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La Tav fra sviluppo e progresso. la lezione di Pasolini

Gli intellettuali contemporanei hanno mummificato Pasolini. Imbalsamato in quella acriticità superficiale che lo svuota di contenuto e disinnesca necessariamente il suo portato rivoluzionario. 

Una sorte che toccò prima a Gramsci, a cui si sono dedicati vialoni e piazze ma si sono rimossi scientificamente i testi che potevano dare fastidio.

Allora è importante utilizzare gli strumenti – in questo caso le parole e le nozioni – del poeta friulano per leggere alcuni fatti contemporanei verificandone l'applicabilità in modo critico.

Credo che la questione TAV si presti molto bene come “test”. Chiaramente il nodo non è certo immaginare cosa avrebbe pensato l'autore – sarebbe un barocchismo intellettuale inutile – ma capire se le sue nozioni, per esempio di sviluppo e di progresso, possano essere utili a leggere il presente.

La TAV è stata una questione che ha mosso molti ad improvvisarsi esperti di treni, scienziati, ingegneri. Il nodo che trovo più grave è quanto sia passata inosservata la dichiarazione del commissario speciale della TAV, che candidamente ha affermato, a In 1/2 Ora dell'Annunziata, che nel costruire questo progetto c'è stato indubbiamente un deficit democratico.

Il nodo mi sembra essenziale: al di là della bontà o meno del progetto in sé, questo è stato calato dall'alto e la discussione è stata solo sul “come” realizzarlo e non sul “se” realizzarlo. Ad oggi vengono, da parte del governo, sbandierati i cambiamenti nel progetto come un segno di democrazia e nessuno sostiene invece l'opposto: se non si fosse protestato il progetto non sarebbe stato migliorato e quindi la protesta è sana per una democrazia.

 

Ma veniamo a Pasolini. Credo che sulla TAV lo sviluppo e il progresso vadano in contrapposizione. Ovviamente nell'utilizzo plastico che ne fa il poeta.

Chi vuole infatti lo «sviluppo»? Cioè, chi lo vuole non in astratto e idealmente, ma in concreto e per ragioni di immediato interesse economico? È evidente: a volere lo «sviluppo» in tal senso è chi produce; sono cioè gli industriali. E, poiché lo «sviluppo», in Italia, è questo sviluppo, sono per l’esattezza, nella fattispecie, gli industriali che producono beni superflui. La tecnologia (l’applicazione della scienza) ha creato la possibilità di una industrializzazione praticamente illimitata. (...)

Il progresso lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato. (...) Il «progresso» è dunque una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo «sviluppo» è un fatto pragmatico ed economico.

P.P. Pasolini, Scritti Corsari

Se smettiamo dunque di leggere Pasolini come una raccolta di citazioni da utilizzare nei nostri discorsi dobbiamo utilizzare queste nozioni per concludere che la TAV è contro il progresso.

Oggi il paese e il governo devono scegliere se sia prioritario lo sviluppo, e quindi la costruzione di un treno, o il progresso, e quindi la riforma di una democrazia non più statalista, come nel '900, ma che guardi al locale come particolare significante.

Il regista friulano argomenta sostenendo che lo sviluppo è una necessità degli industriali, in quanto ne hanno bisogno per espandere il proprio modello di produzione e consumo e per avere l'egemonia antropologica. E sostiene invece che le classi subalterne hanno necessità di progresso più che di sviluppo, perché consumare/lavorare di più per loro non equivale ad un miglioramento della qualità della vita.

Qui potremmo concludere lasciando al libero arbitrio di ciascuno di decidere se quello che abbiamo sia un governo tecnico o meno, e se questo aggettivo non lo qualifichi in una certa area politica. Lo sforzo vero deve essere quello di smettere di utilizzare i grandi pensatori del passato come belletto intellettuale, ma di verificare se le nozioni che ci hanno lasciato sono utili a leggere il presente per cambiare i rapporti di forza, o addirittura, la natura stessa della forza.

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 10:25
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