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“Crisi e terza via”: riflessioni su Pietro Ingrao e la sinistra di oggi

“Crisi e terza via”: riflessioni su Pietro Ingrao e la sinistra di oggi

Crisi e Terza Via” è il titolo di un libro-intervista di un gigante del comunismo italiano come Pietro Ingrao. Il testo fu pubblicato da Editori Riuniti nel novembre 1978, sei mesi dopo l'omicidio Moro e nel pieno di una fase storica e politica autenticamente drammatica, non solo per l'Italia.

1978. Il terrorismo. Lo sfondamento del neoliberismo ormai imminente negli Stati Uniti (Ronald Reagan) e nel Regno Unito (Maggie Thatcher). Le prime elezioni europee alle porte (1979). In Italia, l'inizio dell'ascesa di Berlusconi (comprensibilmente, non preso in considerazione nel testo). Nonché “il declino dello Stato assistenziale”, così come si legge nella copertina del libro. 

Svolgere analisi del contesto storico, politico, sociale ed economico di quegli anni non solo non sembra necessario, ma risulta ovviamente impossibile in questa sede. È importante, però, mettere in chiaro che siamo tutti “figli” del 1978.

Con un'operazione arbitraria ma utile, si può infatti affermare come il 1978 debba considerarsi un vero e proprio crocevia. La fine dei “trenta gloriosi” anni del compromesso socialdemocratico era ormai un fatto conclamato e l'ascesa del neoliberismo – tanto sul piano politico quanto con riguardo all'egemonia culturale – era una minaccia chiaramente avvertita.

Ecco che, allora, presentare oggi un libro del 1978 diventa una scelta culturale fondamentale per fare chiarezza, per osservare in modo davvero autocritico – ed in tempi di grande disordine sotto le stelle – “da dove veniamo? che siamo? dove andiamo?”.

All'epoca, Pietro Ingrao era presidente della Camera dei Deputati. E questo è il primo elemento in grado di stupire: l'autorevolezza intellettuale e l'ostinazione “partigiana” che, nonostante il ruolo istituzionale ricoperto, Ingrao mette in ogni sua risposta. Nonostante si tratti di un libro-intervista, ossia di un formato apparentemente “leggero”, Crisi e Terza Via presenta riflessioni profondissime ed impegnative, ed in fondo proprio un simile messaggio comunica: l'impegno umile di un militante che, fronteggiando stravolgimenti strutturali nell'economia, nella composizione del lavoro e nel rapporto tra Stato e Società (tra “Masse e Potere”), ha l'incoscienza di mettersi pubblicamente alla ricerca di risposte, di soluzioni che per Ingrao è davvero possibile “inventare” solo attraverso processi democratici reali.

Questi pregi “d'insieme” sono la chiave di lettura che permette di evidenziare l'aspetto veramente dirompente del libro, ossia l'apporto politico e metodologico che Ingrao offre, a partire dai contenuti, non solo al lettore di ieri, ma soprattutto a quello di oggi.

Ad eccezione dei capitoli maggiormente legati al contesto dell'epoca (dibattito su anni '60 e '70, riflessione sui Paesi del Patto di Varsavia), Crisi e Terza Via può e deve essere letto, oggi, come la profezia di un trentennale fallimento a sinistra. Ingrao, sin dall'indice della propria intervista, “rinfaccia” al mediocre politicismo del dibattito odierno – e questa mediocrità affligge tanto la sinistra politica, quanto quella sindacale e sociale – tutta la gravità degli errori compiuti, e di quelli costantemente ripetuti.

Fa specie scoprire quali fossero i temi che trentasei (36!) anni fa occupavano le riflessioni e la lotta politica quotidiana di tanti compagni e compagne. “Lotta di frontiera tra corporativizzazione e democrazia”: dove per corporativizzazione deve leggersi frantumazione della “classe”, rischio di rinchiudersi in gruppi di interesse incomunicanti, difficoltà di ricomposizione. “Non c'è una risposta neoliberista alla crisi dello Stato”. “I partiti alla prova di una società che cambia”: laddove era già chiarissimo che, in una società complessa, o il partito “di massa” cambia forme organizzative e modi di funzionamento, oppure diventa uno strumento vuoto. “Una nuova razionalità produttiva è possibile”: dove già si affaccia il problema dei “garantiti e non garantiti” (occupati e disoccupati, all'epoca) e si riafferma il ruolo strategico della partecipazione collettiva alle scelte su come, cosa, dove e per chi produrre.    

Ingrao era consapevole del carattere epocale e tragico delle sfide che si aprivano alla fine degli anni '70. Sapeva inoltre che nessun avanzamento – politico, economico o culturale che sia – è per sempre: che la lotta per un altro mondo, un'altra vita, va rinnovata ogni giorno (forzando un po' ci si può quasi vedere un accento gandhiano, “we must become the change we want to see in the world”). Allo stesso tempo, era fiducioso nelle capacità di comprensione ed azione di organizzazioni e movimenti in lotta per quell'ideale che ancora non si aveva paura di nominare comunismo.

“(...) D. Il terreno delle “novità” che questo mondo contemporaneo, figlio anche della nostra lotta, offre alla nostra attenzione? R. Penso ai temi che sono esplosi nell'ultimo quindicennio: capacità di autogoverno, democrazia e socialismo. Dunque un'idea dello sviluppo non solo come crescita materiale, disponibilità di beni, ma come nuova forma di espansione delle soggettività. Insomma il socialismo non soltanto come liberazione dalla miseria, ma come società in cui ciascuno diviene progressivamente “padrone” della propria opera, può esprimere di più e più liberamente se stesso. D. Ma sei proprio sicuro che questa nozione sia davvero penetrata, si sia allargata tanto? R. Forse si può dire così: oggi questa nozione più ricca del socialismo si esprime per buona parte ancora con dei “no” e solo in alcune fasce del movimento, in spinte spesso contraddittorie che non riescono ancora ad unificarsi. (…) Importante è non ritrarsi, non chiudersi dinanzi alle forme contraddittorie in cui si esprimono contemporaneamente questa crisi e questa crescita dell'ideale del socialismo. E invece fare i conti con queste spinte; vedere in esse un potenziale.”

Si può dire, purtroppo, che Pietro Ingrao si sbagliava. Già negli anni '80 del secolo scorso fu facile individuare chi stava vincendo la partita: l'avanzamento del neoliberismo a livello mondiale, e l'affermazione delle “larghe intese” del pentapartito come dispositivo di gestione di una lunga stagnazione italiana.

Poi andò peggio, come ben sappiamo. Sino alle macerie odierne ed alla sospensione della democrazia in almeno mezza Europa.

La verità, semplice e drammatica, è che la sinistra si è sostanzialmente estinta, perdendo qualsiasi contatto con la realtà: una realtà fatta ogni giorno di violenza, precarietà, frantumazione sociale, egemonia neoliberista, milioni di “analfabeti di ritorno”, diritti individuali e collettivi che sono negati (e forse neanche più immaginati come tali da chi potrebbe azionarli e rivendicarli).

Siamo tutti colpevoli. In alcuni casi si è preferito affermare le proprie certezze in modo aprioristico, per poi dedurne che “il mondo non ci ha capito”. In altri casi, ci si è consegnati alla più totale subalternità ed a forme avvilenti di ambiguità. Per non parlare del percorso del PDS/DS/PD, simboleggiato dalla (meritatissima) fine politica di Massimo D'Alema.

C'è però una costante, nelle tante e diverse disfatte della sinistra. È il ruolo che l'attaccamento cieco e politicista al potere ha giocato nella scomparsa dalla realtà quotidiana della lotta per un'alternativa di mondo. Paternalismo e violenza nei rapporti personali, politici e sociali sono stati l'elemento che più ha caratterizzato la storia recente delle sinistre italiane. Un elemento che ha contribuito in modo determinante, si deve ritenere, a svuotare di progettualità e credibilità la presenza politica e sociale delle stesse sinistre.

Inutile nascondersi: facciamo oggi i conti con una profonda inadeguatezza storica di quasi tutti i “dirigenti” della sinistra politica, sindacale e sociale italiana. 

E così, non c'è da stupirsi se in questo scampolo di 2014 gli argomenti in cima all'agenda politica sono la riforma della legge elettorale e la Kasta (nella sua declinazione peggiore), invece che la questione sociale a cominciare da una critica radicale all'austerità italiana ed europea.

Si tratta per l'appunto di un fallimento epocale. Ingrao, con Crisi e Terza Via, aveva denunciato già nel 1978 tutto ciò: mostrando i pericoli legati alla burocratizzazione di istituzioni e partiti, nonché al “dirigentismo” dei processi politici e sociali; evidenziando il carattere “costituente” del bivio costruito dalla trasformazione finanziaria, globalizzata e neoliberista del capitalismo.

E lo stesso Pietro Ingrao – ironia della sorte – viene oggi citato esplicitamente da Nichi Vendola. Ossia da un dirigente che, suo malgrado, si è assunto ad avviso di chi scrive pesanti responsabilità politiche: (i) aver contribuito a smantellare politicamente un ciclo di lotte come il triennio 2008/2011; (ii) aver subito in modo passivo la marginalizzazione della sinistra d'alternativa, tanto da arrivare a parlare di “missione compiuta” per il misero 3% di voti raccolto nel febbraio 2013; (iii) non aver saputo cogliere la sfida legata alla domanda di “democratizzazione della democrazia”, contribuendo così di fatto alla creazione del fenomeno Beppe Grillo.

Come ricominciare, se tale è la profondità della crisi per la Sinistra?

Ebbene, evitare di predicare bene e razzolare male sarebbe un primo passo di fondamentale importanza. In seguito, si potrebbe forse praticare davvero la Terza Via prospettata da Ingrao. Una via politica fatta di umiltà, corraggio ed incoscienza. L'umiltà di riconoscere i nostri errori, i nostri limiti e la nostra insufficienza. Il coraggio di “bombardare il quartiere generale” ogni volta sia necessario farlo, come segnalato da Luciana Castellina al Corsaro. L'incoscienza di dichiarare l'obiettivo di costruire forme di governo “incompatibili” e davvero alternative, consapevoli – come scritto da Alexis Tsipras due giorni fa, che “solo se facciamo tutti insieme un passo indietro, per fare tutti insieme molti passi in avanti, potremmo cambiare la vita degli uomini”.

Ultima modifica ilSabato, 25 Gennaio 2014 19:44
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