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La sinistra e il desiderio: appunti per ripensarsi

senonoraquando Cuneo by Roberta MilanoA sinistra e nei movimenti sociali ci si interroga su ciò che è successo nelle elezioni politiche appena trascorse. Molte delle domande sul tavolo partono dalla constatazione che il M5S abbia fagocitato la necessità istintiva di trasformazione della realtà anche in forme drastiche, persino eversive.

Si è già scritto molto sulla saldatura inconsapevole sotto il tetto “grillino” fra due istanze eversive presenti nel paese: quella piccolo borghese che non ha mai accettato lo Stato ed il patto sociale, e quella della generazione di precari o disoccupati.

Molti sono le cause sociali e profonde di queste istanze “eversive”. Una di queste è un elemento che la sinistra ha abbandonato da tempo: il desiderio. Questo tema è stato parte dell'egemonia berlusconiana sul paese, con una sinistra bacchettona che rispondeva con le suore sul palco di “Se non ora quando” alle pulsioni sessuali di un leader che si vantava delle sue prestazioni. Un errore strategico e politico grossolano, di una fase che sembra essere ormai conclusa.

Oggi dunque le carte si mischiano, siamo costretti a confrontarci con le macerie del berlusconismo, le cui tracce certo non rimangono solo tra i conti dello Stato, e in cui Grillo lancia un’OPA sul dissenso e sul malessere sociale.

I movimenti sociali devono reinventarsi sotto molti aspetti e hanno la possibilità di farlo partendo anche da questo: il dato eversivo del desiderio. Del suo essere ontologicamente contro la Norma. La forza che esso sprigiona nel darsi spesso proprio come reazione alla Norma.

Un termine, tra gli altri, mette in luce questa natura: il Proibito e la sua carica erotica. Quanto fascino esercita “il proibito” nell'eros di ciascuno? Quanto l'abitudine (di una persona, di una pratica) sminuisca in termini di fascino e carica erotica l'oggetto prima desiderato. Un oggetto, una pratica sessuale, un luogo è proibito (o meno) da una Norma. Norma non intesa banalmente come Legge dello stato, ma come insieme di regole e dettami sociali che ci vengono imposti.

Qualcuno obietterà che, essendo universale, il desiderio non può essere oggetto di una lotta di parte se non addirittura di classe. Ma i desideri non sono tutti uguali. Una distinzione che non è un barocchismo semantico è quella che passa fra libertino e libertario. Libertino è l'atteggiamento di chi, detenendo il potere, si pone sopra di regole proprio in virtù del ruolo di legislatore. Libertario è il desiderio opposto, di chi subisce dal potere le norme e le rigetta in quanto oppresso e non in quanto oppressore.

Parlare della reintroduzione del desiderio nella cultura politica dei movimenti sociali è un tema molto più profondo, che va ben oltre le manovre di piccolo cabotaggio che qualcuno sta pensando di mettere in campo per salvare il salvabile. Ma non c'è momento migliore per modificare le culture politiche dei movimenti che questa fase magmatica e caotica.

Ma queste sono chiacchiere da bar sport se non si affronta, con esse, il nodo di come si possa portare a termine questa operazione.

Un primo problema è stato l'“aventinismo”, o intransigente distacco, del movimento GLBTQI rispetto agli altri movimenti sociali, per diffidenza reciproca e mancanza di linguaggi comuni. L'altro è la presenza di un machismo e di una critica a quest’ultimo che non ha mai fatto un passo oltre il dibattito (ormai vintage) fra violenza e non-violenza.

Inoltre, un altro grave problema è che molte organizzazioni e movimenti hanno sempre delegato la questione agli “addetti ai lavori” GLBTQI e donne, limitandosi a ricevere gli emendamenti, lessicali o meno, che questi partorivano.

Non c'è soluzione praticabile se i “maschi bianchi” (generalmente alla guida di questi movimenti) non elaborano una critica al capitalismo anche in chiave di genere e GLBTQI, partendo dalla crisi di un modello produttivo in cui il 70% delle aziende è a conduzione familiare, ma che si fonda su un modello di famiglia che non corrisponde alla realtà da molti anni. Un modello produttivo familista in una società dove la famiglia si disgrega comporta due soluzioni: o si cerca di restaurare forzosamente la famiglia tradizionale fondata sul matrimonio, ed è ciò che fa un pezzo delle forze conservatrici del paese, oppure si deve stravolgere il modello produttivo. Che significa parlare di chi detiene la proprietà delle aziende e chi ne riveste ruoli di amministratore delegato che, ovviamente, è nella gran parte dei casi il “padre e capofamiglia”.

Un piano dell'egemonia culturale e politica su cui si è perso da molto ma su cui si può costruire un’offensiva culturale, non di arroccamento identitario, ma espansivo. Una possibilità da praticare.

Ultima modifica ilVenerdì, 18 Ottobre 2013 17:29
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