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La lezione di Eduardo Galeano

  • Scritto da  Simone Fana
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La lezione di Eduardo Galeano

Se n’è andato a Montevideo, dove era nato 74 anni fa, Eduardo Galeano, nella sua abitazione di Rincon, alla periferia della capitale uruguayana.

Diversamente da Juan Carlos Onetti, l’altro grande scrittore sudamericano morto in Spagna nel 1994, Galeano si è spento lentamente nella sua amata terra, tra i rumori lontani di Punta de l’Este.

Le vene aperte dell’America Latina fu il suo primo romanzo, scritto a soli 29 anni, oggi riconosciuto come capolavoro della letteratura ispanico-americana. Un’opera che conteneva già nel titolo l’amore viscerale che Galeano provava per quella terra insanguinata da secoli di colonialismo e da dittature cruente e da cui dovette emigrare in seguito al golpe militare del ’73, cercando rifugio in Spagna. Il suo stile lo rese unico nel panorama della letteratura mondiale; i suoi testi brevi, come piccoli appunti, condensavano la luminosità della parola con la radicalità della denuncia. Perché Galeano fu soprattutto uno scrittore contro, critico verso le politiche neo-imperialiste che gli Stati Uniti imposero in Sud America lungo buona parte del XX secolo.

Le vene aperte dell’America Latina divenne il ritratto di un paese massacrato dalla religione del profitto che costringeva una massa enorme di uomini e donne a vivere nel terrore e nella miseria, ostaggi di un’agonia senza fine. Come Juan Carlos Onetti, Rodolfo Walsh, Julio Cortázar e altri scrittori sudamericani, Galeano cercò nella sua opera di restituire orgoglio e dignità al popolo latino-americano, evitando accuratamente di scivolare nel vacuo intellettualismo di alcuni suoi contemporanei, scegliendo sempre la parte degli ultimi, della gente che non entra mai nelle fotografie o nei libri di storia. Lo fece con una scrittura raffinata, che sembrava risuonare dalle onde del Rio de la Plata o da qualche angolo remoto del mondo.

La sua opera è diventata nel tempo una sintesi perfetta tra l’esigenza di interrogare le profondità della storia e l’aspirazione a costruire un’opera popolare, che fosse accessibile a tutti. Da qui l’amore per il calcio, di cui non fece mai mistero e che celebrò in Splendori e miserie del gioco del calcio. Come per molti uruguayani, il calcio era per Eduardo Galeano una passione travolgente, di quelle che ti accompagnano lungo il cammino della vita. Diversamente da Osvaldo Soriano, non ebbe fortuna come calciatore; privo del talento necessario a renderlo un giocatore famoso, impiegò tutta la sua vita artistica a narrare le storie di un calcio dimenticato. In Splendori e miserie del gioco del calcio, dedicò pagine indimenticabili a calciatori famosi e a personaggi sconosciuti dal grande pubblico europeo. Per Garrincha, la più forte ala destra di tutti i tempi, le parole più belle: “Se era in forma, il campo si trasformava in un circo, la palla diventava un animale obbediente e il gioco un invito alla festa. Garrincha proteggeva il suo cucciolo, la palla, e insieme inventavano trucchi incredibili”.

Ma come dimenticare il tributo a Marco Echteverry, detto El diablo? Uno di quelli che in Sud America era considerato un predestinato, almeno dai boliviani, ma che gli europei conobbero solo per l’espulsione rimediata al mondiale ’94, dopo un fallo a Lothar Mattahaus, e per una chioma lunghissima che copriva il viso da indio. Etcheverry era il simbolo di un mondo che viveva ai margini della storia, lontano dai riflettori che illuminavano le gesta dei calciatori europei. Raccontare la sua storia era un modo per spostare lo sguardo lungo le periferie povere del Sud del mondo, negli angoli remoti dove si affollano le macerie dell’opulenza occidentale. Un modo per raccontare i naufraghi della globalizzazione, “quelli che vagano inventandosi cammini, desiderando una casa, che diventano cadaveri che il mare consegna sulle coste proibite, o corpi senza nome che giacciono sotto terra nell’altro mondo dove volevano arrivare”, come scrisse ne Le Labbra Del Tempo.

Eduardo Galeano se ne è andato in una giornata di aprile. Ci lascia in eredità una musica senza tempo, che oggi come ieri continua a scuotere le coscienze, nel lungo cammino verso l’Utopia.

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