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Sudamerica: Il paese dove hanno rubato la Pasqua, e non solo

Sudamerica: Il paese dove hanno rubato la Pasqua, e non solo

El paesyto, come lo chiamano i suoi abitanti, è un lembo di terra, stretto tra l’Oceano Atlantico, il Brasile e l’Argentina. Il suo nome pare derivi dall’antica lingua guaranì e significhi “fiume degli uccelli colorati”. Per noi, e per il resto del mondo, è più noto come Uruguay.

Terra di molti emigranti italiani, che si batterono per la sua libertà, da sempre irriverente verso i più forti, prendendosi la briga di andare a vincere un mondiale, nel 1950, in casa dei vicini brasiliani, l’Uruguay, circa un secolo fa, decise di mettere in chiaro le cose tra la sua repubblica e gli affari di Dio. E pure con i potenti del mondo, che agli inizi del XX secolo, avevano affermato: “Tutto l’emisfero sarà nostro nei fatti, così come è nostro moralmente in virtù della nostra superiorità razziale”- secondo quanto disse W. Taft, presidente degli Stati Uniti d’America.

Mentre questi inauguravano la loro politica di “big stick”, sul continente latinoamericano, esportando più multinazionali, militari e interessi commerciali che civiltà, come avvenne a Cuba, Nicaragua e Haiti, tra il 1911 e il 1913, il presidente Josè Batlle y Ordonez (nella foto) nazionalizzò la Banca della repubblica orientale e le assicurazioni divennero statali.

E non fermò lì la sua audacia. “Don Pepe”, come lo chiamavano i suoi cittadini, infatti, nel  1917 concesse il suffragio universale maschile, primo caso in America latina dopo l’Argentina, nel 1915 stabilì la giornata lavorativa di otto ore, otto anni prima degli Stati Uniti, poi nel 1917 introdusse il divorzio, di cui a Washington e dintorni non si sentiva ancora parlare.

Chiusa l’esperienza presidenziale, l’afflato democratico e progressista di Batlle y Ordonez continuò a spirare. Nel 1919 il piccolo Uruguay mise per iscritto nella sua costituzione - così che tutti, anche i posteri, potessero tenerlo a mente - la separazione tra Stato e Chiesa, sancendo la libertà per tutti i culti religiosi. E fece di più: rubò la Pasqua cattolica. La legge del 23 ottobre 1919, proprio per legittimare quella storica decisione, secolarizzò i giorni festivi: il Natale divenne la “festa della famiglia”, l’Epifania la “giornata dei bambini”, e il periodo di Pasqua si trasformò nella “settimana del turismo”.

All’epoca quei ribelli, cultori della ragione e alfieri delle libertà, che avevano deciso per la piena autonomia dello Stato dalla Chiesa, impertinenti verso le ossequiose tonache ecclesiastiche, organizzavano "banquetes de la promiscuidad”: banchetti preparati nei pressi delle chiese il venerdì santo della settimana pasquale dove, in barba ai divieti della dottrina cattolica, si faceva scorpacciata di carne rossa. Da tempo ormai gli uruguayani trascorrono questi giorni e queste notti alle feste gauche di Montevideo o bevendo birra a Paysandù.

Oggi l’Uruguay è uno dei paesi più civili del mondo ed uno dei più secolarizzati in assoluto. Nel 2012 il suo presidente, José Mujica, anche lui chiamato “Pepe” dai suoi cittadini, dopo aver legalizzato l’uso della marijuana e riconosciuto la responsabilità dello Stato per le violazioni dei diritti umani negli anni della dittatura, alla Bbc ha dichiarato di sentirsi panteista e ammirare la natura. Strani però gli scherzi della storia. Antonio Damaso Larrañaga, fondatore dell’Università nazionale ed estensore della prima Costituzione, era un prete. José Artigas, padre e liberatore della patria uruguayana, in gioventù aveva studiato dai francescani.

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