche dai ponti sul Piave, gonfiato da milioni di metri cubi d'acqua, per fermare i cadaveri della più grande strage della storia repubblicana. Oggi, 49 anni dopo, dalle mie parti, i ponti vengono regolarmente sommersi appena c'è un'acquazzone un po' più forte, grazie a vent'anni di cementificazione selvaggia. E oggi, 49 anni dopo, se volessimo andare a visitare la diga faremmo bene ad andarci in auto: all'epoca c'era una linea ferroviaria, eredità della dominazione asburgica, che ci avrebbe permesso di arrivare sulle Dolomiti e poi su fino in Austria, ma oggi quella linea si ferma ai piedi delle montagne, e anche per arrivare fino a lì ci mette ben più tempo che 49 anni fa.

Lo vedi, Matteo, perché l'argomento della "fiducia nel progresso" con me non attacca? Ho fatto l'esempio del Veneto ma avrei potuto citare l'urbanizzazione criminale della Campania, anch'essa diventata improvvisamente terra d'alluvioni senza che nessuno si sia chiesto il perché, o ti avrei potuto invitare a prendere l'espresso notturno Venezia-Palermo, se Trenitalia non l'avesse cancellato poche settimane fa, per constatare la relazione tra il nostro sistema ferroviario e la "fiducia nel progresso".

Insomma, caro Orfini, gli anni '60 sono finiti da un pezzo, e con loro l'idea che la quantità di cemento gettato su un territorio fosse la misura del progresso. È la realtà che ci circonda a dirci che non esiste un solo progresso, in cui avere acriticamente fiducia, ma tanti possibili scenari di sviluppo, ognuno dei quali porta costi e benefici, dal punto di vista economico, da quello sociale e da quello ambientale, fra i quali la società sceglie in maniera aperta, trasparente e democratica. È per questo che, quando parliamo di Tav, io e tanti altri non ci accontentiamo degli appelli alla "fiducia nel progresso", ma vogliamo vedere le carte.

Perché dire che chi è contro la Tav Torino-Lione ha "sfiducia nel progresso" significa considerare ogni cantiere sacro, buono e giusto, a prescindere da cosa venga costruito, dove venga costruito e come venga costruito, e questa non solo non è sinistra, questa non è politica e non è neanche razionalità. È una solenne presa per il culo, caro Matteo, e non ci caschiamo più. Io e tanti altri in questo paese non abbiamo acriticamente "fiducia nel progresso", ma vogliamo vedere le carte, discutere di cosa, dove e come viene costruito, e decidere alla luce del sole se ne vale la pena. Non è detto che i No Tav abbiano ragione a prescindere, chiaramente. Ma la tua stessa frase sulla "sfiducia nel progresso" è stata rivolta, oltre quarant'anni fa, ai montanari di Erto e Casso che si permettevano di far notare come non fosse il caso di costruire la diga più grande d'Europa in una valle franosa. La stessa frase è stata rivolta, più o meno nello stesso periodo, a chi si opponeva allo smantellamento della ferrovia della Dolomiti, in vista della miracolosa autostrada che l'avrebbe sostituita. La stessa frase è stata rivolta, negli ultimi decenni, a tutti quelli che hanno osato dire che forse costruire un capannone dietro a ogni villetta e un centro commerciale ogni campanile, nella pianura veneta, era un po' troppo. E, invece, avevano ragione. Come avevamo ragione, tutti quanti, nella battaglia contro il nucleare che abbiamo vinto l'anno scorso. E anche allora, chi stava dall'altra parte, ci accusava di "sfiducia nel progresso".

Perché, Orfini, la "sfiducia nel progresso" è una supercazzola, mentre il consumo di territorio è una cosa seria. Una cosa tremendamente seria, una di quelle cose che determina il modo in cui le persone vivono, e, spesso, anche il modo in cui muoiono. E se non si capisce questo, se la sinistra italiana, con almeno trent'anni di ritardo, non inizia un ragionamento non dico sulla critica della crescita, ma almeno sulla direzione dello sviluppo, davvero non andremo da nessuna parte.

Non sta a me spiegare o giustificare la scelta della Fiom di far parlare un esponente del movimento No Tav dal palco di San Giovanni, domani. Tra l'altro, si tratta di un sindaco iscritto al Pd, ma questo non stupisce nessuno che esca dal chilometro quadrato dei palazzi romani, perché in ogni territorio ci sono almeno tanti militanti del Pd impegnati nei comitati per la difesa del territorio quanti ce ne sono dall'altra parte a difendere appalti e prebende della lobby del cemento. E capisco benissimo quali siano le contraddizioni interne al tuo partito, la difficoltà di scendere in una piazza che è fortemente critica nei confronti di un governo della cui maggioranza il Pd fa parte, e considero quindi comprensibile che si cerchino alibi e giustificazioni. Ma, davvero, ti invito a riflettere su quello che hai scritto, perché il bel lavoro di riflessione autocritica sull'economia e sul lavoro che state svolgendo è destinato a restare monco e zoppo, se continuerà a trincerarsi dietro la "fiducia nel progresso", invece di assumere la battaglia contro il consumo di territorio e la necessità di un nuovo modello di sviluppo come elementi costituenti.

Altrimenti che senso avrebbe la battaglia della Fiom? Davvero, possiamo pensare a una critica radicale al modello Marchionne di ristrutturazione del sistema produttivo italiano che non coinvolga anche gli obiettivi e i contenuti di quella produzione? La ricetta di Marchionne, cioè il risparmio violento e autoritario sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, risponde a un problema reale, cioè l'inesorabile declino di un sistema industriale, quello italiano, basato sull'auto e sull'asfalto. Se scendiamo in piazza contro Marchionne, dovremmo anche chiederci qual è la nostra alternativa al suo progetto, come intendiamo rispondere, noi che condividiamo e sosteniamo la battaglia della Fiom, a quel problema reale. E non è accusando di "sfiducia nel progresso" chi la pensa diversamente che ne usciremo, ma immaginando progressi diversi, progettando un modello produttivo che sia compatibile non solo con i diritti sociali che abbiamo conquistato, ma anche con il territorio che abbiamo ereditato e che ci troviamo ad abitare. Non si tratta di una retorica da anime belle dell'ambientalismo, ma della necessità di trovare un'altra via.

Scendere in piazza domani contro Marchionne e sostenere che chi contesta, nel merito dei dati, dei costi e dei benefici e dei diversi scenari di sviluppo che ogni scelta sul territorio comporta, sia motivato da "sfiducia nel progresso" è una contraddizione in termini, perché oggi, sul fronte della produzione industriale affamata di energia e di territorio, non c'è alternativa a Marchionne. I tempi in cui Valletta e i suoi operai potevano applaudire insieme la costruzione di un nuovo capannone, che significava profitto per il primo e lavoro per i secondi, sono finiti da un pezzo. Oggi non possiamo fingere di non sapere che ogni scelta territoriale è una scelta produttiva, e che non possiamo contestare le scelte produttive di Marchionne e osannare acriticamente un'opera che è apertamente strumentale a quelle scelte. L'alternativa è da un'altra parte, non nella religiosa "fiducia nel progresso", oppio dei popoli asfissiati e cementificati, ma nella razionale, scientifica e democratica abitudine a mettere in discussione i progetti, mettere in fila le cifre, mettere al primo posto l'interesse generale al futuro. Nel nostro caso, iniziare a ragionare seriamente su quali sono le priorità e i reali interessi in campo sul piano della mobilità: a chi serve una nuova linea (che passa da alta velocità ad alta capacità di volta in volta, da passeggeri a merci, l'importante è poterla costruire) e chi servono altre cose. Come si spendono i soldi pubblici, perché e per chi. Da chi rivendica il ruolo della politica nei confronti dell'economia, mi aspetterei l'ambizione, se non di decidere, almeno di discutere in che direzione debba andare lo sviluppo del nostro paese e quali opere siano davvero necessarie al progresso.

Personalmente domani sarò in piazza con la Fiom e contro la Tav, e aspetto una sinistra in grado di promettermi qualcosa di meglio di una colata di cemento.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 14:13
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