Cipro, l'accordo e la troika: cosa sta succedendo?
- Scritto da Giacomo Gabbuti
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Dopo il rifiuto da parte del Parlamento cipriota di approvare il piano di prelievo sui depositi, accettato in un primo momento dal governo Anastasiades, era rimasta fino a poche ore fa la questione del “salvataggio” del piccolo stato insulare. Nella tarda nottata, come riassume Il Sole 24 Ore, si è chiuso l’accordo, che partiva da un “piano B”, concordato tra Cipro e la Troika – terzetto oramai tristemente familiare, composto da Unione europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.
L’accordo prevede ancora prelievi forzosi, ma questa volta solo sui conti correnti superiori ai 100.000 euro, e solo sui depositi della Bank of Cyprus, la principale banca del Paese. La decurtazione, da una proposta iniziale del 20%, è ora lievitata al 30% – mentre salta del tutto il taglio (l’ipotesi di ieri era il 4%) ai risparmi depositati presso le altre banche del Paese. Salvi i fondi pensione e tutti i depositi inferiori a tale ammontare, mentre sarà chiusa la Laiki Bank – che ieri aveva sparato le ultime cartucce, limitando senza preavviso i prelievi bancomat alla soglia di 100 euro – scaricando almeno parte delle perdite su obbligazionisti privilegiati e azionisti. Una primissima bozza del piano, che prevedeva un’imposta unica dell’11%, secondo quanto riferito dalla rete televisiva Rik, sarebbe stata evitata nel timore di azioni legali da parte degli istituti finanziari più solidi e meno a rischio bailout. Se il criterio riferito dalla tv cipriota venisse confermato, costituirebbe un pericolosissimo precedente: la "sacralità" dei depositi dei cittadini – principio intoccabile fino ad ora, come sottolinea Reuters – diverrebbe non più un diritto "assoluto", ma relativo. E non solo rispetto a ragioni di "equità" (tassiamo solo i ricchi), ma anche di "opportunità finanziaria" (tassiamo solo i clienti di banche non solide).
È stata dunque una partita durissima, quella aperta dal clamoroso niet indirizzato alla Troika, come confermano le parole pronunciate ieri pomriggio da Olli Rehn: «Sfortunatamente, gli eventi degli ultimi giorni hanno portato a una situazione in cui non ci sono più soluzioni ottimali disponibili. Oggi, rimangono solo scelte dure». Un piccolo paese periferico sull’orlo del default ha rifiutato di ratificare la morte del “sogno europeo”: un prelievo forzoso sui conti correnti – unico nella storia – proposto da un Commissario Europeo ed imposto dall’Unione. Anche se, si fa scappare Vito Lops sempre sul Sole, più che dell’Unione sembra esserci lo zampino del primus inter pares , quando si osserva che il prelievo richiesto ai ciprioti funzionerebbe come “garanzia” per le banche tedesche. Decisione che faceva inorridire i liberali dell’Economist, che da oltremanica tuonavano: «Non c'è alcuna base morale per tartassare le vedove cipriote e non toccare i grandi obbligazionisti bancari, come sembra sia successo in questo caso». Che la morale del debito scricchioli da un po’, sotto i colpi degli scandali finanziari e dell’austerità imposta per difendere gli istituti di credito, lo sostengono del resto da anni ormai gli attivisti di Occupy , sulla scia delle riflessioni dell’attivista e antropologo David Graeber .
Ma la decisione di imporre un taglio di questa entità sui conti correnti costituisce un atto unico di violazione della sovranità nazionale di un Paese membro: l’unico “precedente” simile, infatti, era il D.L. 11 Luglio 1992, n.333. Varato dal Governo Amato nel 1992, durante la crisi che porta al crollo del Sistema Monetario Europeo – nato nel 1979 per mantenere le valute dei paesi membri ancorate ad una moneta virtuale, l’ECU, antenato della moneta unica – all’art.7, comma 6, istituiva per l’anno in corso “una imposta straordinaria sull'ammontare dei depositi bancari, postali e presso istituti e sezioni per il credito a medio termine, conti correnti, depositi a risparmio e a termine, certificati di deposito, libretti e buoni fruttiferi, da chiunque detenuti”. Oltre all’entità ben minore (sei per mille), quella decisione – così come la cosiddetta “eurotassa” decisa dal Prodi I – costituiva un atto volontario da parte di un governo sovrano. La “proposta” della Troika si avvicina invece a un atto di aggressione, all’editto di un sovrano. Tanto da far esclamare a un anonimo negoziatore cipriota che l’avvio dei negoziati, la scorsa domenica, “E’ stato il momento più brutto della mia vita. Mi ha ricordato l’invasione turca del 1974”. Chi scrive, invece, non ha potuto non ripensare a una cosa che molto lo aveva impressionato nel corso della recente campagna elettorale…
Non solo dunque l’atto – anche nella sua versione B – costituisce un’entrata a piedi uniti su quello che è lo “spirito” dell’Unione: ma, come scrive Linkiesta, le misure introdotte per implementarlo – restrizioni sui movimenti di capitali tra Stati membri, congelamento dei conti correnti, in violazione degli articoli 56 e 60 del Trattato CE – intaccano uno dei pilastri fondamentali dell’Unione stessa. “Come riportano i trattati, l’obiettivo dell’Ue è quello di «abolire tutte le restrizioni sui movimenti di capitali tra Stati membri e successivamente tra Stati membri e paesi terzi (con la possibilità, in quest’ultimo caso, di applicare misure di salvaguardia in circostanze eccezionali)». Ma fino a che punto un bailout si può considerare una circostanza eccezionale? Quando, come nel caso di Cipro, il salvataggio vale oltre il 50% del Pil del Paese, che a sua volta vale lo 0,2% del Pil della zona euro?”, si chiede Fabrizio Goria.
A rispondere alle sue inquietudini pensava, sul blog goofynomics, Alessandro Guerani: la vicenda, sottolinea, ha fatto a pezzi il mito della Banca Centrale “indipendente”, perno della narrazione neoliberista. Se infatti l’indipendentissimo governatore Draghi si era dichiarato disposto a salvare l’Eurozona “whatever it takes”, il board BCE, di fronte all’approvazione di un piano pari ad appena l’uno per mille del Pil dell’Eurozona, ha dovuto tenere conto delle ragioni politiche di alcuni Stati più uguali degli altri.
Non solo: la repressione finanziaria operata a Cipro (dove non è ancora prevista la riapertura delle banche) rispolvera strategie concrete in grado di impedire fughe di capitali – quelle misure che sarebbero necessarie a rendere meno traumatico l’abbandono dell’Euro da parte di un Paese membro. Del resto, se, da un lato, alla luce di esperienze come quella islandese, risulta sempre meno credibile la posizione di chi annuncia “dopo l’Euro il diluvio” (oltre che sempre meno “morale” l’onorare i debiti rispetto a controparti sempre meno benevolenti), la gestione della crisi cipriota mostra ulteriori crepe nell’ombrello della BCE. Motivo che sembra sottendere alle preoccupazioni dell’Economist, che nello stesso editoriale già citato sopra ribadisce l’irrazionalità economica e politica della scelta, che getta ombre lunghe sul futuro dell’Europa – mentre la banca d’investimento Nomura si aspetta nei prossimi due anni un crollo intorno al 15% del Pil per l’economia cipriota.
Alberto Bagnai, in un post successivo a quello di Guerani, applica al caso Cipro il Ciclo di Frankel – modello con cui lui e altri critici dell’Euro spiegano il ruolo giocato dalla moneta unica nella crisi dei debiti sovrani dei Paesi mediterranei, da lui reso in maniera prosaica ed efficace come “il Romanzo di Centro e Periferia”: in primo luogo, da quando Cipro ha fissato il proprio cambio con il resto dell’eurozona, si genera un colossale afflusso di capitali esteri, grazie ai buoni rendimenti garantiti dalla convergenza imperfetta dei tassi di inflazione, non più bilanciata dalla naturale fluttuazione del tasso di cambio; ad indebitarsi è il settore privato – mentre il debito pubblico rispetto al PIl si riduce, soddisfacendo i miopi criteri di Maastricht; l’arbitraria fissità dei tassi di cambio fa sì che l’afflusso continui, producendo cospicui disavanzi commerciali tra i Paesi dell’area Euro. Si scatenano dunque crisi di debito estero, che solo in un secondo momento, quando i privati (famiglie, imprese, banche) vanno in difficoltà, finiscono per ripercuotersi sul debito sovrano.
E c’entra poco la natura buona o cattiva dei capitali: pecunia non olet, e non conta se le banche cipriote ricevessero capitali russi, quanto il fatto che l’afflusso eccessivo, dovuto alla rigidità del cambio, portava quelle banche a finanziare investimenti sempre meno redditizi – un meccanismo simile a quanto accaduto alle banche d’investimento americane ai tempi dei sub-prime. Del resto – scrive ancora Lops nell’articolo del Sole citato in precedenza – “come mai ogni volta che scoppia una crisi in questi Paesi viene fuori che la Germania è sempre in cima nella lista dei Paesi creditori? Perché il Paese più virtuoso dell'Eurozona (a quanto ci dice il mercato dei debiti sovrani) avrebbe dato credito negli ultimi anni a Paesi così poco meritevoli?”.
Come sottolinea Lawrence Summers – President Emeritus di Harvard, consigliere di Obama fino al 2011 – sebbene gli interessi della stessa Germania sarebbero difesi meglio da qualche forma di “eterodossia macroeconomica” che eviti il crollo dell’area monetaria, c’è il serio rischio che la rincorsa di un elettorato allevato nella diffidenza per i PIIGS spinga la Merkel, come in questo caso è accaduto, a segare il ramo dove siede il suo Paese. Dice infatti Summers: è vero che la crescita tedesca è fondata sulle “riforme strutturali”, ma queste sono state vincenti solo grazie alla domanda crescente assicurata dall’Unione Monetaria – quello stesso indebitamento generato dal Ciclo di Frankel. “Il punto cruciale – continua Summers – è che nessuna strategia di restituzione del debito può avere successo senza un aumento della domanda dell’export dei Paesi debitori.” E ancora: “Invocare la necessità [della restituzione] non è una strategia. Come sa chiunque abbia studiato le vicende tedesche degli anni ’20, è difficilmente sostenibile la richiesta di ripagare con l’austerità debiti ingenti in un periodo in cui non cresce la domanda di esportazioni”. Riferimento non peregrino, quello a Weimar, perché potremmo ricordarci presto che fu la disoccupazione a due cifre – e non l’inflazione – a favorire l’ascesa del partito nazionalsocialista.
Le tristi vicende ancora in corso – e la tragedia greca – finiscono per dar corpo a una delle tesi fondamentali del discorso portato avanti dallo schieramento “anti-euro”, di cui Bagnai è l’esponente più efficace: l’Europa stessa – nelle sue istituzioni economiche – sta ponendo le basi, materiali e dunque politiche, della propria autodistruzione. Se da un lato porta i Paesi del sud all’implosione, rendendo desiderabile persino il default, dall’altro alimenta l’indisponibilità dei cittadini del Nord a tenere in vita il mercato unico, lasciando loro il coltello dalla parte del manico. E in mezzo al grigiore dell’austerità, persino la linea editoriale del roseo quotidiano confindustriale inizia ad abbandonare il puritanesimo flagellante dei primi tempi, con Fabio Pavesi che denuncia l’ennesimo assist fornito alle banche tedesche. Segno, forse, che anche di qua delle Alpi qualcuno sta rifacendo i propri conti.
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