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Il processo a Erri De Luca: qui chi non terrorizza si ammala di terrore

Il processo a Erri De Luca: qui chi non terrorizza si ammala di terrore

Dal blog Errecinque, di Rita Cantalino.

Ha avuto inizio a Torino il processo a carico di Erri De Luca per le sue dichiarazioni sul sabotaggio dei cantieri.

L’accusa per lui è di essere un istigatore, perché ha detto che la tav va sabotata.

Durante un’intervista gli hanno chiesto cosa ne pensava, e lui ha detto cosa ne pensava.

Sapete che è? Che ‘sta tav non la vuole nessuno. Non la vuole l’opinione pubblica, non la vogliono gli intellettuali, non la vogliono i valsusini.

Non la vuole nessuno e allora cosa fai se vuoi fare qualcosa che tutti intorno a te non vogliono?

Ti imponi.

E non ti imponi solo con la forza. Fai fuori a uno a uno quelli che ti vanno contro.

E allora come prima cosa disinformi l’opinione pubblica, chi in quella valle non ci sta e non può sapere che stai espropriando quel territorio, militarizzandolo e togliendo la terra ai suoi legittimi possessori; poi neutralizzi la dissidenza di quelli che ci abitano, additandoli come pericolosi, violenti, terroristi.

E se tutta la valle ti viene contro, non puoi processare tutta la valle; allora ne prendi un po’ e gli appioppi una pena esemplare, che valga come monito per tutti.

Io decido cosa è di interesse strategico, io decido chi è il terrorista.

Questi cantieri sono di interesse strategico, chi li viola, chi li varca, chi li danneggia, chi li sabota, è un terrorista.

Ma l’interesse strategico di chi è?

Non voglio entrare nel merito perché sarebbe inutile dirottare la discussione su quanto la tav sia un’opera inutile, costosa e dannosa. Il punto non è questo.

Il punto è che ieri sono stati dati quasi centocinquanta anni di carcere a 47 persone: non terroristi, non attentatori all’ordine costituito.

Persone che difendono il proprio territorio.

Questo nel paese dei tutti assolti al processo P2, nel paese dei tutti assolti al processo per il Golpe Borghese, nel paese dove esponenti politici hanno invitato a prendere i fucili contro la capitale, nel paese dove si è invitata la cittadinanza e si è praticata in prima persona la “rivolta fiscale”, nel paese dove la Lega propone un referendum anticostituzionale e, quando gli viene bocciato, la campagna mediatica di reazione è un “Vaffaculo” a caratteri cubitali indirizzato alla Corte Costituzionale.

Nel paese dove da quattro anni il normale iter per l’elezione di un governo democratico è sovvertito, oggi si processa un intellettuale per aver fatto una dichiarazione.

Per aver detto quello che pensava.

Come mandante morale di azioni terroristiche. Come potenziale mandante morale.

Quindi prima c’è stato il fatto, poi il presunto mandato morale.

Martedì 27 sono state condannate 47 persone, e ora con il processo a Erri De Luca si processa un’idea.

Non si processa l’idea che quella tratta sia uno scempio.

Si processa l’idea che chi va contro il potere sia libero di parlare. Che l’intellettuale sia libero.

La parola libera, “la parola contraria”, l’ha definita Erri De Luca.

Perchè non puoi processare tutti quelli che non vogliono quella cosa, e allora ne prendi un po’ materialmente, perché siano l’esempio, e poi tutti gli altri li processi attraverso un’idea.

Erri De Luca non ha istigato nessuno: ha letto la realtà.

E oggi in quell’Aula di Tribunale si sta giocando un gioco pericoloso, scorretto, rovesciando lo specchio.

Chi dice che chi fa o applica le leggi abbia sempre ragione?

Quando tra l’applicazione della Legge e la tutela della vita, tra la Legge democratica e il popolo che la subisce c’è conflitto, cosa viene prima?

Quando il terrore definisce il terrorista, chi decide cosa è giusto e cosa no?

Non c’è accusa, non c’è giuria, non c’è imputato che tenga: in quell’aula si giudica la libertà.

Si giudica un simbolo.

Non è certo la prima volta che accade in questo paese: quando i processi ai simboli, quando a colpire “non l’uomo ma la divisa” erano i brigatisti, lo Stato li combatteva, li stigmatizzava, li perseguiva, li condannava.

Quelle pratiche le utilizzava chi il potere non ce l’aveva, e il potere le condannava.

Ora che è lo Stato ad attaccare i simboli, a condannare le parole che incarnano idee, che rappresentano azioni di uomini e donne, ora chi è il terrorista?

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